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N° 01 Ada Cortese

Ada Cortese

 CONFERENZE 

AMORE E GELOSIA

MAESTRO DI CHIAVI E GUARDIANO DI SOGLIA


Lei - Mi ami?
Lui - Ti amo!
Lei - Quanto mi ami?
Lui - Ti amo tanto
Lei - Ma quanto tanto?
Lui - Tanto, tanto, tanto.
(R. Laing)

Parafrasando Laing e lo spot della Telecom proponiamo il dialogo di due ragazzi che, nell'estasi dell'emozione, non danno alcun significato alle parole; essi sono immersi olisticamente nel simbolo stesso dell'esperienza dell'amore e, francamente, almeno in questa fase dell'innamoramento, hanno sicuramente ragione loro a non badarci.

Purtroppo indagare sul "quanto" senza preoccuparsi del "come" l'altro ci ami, passata la tempesta ormonica, potrà certamente produrre equivoci e sorprese.

La storia del linguaggio è costellata da parole, che come fulgide meteore, nascono, hanno il loro momento di gloria, e muoiono, vittime dell'evoluzione semantica. Esse di solito entrano in disuso e vengono sostituite da altre più idonee o più adatte.

Non tutte le parole, però, hanno la stessa sorte. Alcune di esse, molto potenti, resistono infatti alla "tempesta delle esigenze" e si evolvono come una cipolla, fasciando, ogni volta che è necessario, funzioni e significati obsoleti e sorpassati con nuove funzioni e nuovi significati.

Queste parole possono essere, così, usate a livelli evolutivi diversi e questo comporta un rischio che deve essere evitato.

Pertanto, quando con esse si vuole realizzare "comunicazione senza equivoci" o "contratti senza sorprese" , o quando vengano utilizzate da persone con finalità e/o cultura diversa , non ci si può esimere dal preoccuparsi sul "come" e "in quale contesto" vengano utilizzate.

Meglio ancora sarebbe utilizzare dei sinonimi più specifici o addirittura coniare un termine nuovo col quale intendere quell'accezione specifica.

Stiamo parlando delle parole archetipali, quelle legate alle esperienze tipiche della condizione umana: le più astratte e le più concrete ad un tempo: vita, amore, morte, sofferenza, dio. Tutte si accompagnano e segnalano un turbamento della sfera pulsionale e affettiva e coinvolgono sensazioni, emozioni, sentimenti percepiti dalle viscere e dal cuore.

Le parole "incriminate" naturalmente sono tante, ma nell'ambito di questa conversazione parleremo principalmente di parole come amore e gelosia, patrimonio e matrimonio, orgoglio e onore, abnegazione e arroganza, ecc. Parleremo dunque dell'amore umano e psichico, quello della coppia, soprattutto della sua istituzionalizzazione nel sociale, del rituale che lo sancisce: il cosiddetto "matrimonio".


La preistoria dei rituali e dei "sentimenti" d'amore

Prima di entrare nel campo minato di questi termini, tenteremo una breve sistematica filologica per mostrare i contesti e gli scenari entro i quali essi hanno evoluto nel tempo il loro significato (come si è formata la cipolla).

A questo scopo proponiamo un modello certamente rudimentale, non esaustivo, sicuramente migliorabile, ma sufficiente per osservare ciò che ci interessa.


La struttura aggregante del branco

Ricerche etnologiche e studi comparati sul DNA considerano ampiamente fondata l'ipotesi che le aggregazioni dei primi ominidi in qualche maniera avessero una struttura sociale simile a quella dei primati superiori ed in particolare dei babbuini.

L'aggregazione sociale del branco ominide, quindi, doveva assomigliare ad un mandala, ad una classica struttura ad anelli concentrici:

  • partendo dal centro trovavamo il gruppo dei neonati e dei cuccioli: il vero primordiale patrimonio del gruppo;

  • il gruppo delle femmine gravide o destinate all'accudimento dei piccoli nell'anello successivo;

  • quindi le femmine fertili da ingravidare;

  • poi l'anello dei maschi dominanti;

  • ed infine l'anello dei giovani maschi non dominanti.

La corona esterna dei maschi, proprio per la sua collocazione fisica, ha finito col tempo per svolgere una funzione protettiva verso il branco ed ha favorito la sua specializzazione nel ruolo difensivo. In quest'area dell'esperienza maschile si sviluppano rituali dimostrativi di "potenza esibita" che finiranno per generare quello che noi oggi chiamiamo "senso dell'onore" e vedremo poi il perchè.

