Conferenze
Associazione GEA Via Palestro 19/8 - 16122 Genova - Tel. 010-888822 Cell 3395407999


Home 2001
N° 02 Agnese Galotti

Agnese Galotti
 CONFERENZE 

ESTASI E PANICO


La riflessione che segue propone un confronto tra due concetti, quello di estasi e quello di panico, apparentemente ed immediatamente riconducibili a due esperienze opposte, concetti tuttavia che, ad un esame più attento, mostrano profonde ed inaspettate similitudini, fino a rivelarsi, due momenti, due fasi, di un medesimo processo.

L'estasi richiama ad un'esperienza a carattere marcatamente positivo, corrisponde ad una sorta di acme del piacere esperito con tutti i sensi, esperienza altamente anelata da molti, più che augurabile, in quanto ha a che fare con il sublime; è l'esperienza eccezionale di contatto con la dimensione più elevata l'uomo sappia immaginare.

Il panico al contrario rimanda ad un'esperienza a carattere marcatamente negativo, spiacevole, relegato per lo più alla sfera del patologico: qualcosa che nessuno si augura, come il dolore e che, in quanto tale, sembra lo si possa solo subire; anche qui sono coinvolti tutti i sensi in un'esperienza altrettanto totalizzante.

Fin qui ci troviamo entro i limiti della più ortodossa dualità: due esperienze contrarie, appartenenti a campi differenti (quello religioso/rituale il primo, quello psicopatologico/psichiatrico il secondo), associata al bene, al piacevole l'una ed al male, allo spiacevole l'altra.

Tuttavia, come già l'accostamento - non certo nuovo - tra "sacro e follia" anticipa, la somiglianza profonda tra realtà apparentemente contrarie, può essere colta solo se si riesce a prendere sufficiente distanza da qualsiasi pre-concetto, tanto da assumere un autentico atteggiamento dialettico, che non può che spingere, per sua natura, a superare l'opposizione dualistica fino ad aprirsi ad una visione superiore e più ampia, capace di realizzarne la sintesi.

La realtà può quindi essere percepita all'insegna della dualità, e quindi ordinata secondo il principio rigido (bene/male, giusto/sbagliato, piacevole/spiacevole,…) oppure può essere colta nella sua unitarietà, nel suo essere una al di là delle apparenze e pertanto, più che contraddittoria, multiforme nelle sue manifestazioni.

Ricordiamoci che questa differenza, più che dalla realtà stessa, dipende dall'atteggiamento psicologico di chi la indaga: è cioè una variabile dipendente dalla visione del mondo dell'osservatore, dalle caratteristiche dell'occhio che vede.

Va da sé che ogni percorso di conoscenza, filosofico o spirituale che sia, nella misura in cui porta in sé un'apertura alla visione universale, indica la necessità di superare la visione apparente ed immediata, spesso frammentata e mette in guardia rispetto al dualismo che trae spesso in inganno i nostri sensi ed il nostro giudizio; questo tipo di invito, nel quale ci ritroviamo, porta a considerare la molteplicità cogliendola però all'interno di una visione globale, unitaria, che, lungi dal negare le differenze e le innumerevoli sfumature, ne riconosce senso ed esistenza entro una totalità armonica, che talvolta è solo intuita, altre volte - più rare - è invece concretamente percepita.

L'ipotesi che vogliamo seguire è allora quella secondo cui i due concetti da cui siamo partiti, l'estasi ed il panico, sarebbero due espressioni di un medesimo fenomeno, ovvero l'irrompere del ‘numinoso’, della totalità dell'esistenza, con la sua immensità ed atemporalità, nella piccola vita del singolo soggetto che ne fa esperienza, il quale, per mille ragioni e contingenze, può presentare accoglienza o rifiuto e quindi può riportare differenti ed anche contrastanti vissuti.

Entrambi fanno riferimento a qualcosa di straordinario, di eccezionale, percepito prevalentemente all'interno della sfera emotivo/sentimentale, qualcosa di poco dicibile, di estremamente intenso seppure passeggero ed effimero.

