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N° 01 Ada Cortese

Ada Cortese

 CONFERENZE 

IL BOZZOLO DELLA PAZZIA

Considerazioni sulla follia sociale

Vorrei affrontare l'argomento in questione attenendomi alla seguente scaletta di riferimento: dopo alcune considerazioni sulla follia cosi' come noi possiamo riconoscerla strisciare in noi e tra di noi, al di la' delle etichette psichiatriche e psicoanalitiche, vorrei brevemente chiamare in causa tre diverse letture:

Ricordando solo:

a) che inizialmente follia e delinquenza erano tutt'uno e nascenti da miseria.
b) che esse devianze si prestavano, rinchiuse in istituzioni totalizzanti, a garantire la ragione, l'io, il principio organizzatore rispetto al proprio dominio e validita', in quanto la rassicuravano nella sua estraneita' a cio' in cui non si ritrovava.
c) che la psicoanalisi contribuì in seguito a far cadere questa scissione netta sicche' l'io comincio' a sospettare di non essere padrone in casa sua.
d) che qualche decennio fa la chiusura dei manicomi trasformo' anche in prassi sociologica un importante principio psicologico.

Ricordando dunque che il movimento psichico individuale, riesce a trasformarsi prima o poi in prassi sociale, cerchiamo ora di considerare in che maniera a noi giunge sentore di pazzia sociale. Tanto per cominciare ognuno di noi non ha bisogno di esperti per ritrovare all'interno della propria vita quotidiana gesti, rituali, pensieri o canzonette ossessive, strani intercalari mentali o esteriori che bastano a segnalargli la sua compartecipazione al mondo della "sragione", certo e' questione solo di quantita' e in genere, pur facilmente rilevabili, li lasciamo sotto la soglia della registrazione cosciente perche' non ci rubano molta libido.

Anche noi addetti ai lavori conosciamo questa vicinanza alla follia e "scegliamo" questo lavoro forse perche' siamo piu' sensibilizzati al richiamo di quello che per il mondo dei piu' e' origine della pazzia: l'inconscio. In realta', al di la' delle battute, sicuramente percepiamo molto di piu' l'esigenza dell'unione, dell'interezza psichica, di quanto essa venga avvertita "normalmente" se no non passeremmo la vita attorno alla fragile linea di demarcazione tra conscio e inconscio a volte cadendo di qua e a volte cadendo di la'.

Al di la' della nostra intima convivenza con il caos, con il principio della follia, come e' che la rintracciamo tra di noi? Trovo folle una certa normalita': la normalita' della comunicazione indiretta, del prevalere del non detto rispetto al detto, del prevalere della maschera, dunque della difesa, rispetto alla disponibilita' d'incontro, della parola che vela che dunque allontana i parlanti anziche' avvicinarli, la normalita' di pensare solo cose, dunque del concretismo, la normale assenza di autocritica che dunque permette l'oscillazione tra dogmatismo e cinico relativismo che puo' accogliere tutto.

Sembra mancare una morale sostenuta da un'etica, da un concetto globale di Bene comune, sembra mancare un fondamento assiologico ossia una serie di valori filosofici che ci accompagnino a dar senso alla nostra vita, al nostro lavoro.
Ora, se riflettiamo alla societa' di mercato e "liberale" e, a margine, democratica in cui siamo calati e che costituisce il sistema ormai affermatosi su scala mondiale, se pensiamo cioe' alla societa' delle merci e della mercificazione in cui viviamo, non e' difficile constatare che il Grande Fratello ha proprio bisogno, per perpetuarsi di non lasciarsi sfuggire l'Uomo Interiore, l'uomo dei progetti, l'uomo dei sogni per meglio confezionarli lui per noi: piu' facili, piu' accessibili, piu' a buon "mercato" di quelli che l'inconscio ci suggerirebbe se fosse maggiormente incoraggiato il dialogo interiore in ciascuno di noi.

Cosi' l'angoscia esistenziale, fenomeno universale da sempre, origine fondamentale di ogni nostra sofferenza psichica, non solo viene conservata e puntellata ma addirittura alimentata per meglio offrire la merce che dovrebbe scacciarla sicche' le due carote eternamente irraggiungibili che la societa' ci propone sono proprio felicita' e sicurezza: le normali ansie e i normali bisogni di piacere e di essere amati si trasformano in vere e proprie ossessioni: paura d'ingrassare, d'invecchiare, di essere fuori moda, di emanare cattivo odore, di voler evadere ecc. un grande mercato delle nevrosi e delle psicosi, cosi' potrebbe essere definita l'anima ombrosa del nostro sociale.