La corona interna delle femmine, invece, ha finito per svolgere, oltre a quella riproduttiva e dunque di arricchimento del branco, la funzione di accudimento e conservazione della prole-patrimonio specializzandosi in tale ruolo. In quest'area dell'esperienza femminile si sviluppano rituali socializzanti o di appartenenza che finiranno per generare quello che noi oggi chiamiamo "orgoglio di appartenenza".

E' interessante sottolineare che in questo tipo di organizzazione il cosiddetto Patrimonio (cioè tutto ciò che viene prodotto, accudito e difeso dai padri), ed il Matrimonio (cioè tutto ciò che viene prodotto, accudito e difeso dalle Madri) coincide col gruppo dei cuccioli che rappresentano l'unica garanzia della sopravvivenza del gruppo.

L'amore e la gelosia in questa fase non sono certo termini pronunciabili, e possiamo solo immaginarli come una rudimentale commistione di appartenere, acquisire, avere e non perdere.


Dal branco al proto-villaggio

Il comportamento e l'attività del gruppo - branco, che inizialmente appare come completamente dominato dalla corona esterna dei maschi, nel corso di alcune centinaia di migliaia di anni tenderà a modificarsi evolvendosi secondo lo schema che qui riassumiamo:

1) Gestire la sicurezza del branco

2) Acquisire ambiente alimentare

3) Difendere l'ambiente alimentare insidiato da altri

4) Espandere l'ambiente alimentare sottraendolo agli altri

5) Accumulare le eccedenze alimentari

6) Difendere i depositi degli alimenti accumulati

7) Sottrarre depositi di alimenti ad altri gruppi.

Salta agli occhi come il branco, evolvendosi secondo tale modello, finirà prima o poi per stanziarsi intorno al deposito ove nasconde, custodisce e difende le eccedenze-riserve alimentari, fondando su questa difesa la sua nuova organizzazione.

Con ciò nasce una nuova forma di patrimonio: il Patrimonio-Alimentare che si affianca all' ormai tradizionale Patrimonio-Prole (proletariato) contribuendo con esso ad aumentare il potere e le chances di successo e di sopravvivenza del gruppo.

La configurazione del nuovo branco stanziale o proto-rurale eredita dal branco la stessa struttura "logistica".

Essa sarà caratterizzata da un insediamento di strutture artificiali edificate intorno ad un'area centrale e protetta. In quest'area vengono concentrati e custoditi (tutti insieme) i "beni del gruppo" e cioè: le riserve alimentari, i piccoli animali da cortile ed i giovani del gruppo. Mentre all'esterno tutt'intorno cominceranno col tempo a comparire recinti, muretti a secco, fortificazioni per delimitare/difendere i campi o custodire i grandi erbivori. Non pensiate a castelli: stiamo parlando di palafitte, caverne e cose del genere. Ciò non toglie che i futuri remoti castelli seguiranno le stesse regole di costruzione.

L'area interna, quella che comprende le riserve alimentari e la prole-patrimonio, è soggetta all'amministrazione ed alla gestione del gruppo delle femmine mentre l'area esterna, quella che comprende la gestione dei campi, dei grandi animali e della cintura difensiva è soggetta alla gestione del gruppo maschile.

E' evidente come in questa fase la concentrazione del cosiddetto patrimonio, l'insieme di ciò che tutto il gruppo accudisce e difende, e cioè le riserve alimentari e le nuove generazioni, siano prevalentemente in mano femminile. Questo aspetto matriarcale dell’organizzazione del gruppo è destinato a durare parecchie migliaia di anni e tramonterà soltanto, come vedremo, con l’introduzione del denaro e del commercio.

Tornando al nostro proto-villaggio, possiamo osservare che anche la sua organizzazione sociale si struttura sull'evoluzione della precedente aggregazione di branco sviluppando finalmente in sentimenti più vicini alla nostra psicologia le esperienze primigenie del "senso dell'onore" e dell'"orgoglio dell'appartenenza".

Questi due sentimenti, nati l'uno come meramente "attivo" e dominante (l'onore che mobilita l'intero gruppo a difesa del singolo attaccato o del gruppo tutto stesso) e l'altro come meramente "passivo" e subalterno (orgoglio che inchioda alla abnegazione e che chiede mobilitazione solo se "ferito"), cesseranno di essere così ben identificabili tra di loro ed insieme collaboreranno nel bene e nel male a determinare la struttura della parola "amore" e della futura nostra psicologia sociale e individuale.

Soffermiamoci un attimo su queste due pulsioni che solo in seguito diventeranno ciò che noi oggi definiamo sentimento.

  • L'onore (lealtà) di essere

Fu fattore determinante alla costruzione dell’Ego e e della coscienza.