Entrambi comportano una sorta di strascico, di continuazione, che si dice in termini di "desiderio che riaccada" nel caso dell'estasi e di "paura/presentimento che riaccada" nel caso del panico, aspetto che possiamo anche intendere come una forma di attaccamento, (desiderio del piacevole; paura dello spiacevole).

La somiglianza tra le due esperienze si fa più evidente nella misura in cui cerchiamo di focalizzarne il "valore assoluto", mettendo tra parentesi il segno +/-, l'interpretazione, il giudizio in termini di buono/cattivo, piacevole/spiacevole.

Il mettere in relazione ed in qualche modo a confronto le due esperienze ci permette di introdurre l'esistenza probabile di un ulteriore livello di percezione - uno stato di coscienza - che supera entrambi i precedenti e che potremmo ancora chiamare ‘estasi’ intesa però in un'accezione diversa da quella cui ci siamo riferiti fin qua: una sorta di passaggio sintetico ulteriore, appartenente ad una sfera di consapevolezza superiore, cui sia il panico che l'estasi rimanderebbero, e che possiamo, per meglio intenderci, ricondurre a quel livello di percezione ‘altro’, a quello stato di gioia duratura, frutto del difficile ed infinito allenamento al distacco.

Proviamo intanto ad avvicinarci all'etimologia dei due concetti:

estasi: dal greco due derivazioni possibili: da e k s t a s i V = stato di "stupore della mente"; oppure da e x i s t h m i = "uscire fuori da sé".

E' una forma particolare di esperienza psicologica caratterizzata da un forte senso di espansione, dall'impressione di essere improvvisamente catapultati fuori dal contesto percettivo abituale e di entrare in altre e più ampie dimensioni.

E' frequentemente associata ad esperienze religiose di tipo mistico, anche se si ammette la possibilità di estasi estetica o di stati di coscienza particolarmente elevati, non necessariamente religiosi, definiti "esperienze vertice" o, secondo la definizione poetica di Roman Rolland, "sentimento oceanico".

E' generalmente intesa come un'esperienza di trascendenza nel senso che induce il senso di scavalcamento dei limiti dell'individualità personale per espandersi fuori di sé, in comunione con ciò che può essere chiamato Totalità, Infinito, Dio, a seconda del contesto culturale/religioso in cui viene considerata.

Può essere definita come uno stato alterato di coscienza in cui la mente (intesa come insieme di funzioni quali attenzione, memoria, consapevolezza) ed il cervello funzionano in modo diverso dalla coscienza abituale dello stato di veglia.

L'esperienza psicologica di uscita da sé che ne deriva è caratterizzata da piacevole sensazione di unitarietà della coscienza, nella quale è stata superata la molteplicità dei sensi, dei concetti e di ogni altro contenuto empirico, così che si sperimenta solo una vuota e gioiosa unità.

L'estasi, come esperienza mistico/religiosa, si trova in tutti gli stadi culturali; nelle società tribali può avere parte nelle cerimonie di iniziazione e viene spesso ricercata e/o indotta attraverso danze e particolari movimenti ritmici, capaci di provocare particolari fenomeni psichici e fisiologici caratterizzati dalla momentanea perdita delle normali funzioni della coscienza e dei sensi. Spesso questi effetti vengono interpretati come aventi una peculiare rilevanza religiosa in quanto momento di contatto diretto e personale con Dio o con spiriti e forze soprasensibili.

E' detta unio mystica della tradizione cristiana, samadhi nell'induismo, satori nello zen, fana nel misticismo islamico dei sufi.

Questo legame della condizione estatica con la dimensione più intima e profonda dell'esperienza interiore di ciascun soggetto ne segna i limiti per un'indagine oggettiva: l'osservatore esterno non può entrare nel nucleo profondo dell'esperienza.