Dall'espropriazione dell'anima deriva la facile disponibilita' all'immediatezza, la ricerca del tutto e subito indebolisce in noi la capacita' di reggere tensione e di investire in progettualita'.
Cio' si traduce in una doppia psicotizzazione: nel qui ed ora, e nel tempo. Nel qui ed ora l'esempio e' dato dal foglio di giornale che puo' denunciare in un angolo il pericolo dell'inquinamento crescente e nell'angolo opposto la felicita' per un aumento di fatturato della tal fabbrica di automobili!

Nel tempo questa psicotizzazione si mostra nell'incapacita' di investire sul futuro incarnato, sui nostri figli che dunque rispondono - mi pare sia la malattia elettiva del nostro tempo - con un disturbo nella capacita' di amare, con la crescente anaffettivita' e distruttivita', il tutto funzionale a far domani di queste nuove generazioni, tanti androidi meglio sfruttabili per fini opposti ad ogni Umanesimo vero. Non e' mia intenzione criminalizzare genitori o societa'. Analizzo una realta' che, per l'intreccio organizzativo individuo-societa', lavoro individuale-societa' cosi' si lascia tranquillamente descrivere.

I tempi per seguire affettivamente e non solo materialmente i propri figli manca oggettivamente. In piu' ogni tempo "morto", quello del cibo compreso, sembra dover essere sempre piu' sfruttato per aumentare l'efficienza, per aumentare i numeri che ci rendano "vincenti"...per chi, per cosa?
Chi siamo, donde veniamo, dove andiamo, sono frasi da museo filosofico che fanno sorridere le nostre menti pragmatiche, tanto consolidato e' l'automatismo a "fare" in una prassi, in una "techne'" abbandonata a se stessa.

A questo punto parlare di follia sociale contrapposta a quella individuale sarebbe esso stesso folle stante che ogni individuo e' membro di un sociale cosi' come il sociale e la follia che in esso respiriamo e' davvero problema "tutto intero" di ogni suo singolo membro.
Mi si potrebbe obiettare che la follia e' mica solo ambientale! Potrei rispondervi che, pur essendo doveroso ricercare per ogni dove, compresa l'eziologia organica, in realta' lo "schizococco" non e' stato ancora trovato mentre tutti ormai sono d'accordo sull'indiscutibile influenza della storia personale, relazionale, familiare, dunque sociale, della follia.
Ma non e' tanto questo il punto: la sofferenza, compresa la sofferenza psichica e' presente in ogni societa' in quanto organismo vivo.
Non e' caratteristica dell'ultimo modello sociale affermatosi.
Cio' che caso mai caratterizza la nostra societa' ed alimenta l'ulteriore sofferenza di cui pure essa si alimenta e' il non rapporto individuo-gruppo, cosa evidente quando l'individuo e' il malato psichico.

Qui entra in gioco una parola chiave: solidarieta' che io accolgo affermativamente solo in quanto mi significhi l'"i'm you": solo in questo riconoscimento - io sono te, tu sei me - acquisisco il diritto d'aiutare l'altro. Ma la nostra societa' contempla solo in modo ideologico tale parola, fondata com'e' su ben altri termini ricorrenti che ne svelano il fondamento reificante: denaro, finanza, industria, scienza, crescita tecnologica.
Proprio per questo contrasto tra valori insultati e struttura, che ingenerano una sorta di macro "doppio-legame" collettivo, ne deriva che la nostra societa' e' quella che psicotizza di pi— e che libera di meno: la liberta' che sa dare e' quella di liberarci del peso della nostra presenza, di offrirci un dolce oblio, una droga legalizzata fatta di comodo non-essere rispetto al violento non-essere che danno le tirannidi. E se all'inizio del suo affermarsi questa societa' che ha sequestrato la ragione trovava nella follia qualcosa di funzionale e che comunque corrispondeva allo "scarto" che si realizza in ogni processo produttivo che dalla materia prima restituisce un prodotto utile finito, se dunque la follia era il costo entropico da mettere in bilancio, oggi la psicosi e' un surprodotto che la societa' non controlla piu', tanto ingombrante essa - psicosi - si e' fatta.