L'onore (all'inizio valore prevalentemente custodito dai maschi del gruppo) diviene nel tempo una colla sempre più potente, un imperativo che non può e non deve essere ignorato, il richiamo in grado di mobilitare l'intero gruppo al grido di "uno per tutti e tutti per uno".

L'onore è sostanzialmente il "codice da rispettare", garantisce l'efficacia, la coesione del gruppo, il rispetto delle gerarchie, la realizzazione dei compiti e la lealtà abnegante(per onore si va anche a morire).

Gli individui rispondono al richiamo dell'onore - senza chiedere o porre condizioni - per il bene del gruppo, ottenendo in cambio la fruizione dei vantaggi che l'appartenenza ad esso garantisce. L'onore è quindi l'insegna, la divisa esibita come deterrente verso il nemico.

Riferimenti della interiorizzazione di questo primordiale funzionamento esteriore del gruppo li troviamo successivamente nella psicologia egizia del ka.

  • L'orgoglio di appartenere

Fu fattore determinante alla costruzione dell’identità (e dello stesso inconscio).

L'orgoglio di appartenenza era inizialmente, come si è visto, un sentimento riservato alla componente femminile del branco. Esso, sempre alle origini, impegnava le donne, con disponibilità abnegante, ai ruoli di conservazione e di perpetuazione del patrimonio-prole e poi (fase matriarcale del proto-villaggio rurale) anche al ruolo di amministrazione del patrimonio alimentare.

E' intuitiva la corrispondenza ed il rispecchiamento tra ruolo, in questo caso quello conservativo e ripetitivo delle donne, e sentimento proteso alla valorizzazione del ruolo, in questo caso il sentimento dell'orgoglio per l'iniziale (passiva) appartenenza al gruppo e la successiva rigenerazione dello stesso gruppo di appartenenza.

E' rimarchevole che con la fase matriarcale il sentimento dell'orgoglio di appartenenza, in precedenza funzionale solo a favorire la sottomissione al gruppo, si emancipi, cessi di essere un sentimento meramente passivo e si trasformi in propulsivo.

Infatti prima di allora solo l' "onore" era stato in grado di mobilitare il gruppo e schierarlo contro l'aggressore esterno e ci riusciva reagendo in maniera tattica secondo il meccanismo dello stimolo-risposta.

D'ora in poi , quando "l'orgoglio di appartenenza" per qualche ragione viene vissuto come "offeso" , "denigrato", o anche semplicemente depauperato, riuscirà a mobilitare l'onore dell'intero gruppo e a scagliarlo coeso verso grandi guerre o grandi imprese.

(Pensiamo alla guerra di Troia ed alla costruzione delle piramidi ecc)

Questo comportamento che riesce a funzionare anche a distanza di tempo, senza la reale presenza di un nemico materiale e quindi in grado di essere mobilitato anche da ragioni simboliche e/o paranoidi acquisisce sempre di più caratteristiche di progettualità e strategia.

Il territorio e la stanzialità permettono l’insorgere della storicizzazione e dunque della identità. Il protovillaggio è il luogo in cui le Grandi Madri custodiscono e rigenerano, oltre al biologico umano, anche il "prodotto" alimentare e immaginiamo che il primo "manufatto", il primo prodotto "umanizzato" coincida con il gesto del raccogliere erbe e radici e con il gesto di custodire le grandi bestie da pascolo, ecc. Con i primi gesti, contestualizzati nel primo aggregato stanziale, l’inconscio comincia ad arricchirsi dei simboli tipicamente umani corrispondenti.

Il centro sociale, luogo del potere, questo "santa sanctorum" produce il carburante per creare anche quello spazio interiore entro cui si svilupperà, con il contributo della funzione paranoide, la simulazione mentale e dunque la coscienza ed i suoi progetti. Come nella psiche del singolo tale centro viene sovrapposto all'inconscio, così lungo l'arco eonico dell'evoluzione umana, il centro reale corrispondente nel gruppo fu il luogo delle Grandi Madri che produssero carburante, con il fuoco del loro orgoglio.

Potremmo dire, con una battuta, che, d’ora in poi, nel bene o nel male l'onore sarà il braccio, l'orgoglio il mandante.

L'orgoglio ferito, come percezione della propria identità e della propria energia (libido, tensione conoscitiva) si fa ambizione: spinta ad allargare il potere e i beni materiali, culturali, spirituali "oltre le colonne d’Ercole".

L'orgoglio è la ferita narcisistica che si gongola e che pretende ritorsione, vendetta, guerra santa, rappresaglia, sangue!!