In termini più prettamente psicologici l'estasi può essere individuata in quel particolare stato di coscienza in cui l'individuo sospende la comunicazione con l'ambiente, riducendo la sensibilità per gli stimoli esterni.

Jaspers spiega il fenomeno come un'interruzione della relazione soggetto-oggetto, che è la condizione normale della nostra esperienza, in vista di una ricerca di senso che oltrepassa l'ordine sensibile: "mentre la maggior parte dei fenomeni psichici che siamo in grado di descrivere sono descritti nell'ambito di una scissione di soggetto e oggetto, come proprietà del lato soggettivo e di quello oggettivo, esistono peraltro anche esperienze psichiche nelle quali la scissione di soggetto e oggetto non c'è ancora o è sospesa".

L'estasi sarebbe una forma di questa sospensione.

Non sono mancate, nella tradizione psicoanalitica, interpretazioni patologizzanti di questi episodi, tese ad assimilare l'esperienza estatica a forme regressive di tipo schizofrenico, o talvolta a forme isteriche: un esempio per tutti, molto interessante per noi vista l'associazione delle due esperienze, è lo studio di Pierre Janet, psicopatologo alla Salpetrière, sulla sua paziente/mistica Madeleine, titolato appunto "Dall'angoscia all'estasi".

A questo proposito è di estremo interesse un testo recente di Catherine Clèment, filosofa francese e Sudhir Kakar, psicoanalista indiano, intitolato: "La folle e il santo" (ed. Corbaccio) in cui vengono raffrontati due personaggi quasi contemporanei: Ramakrishna e Madeleine, appunto, i quali presentavano comportamenti particolari di tipo estatico molto simili, che sono stati interpretati in maniera assai diversa, dati i due contesti geografici e culturali differenti nei quali vissero, India e Francia, dal che risulta appunto santo/mistico lui e folle da ricovero lei.

Va da sé che qualsiasi visione del mondo che non prenda in considerazione l'esistenza della dimensione universale come realtà vera e tangibile, non può che interpretare riduttivamente il senso di espansione di sé cui l'estasi rimanda come forma di regressione a quella dimensione pre-relazionale che Freud ha definito "narcisismo primario", o addirittura come nostalgia e desiderio di regressione alla condizione prenatale.

Esistono studi secondo cui ci sarebbe un nesso tra esperienza precoce di lutto e chiamata mistica, come David Auerbach propone: quando la perdita di un genitore o di un sostituto parentale sopraggiunge in una fase molto precoce della vita, può rafforzarsi un doloroso senso d'abbandono che può indurre alla ricerca successiva del "Tu eterno"; ci sarebbero alcuni esempi: Teresa d'Avila cominciò la vita religiosa all'età di dodici anni, con la morte della madre; Giovanni della Croce, il cui padre morì pochi mesi dopo la nascita del figlio; Martin Buber fu abbandonato dalla madre quando aveva solo tre anni.

La vita mistica sarebbe quindi anche un modo di diminuire l'agonia della separazione, di attenuare il dolore della perdita, di ridurre la tristezza del lutto, il che non significa necessariamente che sia solo una ‘strategia consolatoria’ dell'Io. Semmai ciò testimonia come l'esperienza del dolore, della mancanza, sia elemento essenziale all'estasi quale percezione della totalità.

C’è tuttavia sicuramente del vero in quanto afferma T.S. Eliot, quando osserva che ‘un uomo non si unisce all'universo finché trova qualcos'altro a cui unirsi’.

In ambito filosofico, nella filosofia alessandrina e neoplatonica in particolare, si parla di estasi secondo un'accezione decisamente più elevata: cioè come di un’esperienza che riguarda la sfera del pensiero più che quella emotivo/sentimentale; (si tratta della medesima differenza cui fa riferimento M. Vannini quando distingue la "mistica nel senso forte" dalla cosiddetta "mistica del sentimento": la prima appartenente alla sfera dello spirito, la seconda alla sfera dello psichico).