Come un boomerang ricade continuamente avanti ai nostri occhi per segnalare che la produzione attuale, centrata come e' su merci materiali - quando e' ormai decisiva per la specie umana la valorizzazione dell'uomo interiore - e' immediata spazzatura come segnalano realta' e sogni.
L'umanamente utile, ossia la valorizzazione dell'uomo interiore, e' decisamente poca cosa rispetto alla mole di entropia che con le nostre mani alimentiamo. Vorrei ora riprendere il tema della solidarieta' unicamente quale fattore di condivisione per segnalare che anche nelle societa' tradizionali la sofferenza psichica e' presente seppure in forma diversa.
Tra i vari bottini che noi "vincenti" ci siamo portati a casa dalle piraterie e saccheggi dell'eterno Sud del mondo v'e' una cosa davvero preziosa: e' costume in tali societa' di condividere il dolore psichico del singolo tra tutti i membri mediato da rito sciamanico che permette catarsi e comunque restituisce senso al singolo sottraendolo all'angoscia in sovrappiu' determinata dal suo isolamento. Ebbene "sociodramma" e "psicodramma" elaborati da Moreno trovano in quelle societa' la loro origine.

La loro importazione nel nostro mondo, ha permesso, all'interno delle scienze che vogliono "curare" l'uomo, una compensanzione al dominio della parola e del monologo individuale di cui la stessa psicoanalisi soffre o ha sofferto. Il gruppo dunque torna ad essere considerato, almeno nelle scienze psicologiche, e l'importanza di ristabilire un principio in se' unitario - perche' sposa, in questo caso, l'individuo e il gruppo a livello profondo, psichico - si fece cos presente ai miei occhi da permettermi anni fa di elaborare il metodo GEA accanto all'analisi individuale.

E' evidente che all'interno di un approccio specifico vengano privilegiati alcuni parametri a detrimento di altri ma credo che in ogni caso il rapporto individuo-gruppo, dovrebbe essere considerato da ogni scienza dell'uomo e a tutti i livelli possibili: organizzativo, lavorativo, politico, culturale, affettivo, giuridico ecc. Sicuramente non dovrebbe esser perso di vista il rapporto individuo-organizzazione: ogni scienza dell'uomo dovrebbe considerare le sue conclusioni in rapporto a questa relazione fondamentale che definisce il contesto significativo di ogni uomo.

Tornando allora al tema, alla "malattia" (modo di etichettare, neutralizzandola, una ribellione), affrontare la malattia sarebbe affrontare la malattia del corpo economico come gia' insegnavano due pensatori dell'antichit…: un filosofo, Pitagora, un medico, Alcmeone. E' significativo che ciascuno dei due per parlare di sanita' facessero metafora l'uno l'oggetto di studio dell'altro. Pitagora per parlare di polis ricorreva al corpo dell'uomo cosi' come Alcmeone per parlar di corpo ricorreva all'immagine della polis per sostenere entrambi un unica cosa: che se non c'e' equilibrio, se un principio o una parte prevarica le altre allora insorge malattia...
Ma anche nelle scienze e in particolare quelle dell'uomo!
Se parlano dell'uomo astraendo dalle reali condizioni, non parlano dell'uomo ma di una loro deformazione sicche' esse stesse si fanno patogene.

Allora, poiche' non voglio far correre questo rischio alla psicoanalisi nella mia applicazione di essa, m'inoltro brevemente nell'analisi sociologica per ricordare, come la sociologia insegna, che la societa' presenta due tipi di organizzazione: quella strutturale e quella sovrastrutturale.
La prima rappresenta, come dice la parola lo scheletro portante dell'intera costruzione, il secondo rappresenta tutto cio' che puo' crescere compatibilmente allo scheletro, alla struttura. La sociologia chiama anche corpo sociale la sovrastuttura e corpo economico la struttura.

Corpo sociale e' l'insieme dei sistemi che - dipendenti dal corpo economico, ovvero dall'organizzazione produttiva - organizzano le masse degli individui in modo tale da conservare la finalita' del corpo economico: la produttivita', il profitto, ecc. e stante quanto detto in precedenza, ossia che questa societa' economica abbisogna di corpi e soggettivita' reificati, se ne deduce che il corpo sociale puo', si', ricavarsi un margine di liberta', purche' non si scontri mai con le esigenze di fondo del corpo economico perche' se cio' accade viene meno la protezione (i fondi!) del corpo economico.