Rituali di affiliazione

In questo scenario del periodo matriarcale, nascono svariati rituali di affiliazione al gruppo cioè espedienti che consentivano ad un nuovo adepto, estraneo al gruppo di potere essere assorbito ed equiparato ai nativi. Essi andavano dai rituali iniziatici, ai riti religiosi, dal patto di sangue all'adozione,ecc. Qui parleremo di un particolare rituale di affiliazione (quello che in seguito si chiamerà "matrimonio") cioè il rito col quale venivano affiliate le nuove donne fattrici rapite dai giovani maschi per apportare nuova linfa al clan.

Non si sa di preciso come nascesse l'abitudine dei giovani maschi di procurarsi donne in scorribande presso i gruppi rivali. Quello che possiamo sostenere è che con buona probabilità tale pratica servisse a:

  • evitare tensioni e competizioni interne
  • migliorare la biodiversità del gruppo che la pratica incestuosa ed endogena indebolisce
  • aumentare la potenza generandi e quindi il patrimonio del gruppo.

Comunque, anche forse per queste considerazioni, il maschio che arrivava con la sua brava donzella, a volte convinta "con la clava" e "trascinata per i capelli", acquisiva di colpo il diritto di sedere alla pari tra i maschi adulti del gruppo. Egli riceveva le insegne dell'adulto ma la nuova arrivata, per essere accettata e assimilata al gruppo, doveva sottoporsi ad un rito di affiliazione che la rendessero equiparata a coloro che nel gruppo vi fossero nati (ad filium). Il rito prevedeva:

  • svestirsi di tutto il suo passato e simbolicamente rivestirsi delle nuove insegne (forse di qui l'uso della veste bianca e la perdita del proprio cognome)
  • esibire pubblicamente e soprattutto alle donne l'orgoglio dell'appartenenza al nuovo gruppo in modo da integrare il proprio potenziale matriarcale al "Matrimonio del gruppo" (di qui forse l'uso di portare il corredo)
  • accettare con abnegazione il suo destino di generatrice al servizio del gruppo
  • garantire, con la promessa di fedeltà al suo sposo, di non generare tensioni tra gli altri maschi del gruppo (di qui forse lo scambio degli anelli, simbolo di legame e di vincolo)

Con questo rito la nuova arrivata acquisiva la protezione ed il sostentamento del patrimonio, cioè dell'insieme dei beni e della potenza che il gruppo dei maschi, mobilitato dal codice d'onore, era in grado di fornire a tutti i membri del gruppo. In cambio ella offriva la sua completa disponibilità, assoggettamento e fusione con il matrimonio, cioè con l'insieme dei beni e della potenzialità amministrati dal gruppo delle femmine secondo il codice dell'orgoglio abnegante e del regno delle Grandi Madri.

E' da notare che sono proprio questi elementi a dare il nome di matrimonio a questa cerimonia.

Per quanto riguarda l'Amore e la Gelosia notiamo che, in questo scenario, esiste una forte differenza tra i due sessi: infatti

  • Per il maschi l'amore verso l'altro sesso è sostanzialmente una pulsione ad acquisire, inglobare e la gelosia una preoccupazione a non perdere, farsi sottrarre. Mentre l'amore verso il gruppo (l'altruismo) non è altro che l'introiezione di quei codici d'onore e di lealtà di cui abbiamo già parlato,

  • Per le femmine invece, l'amore è una commistura di pulsioni abneganti tese al bene dell'altro (verso i figli per esempio), e orgogliosa appartenenza (verso il partner ed il gruppo). Mentre la gelosia anche per le femmine è preoccupazione a non perdere ma è praticamente circoscritta alla difesa dei figli e dell’ambiente su cui esercitano il potere (la casa).


Dal matriarcato al patriarcato

L'aspetto matriarcale del proto-villaggio, così come lo abbiamo descritto fino adesso, tenderà gradualmente ad affievolirsi a mano a mano che l'introduzione del commercio e del denaro trasformerà le riserve alimentari in un patrimonio sempre meno ingombrante e più incorporeo.

Il commercio in particolare favorirà le attività esterne al gruppo e quella parte che, non essendo legata ai figli, era più idonea ad occuparsene (i maschi).

Il controllo di questa nuova e potente attività e delle risorse che da ciò ne derivarono, provocò una profonda trasformazione delle strutture del proto-villaggio.

1) Il patrimonio divenne un bene portatile

2) Divenne facilmente occultabile

3) Cessò così di rappresentare il potere sinergico del gruppo

4) Pertanto ne facilitò la diaspora frantumandolo in clan e famiglie nucleari a struttura patriarcale.