In quel contesto l'estasi viene definita come una trasformazione dell'intelligenza operata da Dio nell'uomo (Filone) ovvero l'atto semplice ed intuitivo con cui l'anima si unisce all'Uno (si riconosce essere l'Uno) uscendo da sé ovvero quando l'individuo attua l'assoluto distacco prima di tutto da se stesso in quanto soggetto psicologico (Plotino).

Giordano Bruno fa dell'estasi (raptus mentis) la meta ultima del processo filosofico ed etico come momento dell'unione dell'eroico intelletto con la verità, suo oggetto.

panico: dal greco p a n i k o V , termine che deriva dal nome Pan, dio delle montagne e della vita agreste: era detto timor panico o terrore panico quel timore misterioso e indefinibile che gli antichi ritenevano cagionato dalla presenza del dio.

Pan è un dio che viene rappresentato mezzo uomo e mezzo animale; incarna quindi la natura complessa dell'essere umano che - spesso con difficoltà ed estrema confusione - porta in sé i tre universi: animale, umano, divino, (in corrispondenza con corpo, psiche, spirito). Figlio di Ermes e della figlia di Driope fu portato sull'Olimpo da Ermes, ebbe nome Pan perché si rivelò capace di rallegrare il cuore di tutti. Sarà visto in seguito da mitografi e filosofi come incarnazione dell'Universo tutto.

Nel linguaggio psicologico indica un episodio acuto di ansia caratterizzato da tensione emotiva e terrore intollerabile che può scatenarsi in un individuo che si sente posto di fronte ad un senso di pericolo inaspettato ed immotivato o quanto meno sproporzionato alla situazione concreta, cadendo in uno stato di confusione ideomotoria, caratterizzata per lo più da comportamenti irrazionali.

Oggi esiste una definizione più specifica: D.A.P. (Disturbo da Attacchi di Panico) con tanto di studi epidemiologici e di terapia farmacologica (imipramina).

Sul piano epidemiologico compare tra i 15 e i 35 anni, è più frequente nelle donne ed è distribuito in modo uniforme in tutte le classi sociali.

Freud fu il primo a descrivere in modo dettagliato l'attacco di panico nell'ambito delle nevrosi d'ansia.

Dal 1962 il DAP ha una sua "dignità clinica" nell'ambito dei disturbi d'ansia e dal 1980 è riconosciuto alla stregua di "sindrome clinica".

Va detto che se per un lato la descrizione e la definizione in termini clinici dell'attacco di panico è di fondamentale importanza per chi ne soffre in solitudine, in quanto permette di dare nome e di rendere comunicabile ciò che altrimenti resterebbe un'esperienza terrifica vissuta in silenzio, nell'isolamento, per contro esiste il rovescio della medaglia rispetto a tanta cura descrittiva, ed è precisamente il rischio dell'oggettivazione: una volta oggettivato il malessere lo si disconosce come dinamica essenziale presente in noi.

Quindi, dopo una doverosa attenzione ai particolari dell'esperienza, è bene aprirsi al possibile senso, accedere al significato simbolico, al messaggio inconscio che tale sintomo sta cercando di veicolare ad una coscienza evidentemente ancora sorda o troppo chiusa.

E' bene dunque non vada persa la forte valenza di scuotimento che costringe a prendere contatto con un modo di percepire il reale ‘altro’ rispetto al solito.

Come ogni sintomo anche il panico va accolto in termini di messaggio dell'inconscio che chiede decodifica e non come uno sgradevole imprevisto che va zittito o eliminato.

L'attacco di panico si manifesta immediatamente sul piano vegetativo: senso di costrizione toracica, con dolore e accelerazione dei battiti cardiaci e palpitazioni, dispnea, respiro affannoso, sudorazione, vertigini, parestesie, vampate di calore, brividi di freddo, tremori, ... che possono simulare varie malattie organiche. Non a caso, pare, il 20% dei casi sviluppa tematiche ipocondriache.