Corpo sociale, sovrastruttura sono: il corpo politico, il corpo culturale accademico e scolastico, i mass-media, le stesse scienze dell'uomo nella misura in cui vogliono preservare scientificita' ufficiale e prestigio sociale. Entro le scienze dell'uomo (medicina, psicologia, antropologia, sociologia, economia, diritto, ecc.) prendo a mo' d'esempio, per il maggiore potere e riconoscimento di cui gode, la medicina in senso lato, la clinica come esempio di consociazione, matrimonio ben riuscito tra scienza e corpo economico:
tale matrimonio e' rilevabile nella sua assoluta identita' di atteggiamento rispetto all'uomo con quello del corpo economico: cosi' come il corpo economico (tradotto a livello sovrastrutturale si chiamerebbe Ragione, Coscienza, Ego, ecc.) ha bisogno di corpi manichini, cosi' - proprio allo stesso modo! - anche la clinica, riduce a manichino l'uomo stante che nello studiarlo lo oggettivizza e quando nell'applicazione torna all'uomo non sa piu' ritrovarlo vivo sapendo di lui solo come cadavere ambulante e ridotto a pezzi tanti quanto sono le specializzazioni che, ahime', non tendono a ridursi ma a crescere all'infinito proprio come un bel delirio persecutorio che trova sempre nuove forme e nuovi oggetti.

Tornando al corpo sociale, in che modo esso serve il corpo economico? Attraverso due fondamentali processi:

L'atteggiamento psichico mantenuto in vita e' "per fortuna io non sono lui". Oppure, se penso al Grande Fratello, penso al mafioso che credeva di mettere l'anima in varechina, semplicemente destinando parte dei fondi illegittimamente sottratti al sociale ad un'opera di pubblica utilita': un ospedale, una scuola, una chiesa....Oggi abbiamo i palatrussardi, le varie fondazioni delle imprese che appoggiano musei, restauri artistici, banche filantrope ecc.

Cio' che emerge e' che il sistema economico non viene assolutamente intaccato, quel sistema che chiede anche alla polis, perenne appoggio, quel sistema che chiede sempre la priorita' su ogni altro parametro, bisognoso e autodivorantesi come e', convivente come e' con la feroce legge naturale dell'imprevedibilita' "liberale", sicche' sempre le esigenze umanistiche debbono essere procrastinate, sempre vanno accettati i tagli all'istruzione, alla sanita', alla cultura...

Qui chiudo lo spazio "sociologico" con cui ho rispettato il postulato introdotto: per non fare ideologia, occorre coscientizzarsi al massimo possibile non solo dei nostri sogni notturni ma anche dell'incubo diurno.

A questo punto posso inoltrarmi nel secondo momento previsto dalla mia scaletta e cercare di leggere "psicoanaliticamente" l'argomento in questione corredato di quanto espresso fin qui.
Se mi volto indietro un attimo a richiamare tutte le considerazioni appena svolte fin qui, trovo le stesse di una ovvieta' e banalita' spaventose nel senso che non e' stato detto, se vogliamo, nulla di originale, nulla che ognuno di noi non sapesse gia'. I disvalori richiamati all'attenzione li conosciamo anche voi.
Ognuno di noi sa la mancanza di un senso trascendente l'immediato particolare consumato. Sappiamo del potere, del concretismo, della morte di Dio che rende naturale l'uso egoistico della vita.

Sappiamo tutti che proporzionalmente al venire meno del divino (ossia del principio unitario e trascendente l'uso frantumato della vita) aumenta la pazzia. Sappiamo!
E allora, perche' la nostra conoscenza non basta a trasformarci?
Perche' la conoscenza e' posta fuori di noi, e' essa stessa rappresentazione, perche' siamo talmente rodati a vivere la vita in una spaccatura fino alla radice che non riusciamo piu' a ricongiungerci con noi stessi, con i nostri simili, con la vita, perche' l'opposizione, il principio aristotelico del terzo escluso non concede sintesi, perche' dunque il nostro sapere e' esso stesso per noi un film. E' piu' comodo vivere per delega.

Amiamo pensare che conoscere basta per cambiare. Conoscere basta per conoscere, per creare conoscenza. E abbiamo finora conosciuto secondo la logica binaria. Non solo, ma quello che e' diventata conquista tecnologica di cui si festeggia il centenario, la rappresentazione cinematografica, e' nient'altro che su scala umana lo stesso processo che si da' su scala cosmica. Da Platone fino ad Einstein e di mezzo tanti altri, tutti sono d'accordo nel descrivere l'universo fisico e il suo movimento, compresi noi umani sulla Terra e altrove, comprese le nostre pene e le nostre coscienze, come fotogrammi di una bobina cinematografica gia' completa che si sta svolgendo, un film, un sogno che l'essere sta sognando e, sognando - proprio come accade a noi - incontra se stesso in profondita'.