Ciondimeno questo nuovo tipo di potere "sonante", "scintillante" e coniabile divenne in grado di raggruppare eserciti fino ad allora inimmaginabili, di costruire opere gigantesche, di controllare territori sconfinati, di mescolare col sangue e col fuoco le razze del pianeta ed alla fine produrre quelle trasformazioni che rappresenteranno l'alba della nostra era.

Possiamo qui ricordare come la smaterializzazione ed il passaggio del potere dagli oggetti concreti al loro significato simbolico determinerà l’accrescimento del valore stesso ed un potere sempre più incontrollabile.

In questo nuovo scenario i giovani maschi per convincere le giovani pulzelle forse hanno appeso "la vecchia clava al chiodo" inventandosi a seconda delle circostanze metodi gentili, fantasiosi o sbrigativi, ma non hanno modificato (mi chiedo perché avrebbero dovuto stante il potere ormai in loro mano?) i termini del contratto proposto alle femmine i quali sono rimasti sostanzialmente gli stessi:

  • Con la dichiarazione d'amore il maschio offre il sostentamento e la protezione che proviene dal suo patrimonio, cioè l'insieme di ciò che sa fare, dei suoi beni e della parte che gli spetta dalla sua famiglia (non più l'onore del clan ma il conto in banca quando ce l’ha!).
  • In cambio ella dovrà fornire il matrimonio, cioè portare la sua capacità di produrre figli ed accudire tutti; perdere la propria vecchia identità e accogliere la nuova con orgoglio ed abnegazione.

L'asimmetria rispetto al vecchio contratto "matriarcale" è evidente: qui si monetizza l'abnegazione della donna senza vero controvalore. La donna resta costretta al vecchio destino senza nessun vantaggio e nessuna compensazione. Nel matriarcato ella otteneva in cambio dell'abnegazione il potere del centro e il diritto di accedere al regno delle Madri. Oggi resta solo la servitù. Il marito ed i figli si avvalgono del vecchio ruolo matriarcale ormai svuotato di vera sostanza sociale mentre al maschio, marito o figlio che sia, non è più richiesta alcuna mobilitazione del suo gruppo e per il gruppo salvo in alcune grandi famiglie in cui patrimonio e matrimonio continuano a coniugarsi ancora.

Se nel periodo del gruppo primigenio e della sua lenta evoluzione le compensazioni erano fisiologiche perché agiva direttamente l'inconscio, via via che la coscienza si fece strada essa, grande nuova dea del mondo, produsse anche la fine della giustizia naturale e la "truffa" ai danni del femminile e della donna.


Amore e Gelosia

Abbiamo introdotto queste considerazioni etologiche ed archeo-antropologiche proprio in virtù del titolo che vuole considerare stasera Amore legato a Gelosia. Ebbene si parla di un lato dell'amore molto rudimentale, dunque pregno di dinamiche primitive già presenti e agenti in quelle realtà di cui abbiamo discusso fin qua.

Tratteremo dell'Amore come rapporto interdipendente e convenzionato in un contratto anacronistico che si chiama ancora, vero e proprio dinosauro, "matrimonio". Questo "amore" resta imbrigliato e soffocato entro gli archetipi ereditati dal contratto sicchè le aspettative sono previste e considerate legittime. Le aspettative nascono dalla interiorizzazione del contratto anche quando il contratto reale manca.

Il rituale "d'amore" che prima coinvolgeva tutto il villaggio, via via si rattrappì sempre di più fino a prendere le sembianze di una faccenda del tutto privata che coinvolge solo i due partner della coppia. Ma i vecchi scheletri impediscono la soddisfazione dei nuovi bisogni e così inevitabilmente il matrimonio diventa, come si suol dire, tomba dell'amore.

Non a caso da sempre, accanto ai rituali necessari per dare protezione al patrimonio ed al matrimonio, l'umanità parla di nozze e di sposalizio. Il termine nozze proviene dal latino nuptiae che è il participio passato del verbo nubere (sposare) mentre i termini sposa e sposo provengono dal latino sponsa, femminile sostantiato di sponsus, participio passato di spondere (promettere), verbo iterativo di s p h n d o : spendo ossia: io libo. La promessa, dunque, è in origine promessa di libazione continua, di festa continua!

Ecco: non è ancora questo il temine entrato nella vita corrente. Di nozze si parla il giorno della cerimonia sui biglietti d'invito e poi è finita. Si torna all'uso comodo e torbido del termine "matrimonio".