A livello psichico comporta senso di perdita di controllo di idee e azioni, senso di svenimento e di morte imminente. In alcuni casi c'è senso di depersonalizzazione e derealizzazione, gli oggetti presenti possono apparire deformati o in movimento.

Spesso c'è ipersensibilizzazione a stimoli luminosi e sonori: tutti aspetti che tendono ad alterare la ‘normale’ percezione della realtà.

Il primo specialista consultato è in genere il cardiologo, ma spesso è il Pronto Soccorso od il Servizio di Medicina Interna ad ospitare i "panici" alle loro prime esperienze.

Una delle caratteristiche più importanti è il carattere improvviso e drammatico del vissuto; il soggetto percepisce un'ansia come totalmente estranea ed incontrollabile, senso di impotenza devastante associato a paura e vissuto di minaccia per la propria integrità fisica e psichica (l'Io).

Nella maggioranza dei casi tutto è vissuto e celato nella sfera privata, (altra caratteristica importante) grazie alla collaborazione dei familiari più vicini.

L'attacco di panico infatti talvolta si manifesta in casa (generando paura di restare soli in casa) ma più spesso fuori casa (con conseguente paura di uscire).

Condizione frequente di scatenamento è la guida in automobile (autostrada, sopraelevata) o sui mezzi di trasporto pubblico, o sul posto di lavoro o in luoghi pubblici (cinema, teatro, supermercato,…).

Altra caratteristica importante è l'ipermnesia: in genere i ‘panici’ ricordano alla perfezione anche a distanza di anni, il modo in cui è insorto il primo attacco di panico e i particolari esperiti e tendono a riferirne la descrizione con intensa partecipazione emotiva e dovizia di particolari.

Ancora un aspetto caratteristico del D.A.P.: il fenomeno definito "ansia anticipatoria", ovvero il timore che gli attacchi si ripetano, una sorta di tensione ansiosa che accompagna il soggetto anche in assenza delle crisi.

L'ansia anticipatoria è meno intensa dell'attacco di panico ma dura molto più a lungo ed in alcuni casi costituisce l'elemento maggiormente invalidante; può interferire nella vita globale spingendo il soggetto a mettere in atto, a scopo difensivo, una serie di meccanismi di evitamento: si tende ad evitare le situazioni considerate a rischio (guida, autostrada, luoghi lontani da casa o da ospedali) e a rimanere in casa, fino a limitare considerevolmente il proprio spazio di movimento; nei casi gravi i soggetti diventano incapaci di uscire da casa se non accompagnati, e arrivano a sviluppare la cosiddetta "paura di avere paura" (fobofobia).

La paura dell'attacco di panico, l'elemento - come abbiamo visto - costante del panico, segnala un desiderio (inconscio) proprio di ciò che tanto è temuto: l'uscita dal controllo, rassicurante ma anche costringente di ciò che è familiare, conosciuto.

Le interpretazioni sono varie: Hillman riconduce il panico alla paura della propria istintualità animale, che avrebbe in Pan, il dio/capro, la sua espressione mitologica.

Altri autori (P. Prini) tendono a ricondurre invece il panico all'irrimediabile senso di finitezza di cui soffre l'umano, posto a metà strada tra la pura istintualità animale (condizione che non gli appartiene più) e la consapevolezza lucida e costante, propria del divino (condizione che non gli appartiene ancora).

Se nei soggetti predisposti all'estasi, come abbiamo visto, è spesso rintracciabile un lutto precoce, nella storia dei soggetti ‘panici’ compare spesso il tema della morte o come esperienza di lutto non pienamente vissuto (difesa dal dolore) o anche come insorgenza precoce del pensiero della morte, quale interrogativo troppo ingombrante ed impegnativo e pertanto accuratamente evitato.

Il panico dunque è spesso inteso come una delle manifestazioni (o esasperazioni) dell'ansia, ma spesso, nella tendenza a patologizzare, si dimentica che l'ansia è un aspetto proprio della condizione umana, della sua natura contraddittoria, perennemente stretta in un conflitto tra due estremi: la dimensione particolare, individualissima (l’Io) da un lato, e l'apertura universale (il Sé) dall'altra.