Gia', ma noi sappiamo che occorre svegliarsi per farcene qualcosa del sogno, occorre ricordarlo e non renderlo estraneo a noi stessi dando colpa a cibo o altri fattori che non chiamano in causa la nostra volonta' e la nostra presenza. Noi siamo il sognatore, noi siamo il sogno e il sognato. E inoltrandoci in una visione evolutiva in cui noi umani ci riconosciamo d'essere l'essere tutto che cerca di prendere coscienza di se stesso, noi che facciamo parte di questo sogno siamo il sogno, i sognati e il sognante. La grande metafora del Risveglio allude a questo, e' un risveglio globale dell'essere tutto che aprendo gli occhi ricongiungendosi a se stesso, tutt'uno con cio' che il suo inconscio (leggi la materia tutta dell'universo noi compresi) gli ha suggerito, salta su se stesso, sulla sua logica conoscitiva oppositiva e in un eterno duetto d'amore si riconosce e dice a se stesso "io sono...te".

In cio' noi chiuderemo con le proiezioni, le rappresentazioni e quanto in noi allontana la vita dalla conoscenza: e la vita e' sensazione, sentimento, amore, poesia. A questo proposito io credo che sia giusto rendere anche buona testimonianza a quanto nel punto precedente ho criticato: ho la' svolto un'analisi orizzontale di superficie restando entro parametri "finiti" dell'umano mondo. Ebbene, tutto quello che in quel mondo, nel nostro mondo sensibile accade, e' esso stesso dramma dell'essere, dall'orda primeva alla societa' di mercato, alla societa' democratica con tutti i suoi difetti, la riflessione occidentale e' pur quella che ha portato al massimo sviluppo alla massima espressione il rapporto uomo-mondo, il rapporto io-inconscio, il rapporto uno-molti ed e' forse quel tipo di coscienza che dovra' maturare coscientemente la propria fine, perche' sia una Grande Morte e perche' almeno la morte le appartenga. Morire significa anche nascere; svegliarsi e' proprio come addormentarsi: e' sempre passaggio di una soglia, e' uscire per entrare o viceversa.

Chiedersi allora come svegliarsi o come morire e' identica cosa. Io non so cosa si debba fare penso che ognuno che sia terreno fertile per questo grande salto, se ascolta il suo Se', se si riappropria dunque del suo Uomo Interiore sara' adeguatamente guidato. Io so solo che e' lavoro capillarmente invisibile. La trasformazione radicale del reale disdegna palcoscenici, autocelebrazioni dell'immagine (che e' rappresentazione, che idolatra la coscienza sensibile), protagonismi, teoremi e assiomi. Ha bisogno di buio, di umido, di un principio femminile che e' il principio della vita stessa in noi, immediata nella sua consustanzialita' con l'albero filosofico della conoscenza.

Il metodo GEA si muove in questo terreno evolutivo in cui non si concede eccessiva sosta nel terreno orizzontale delle responsabilita' altrui, individuali o sociali che siano per il semplice fatto che, una volta che ci si rende conto di riflettere, una volta che ci si rende conto del proprio disagio e non lo si cede piu' in mano ad esperti "criminali" e psicotizzanti, c'e' quanto basta per non aver piu' bisogno di stupida lamentosita'.

Nella considerazione evolutiva di tutto il disagio che l'umanita' si e' fin qui trascinato come un fiume che invece di discendere dolcemente al mare si ritrova a straripare per la sporcizia che si e' trascinato dietro, ecco che tutto questo disagio allude ad un salto evolutivo e non ad una nuova organizzazione orizzontale, si tratta di passare dal regno animale al regno che e' gia' sulla terra da 2500 anni ma dagli uomini sempre annichilito, mai visto, si tratta di passare al regno divino ossia al regno della vera umanita'.

La follia zittita nella gente e la nostra follia qui a GEA si sanno una sola cosa e percio' forse, ci e' facile distruggerla ontologicamente, alla radice, perche' la sappiamo carburante per la partenza in altra dimensione dove "non ci saranno morte e affanni perche' le cose di prima saranno passate".

20 Gennaio 1996

Ada Cortese


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