Riassumiamo: se all'inizio prevalse il branco e la specie garantiva se stessa a spese dell'individualità, in seguito il branco venne negato dialetticamente a favore del singolo: questi emerge dal gruppo pur portando in sé ancora i segni del branco e del gruppo primitivo, fino a negarne, come fa il piccolo verso i genitori, la sua dipendenza.

Oggi l'individuo è solo, cerca da un lato rapporti soddisfacenti ma li costringe in vecchie cornici: quelli esteriori della convenzione e delle aspettative.

Il termine "Amore", proprio per la sua struttura a "cipolla", nasconde al suo interno strutture arcaiche stratificate, veri e propri scheletri nell'armadio, dinosauri per i quali non si è avuto il tempo, il coraggio, la voglia di coniare un nuovo termine.

Non si può dunque esaminare questo sentimento senza considerare l'ambiente "torbido" all'interno del quale sorge: l'ambiente della psiche originaria e dei suoi primi movimenti istero-paranoidi. Pertanto sarà utile soffermarci su quello spazio mentale che è nato e si è sviluppato parallelamente all'evoluzione delle strutture sociali esteriori così come le abbiamo raccontate dal branco, al proto-villaggio matriarcale, ai clan patriarcali, ecc.

Questo spazio è lo spazio dell'Io, comprende la nostra immagine con tutte le sue potenzialità, arricchita dei mezzi e degli strumenti di cui sa appropriarsi e che genericamente raccogliamo sotto il termine "mondo degli oggetti d'amore".


Il mondo degli oggetti d’amore

Il mondo degli oggetti d'amore è dunque il regno dell'identificazione isterica attraverso cui il nostro Io si espande (nel mondo) in virtù del possesso e dunque del potere.

L'identificazione isterica appartiene a quel processo attraverso cui il nostro Io può percepirsi e storicizzarsi in un particolare contesto grazie alla sempre maggiore acquisizione di oggetti d'amore e alla loro conservazione.

Questi oggetti, detti "d'amore" si differenziano dagli altri perché ci fanno da interfaccia col resto dell'ambiente sicchè veniamo mobilitati quando essi vengano aggrediti o ghermiti e pretendiamo che essi si mobilitino quando noi abbiamo bisogno. Sono oggetti, cose e relazioni considerate ed avvertite istericamente tutt'uno con il nostro Io all'interno di un automatismo attraverso cui ci arroghiamo la loro cieca disponibilità. In quanto assoggettati al nostro dominio o al nostro protettorato, pretendiamo che essi ci corrispondano con lo stesso fervore e zelo.

NB: non c'è da stupirsi della somiglianza tra sviluppo sociale esterno e sviluppo psichico interno dell'Io in quanto l'uno si edifica sulla falsariga dell'altro.

In quest'area dell'Io, educato nei millenni, al codice d'onore da un lato e all'orgoglio di appartenenza dall'altro, l'esperienza dell'amore si presenta, proprio a partire da questo tiro a due e a seconda del sentimento arcaico di fondo che prevale, come il risultato meraviglioso di queste due istanze le quali, se considerate singolarmente agenti sanno generare solo mostri voraci:

    mostro n.1)
    l'amore basato sull'onore: genera una condizione che esalta l'ambiente istero-paranoide dell'Io. Esso favorisce l'inglobamento, il possesso, l'acquisizione dell'altro e pretende dall'altro cieca disponibilità negandone l'autonomia. E' il regno della prevaricazione egoica, ossia vissuta nella unilateralità che non considera la relazione, in quanto l'altro non è percepito come soggetto indipendente. Quando l'inglobamento dell'oggetto d'amore è compiuto la tensione cade, l'amore si fa possesso e la porzione libidica rimasta aderente all'oggetto d'amore inglobato diventa "gelosia": pronta a indurmi quell'insieme di alterazioni psicofisiche che mi faranno "zelantemente" reagire qualora l'oggetto del mio possesso venisse aggredito, leso, rapito o rubato.

    Un sogno dirà in modo sintetico e più violento quanto fin qua ho cercato di esporre:

    La sognatrice vive il suo giorno di nozze. La cerimonia nuziale è già avvenuta e ci si trova al ricevimento. Giunge il fatidico momento di regalare le bomboniere agli invitati. Ella comincia a prenderne una e nell’atto di offrirla essa le si apre tra le mani e ne fuoriesce un grande ragno nero. Il suo gesto, inoltre, è come se fosse agito su ogni altra bomboniera sicchè, in un attimo, tutto il buffet brulica di ragni neri.

    La gelosia è dunque una pulsione puramente egoistica protesa a garantire la conservazione del proprio privilegio anche a discapito dell'altro ("l'amato!").

    mostro n.2)
    l'amore basato sull'orgoglio. Tende a reagire all'ambiente istero-paranoide dell'Io riconoscendo l'altro come un'appendice verso la quale mettere a disposizione le proprie potenzialità. E' il mondo dell'altruismo estremo, della benevolenza ossia del volere bene in modo assoluto e abnegante. L'amore non è più possesso e disponibilità dell'oggetto d'amore ma è disponibilità all'oggetto d'amore. Non v'è dunque spazio alcuno per la gelosia in quanto il bene dell'altro non può essere vissuto come una detrazione. In compenso la disponibilità verso l'oggetto d'amore, sospinta dal vento della paranoia, nutre oltre la necessità di nutrire e protegge anche quando non è richiesto aiuto. E' il mondo schizofrenogenico della madre virago e vampiro.

    E' il mondo iperprotettivo del cosiddetto maternage produttore di insicurezza e di eterna dipendenza.

Ci corre l’obbligo a questo punto di voltare la medaglia e, per rinfrancar lo spirito, ricordare che l'amore è anche una cosa meravigliosa, una magica alchimia, una gracile barca che naviga incerta tra Scilla e Cariddi e che va difesa con attenzione e presenza continue pena il venire risucchiata nei vortici dell'uno o tra le fauci dell'altro.

Ci siamo ripromessi di parlare di amore e gelosia. Permettiamoci adesso di parlarne al tempo presente aiutati dagli scenari che fin qui abbiamo evocato.


Gelosia

Etimologia: dal latino medioevale "zelusus" (pieno di zelo) a sua volta derivante dal greco "zelos": "emulazione", "invidia" aggiungerei io oggi "invidia superata nel possesso raggiunto e nell'emulazione riuscita che porta l'invidia a trasformarsi in gelosia".


Gelosia verso persone ed oggetti

Si può essere gelosi dei più diversi "oggetti" d'amore: delle proprie cose, della propria vita "privata", del proprio partner, insomma di tutto ciò che può essere preceduto dal pronome possessivo "mio". Certo, i gradi di complessità crescono quanto più ci si addentra nelle gelosie verso le persone ma in definitiva si può affermare che le dinamiche di fondo sono le stesse anche se nei rapporti interpersonali l'incrocio di simmetriche corrispondenze complica parecchio le cose. Dunque è solo per sterilizzare il discorso che parlo in prima battuta di gelosia verso gli oggetti e dopo di gelosia interpersonale, termine non esistente perché concettualmente incongruo e ciò volutamente, proprio per aprirmi la strada al suggerimento che vorrei trasmettere: riflettere su quanto sia poco "umano", dunque assolutamente incongruo fare dell'altro oggi un nostro oggetto.


I vari tipi di gelosia

Si possono elencare vari tipi di gelosia

- la gelosia reattiva

- la gelosia preventiva

- la gelosia retrospettiva

La prima, gelosia reattiva, è gelosia fisiologica: es.mi rigano la macchina, faccio terribili pensieri e magari impreco, non sarà inglese ma è fisiologica alla nostra latitudine.

La seconda, gelosia preventiva, vive nel mondo della patologia: per evitare che l'oggetto d'amore venga danneggiato lo metto sotto sequestro preventivo.

E' il regno della patologia schizo-paranoica con tutte le sue mortifere implicazioni tipica del mostro n.1 ricordate?. Non presto la macchina a nessuno per evitare che me la danneggino. Non presto il libro perché temo che non me lo rendano. Uccido la donna che non vuole stare con me affinchè non sia di nessun altro.

La terza, gelosia retrospettiva, è ancora più grave da un punto di vista clinico perché essa denuncia la sopravvivenza di una psiche primitiva caratterizzata da pochezza di spazio e tempo interiori; vive nel mondo dell'orgoglio ferito, nella società dell'onore, della vergogna e del sangue. Il soggetto, preda di questo sentimento, costruisce un mondo irreale, distorto, persecutorio fatto di ipotesi e di fantasmi. Es.: strappo il libro che mi è stato regalato perché da una piega di pagina mi convinco che qualcuno lo ha già letto prima di me!

Oppure da un giornale: "Uccide la moglie perché non era vergine".

Poiché la gelosia denuncia l'aspetto strumentale dell'oggetto amato, essa denuncia la natura dell'amore a cui sempre si accompagna: amore altrettanto strumentale. Perché? Perchè l'amore così inteso e così esercitato è lo strumento, come abbiamo già accennato, per il gonfiamento e l'arredamento (mobili, funzioni e servizi) dell'ego. La gelosia è la sua guardia di soglia.

Amore e gelosia diventano così il maestro di chiavi ed il guardiano di porta.

Con una piccola differenza: che se queste due figure simboliche sono presenti nelle tappe salienti di ogni viaggio iniziatico, in ogni impresa che racconta le peripezie dell'eroe (Virgilio era un maestro di chiavi per Dante, Cerbero era un guardiano di soglia), nel nostro caso queste figure allegoriche sono utilizzate proprio per indicare la chiusura all'ignoto ed il rifiuto di riconoscere l'altro come altro da sé.

Chi "fa" analisi, da analista e/o da analizzando, sa bene che questo riconoscimento dell'altro esterno a me segue il riconoscimento interiore dell'altro da me in me medesimo.

L'amore come possesso segue lo psichismo del cervello rettiliano quello che funziona in base al meccanismo stimolo risposta: io so di me e dell'altro da me. L'amore come volere il bene dell'altro segue il meccanismo psichico dell' io so di sapere in me di me e dell'altro da me. In realtà il discorso della struttura psichica è complesso, lo abbiamo affrontato più volte nel passato e non possiamo che rimandare ai nostri "atti" già disponibili. Qui ci basta rammentare semplicemente che se l'altro da me non è scoperto anche parte mia interiore, esso mi resta sempre e solo oggetto, mentre se lo scopro come parte mia egli si vivifica della mia soggettività ed è questa mia percezione di me che mi aiuta a riconoscere e a conservare all'altro, fuori di me, la sua propria soggettività. Ecco il germe del difficile passaggio dall'amore interdipendente basato sulla rigida divisione soggetto-oggetto all'amore intersoggettivo basato sul reciproco riconoscimento


L'Amore tra Conservazione e Trasformazione.

Anche nell’amore, dunque, che si tende a relegare nei confini del "naturale", l’uomo mostra la sua condizione contraddittoria sospesa tra conservazione e trasformazione. La conservazione spinge dunque l’uomo al concretismo, al narcisismo, alla patologia della comunicazione. La conservazione è perpetuazione del rapporto d’interdipendenza basato sulla archetipica divisione soggetto-oggetto, maschio-femmina, onore-orgoglio. La trasformazione spinge l’uomo al simbolo, all’integrità psichica, al ritiro delle proiezioni, alla corretta comunicazione, alla libertà dalla condizione archetipale. La trasformazione anela all’instaurarsi del rapporto intersoggettivo basato sul reciproco riconoscimento della soggettività. La trasformazione cerca un altro termine se ancora "ti amo" vuol dire "ti voglio". Se così è infatti esso segna inequivocabilmente la prevaricazione dell'uno, il possessore, sull'altro, il posseduto. Non ci si può "amare" reciprocamente pena l'irrigidimento statuario nell'abbraccio possessivo e mortifero.

Stesso blocco ingessante si produce nel caso in cui entrambi vogliono contemporaneamente e fuori dalla relazione l'uno il bene dell'altro decidendo ognuno da sè quale sia il bene dell'altro.

Il bisogno di un amore più vasto, che come dice Rilke, deve ancora venire, riconsidererà la necessità della circolazione dell'amore o meglio, del volere il bene e questo riporta nuovamente in auge il valore del gruppo.


L’individuazione del gruppo

Siamo partiti dieci anni fa parlando di branco. E’ significativo che l’Ombra dell’Amore ed il suo limite si ritrovino là dove esso, in modo goffo e innocente, mosse i primi passi e avvertì le prime sensazioni: nel branco primordiale. Oggi dobbiamo proseguire il lavoro perché la psicoanalisi dialettica che sorregge la ricerca sui gruppi prosegua lungo questa linea evolutiva: se l'amore tra due è stata la morale ed immorale fu l'amare i tanti, ebbene, il bisogno di "individuazione" del singolo, accolto insieme al bisogno di coltivare e raffinare il gruppo reale (Individuazione del gruppo), fa sì che le cose si possano capovolgere e possa essere dunque proprio l'amore esclusivo e di coppia cosa immorale quando costringa la tensione erotico - conoscitiva entro ambienti angusti. Credo che in questa chiave estesa vadano letti gli abominii, gli efferrati delitti di cui è piena la cronaca. Sul piano analitico individuale si può parlare di perversione e di follia; sul piano simbolico e generale questi gesti sono "incubi" di un'umanità che tarda a liberarsi di vecchie strutture psichiche ormai incapaci ed inutili al movimento inevitabile della vita, della coscienza e dei suoi modi nel consorzio umano.

Ada Cortese


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