Il Panico è la paura verso qualcosa di indeterminato, che non si precisa in nessun oggetto di riferimento concreto, e contro cui non c'è nulla da fare.

Ci spinge a scoprire ‘come’ relazionarci con la paura: non va combattuta, non va negata né giudicata, va invece riconosciuta ed accolta affinché possa rivelarsi preziosa compagna di percorso. Ci costringe a trovare il coraggio di reggere la paura e starle accanto, senza fuggirla né soccombere: confrontarcisi scoprendo la possibilità di continuare ad esistere e a vivere pur con la paura; solo allora, quando avrà provocato in noi un poderoso cambiamento di atteggiamento (ci vuole coraggio per reggere le proprie paure!) allora, forse, potrà abbandonarci.

A questo punto possiamo provare ad evidenziare gli elementi comuni ad estasi e panico:

In entrambe le situazioni si ha l'impressione che il funzionamento abituale della coscienza si sregoli e vada persa la familiarità solita.

A questo punto, nel tentativo di un'interpretazione convincente, si può optare per il riduzionismo patologizzante, che riduce appunto sia l'estasi che il panico ad episodi di regressione della mente più o meno gravi, oppure, rovesciando i termini, si può tentare di scorgere, nell'estasi come nel panico, un tentativo (spesso ancora goffo e maldestro) da parte del soggetto (inconscio), di aprirsi un varco nella personalità individuale verso una intuita completezza spirituale, verso l'apertura all'Uno quale vera identità.

In termini junghiani potremmo dirla come un tentativo del Sé di manifestarsi all'interno di una personalità che, nel caso del panico, è ancora prevalentemente preda dell'Io e delle sue manovre di controllo.

Si tratta allora di individuare l'esistenza di un probabile punto critico di equilibrio tra la piena espansione dell'angoscia - giustificata ed accettabile, visto lo ‘sregolamento della coscienza’ - ed il suo trapasso possibile nell'espansione oceanica propria del rapimento estatico.

Questo ci fa intravedere la possibile successione dei due stati d'animo, un passaggio dall'uno all'altro, in un unico processo che li conterrebbe entrambi.

L'angoscia è allora parte integrante dell'esperienza dell'Uno; non può esserci esperienza estatica "ingenua": essa deve passare attraverso l'incontro con il perturbante; l'angoscia ha infatti una funzione di risveglio, è la lacerazione del torpore ovattato di una piccola esistenza infantile, protetta e prevalentemente inconscia. Lo stupore e lo spavento che emergono sono reazioni spontanee di un Io che si trova a prendere atto concretamente di una dimensione che lo trascende e lo sostanzia al tempo stesso e che egli non può assolutamente controllare.

E' grazie a tale scuotimento che l'Io può rendersi conto della sua assoluta relatività e dell'interdipendenza di ogni cosa (‘Io’ compreso) da tutto il resto, quel ‘Tutto’ cui può abbandonarsi fiducioso o a cui può strenuamente contrapporsi, cercando di resistergli, in una battaglia che è già persa in partenza.

Il passaggio dall'angoscia all'estasi può prodursi solo se il soggetto accetta ed impara ad accogliere quello spaesamento radicale che l'ha gettato nell'angoscia.

Se, al contrario cerca istintivamente di resistervi e di tornare indietro, all'universo familiare da cui l'angoscia l'ha strappato, l'esperienza prenderà inevitabilmente la direzione del panico.

Si tratta di cogliere quella "sospensione particolare fra l'angoscia e l'estasi", quell'attimo in cui il soggetto può dare il consenso oppure sancire il rifiuto nei confronti di un'intensità giudicata come insopportabile; quell'attimo decide le sorti dell'esperienza stessa che può trasformarsi nella sensazione di infinito (l'oceanico), qualora ci sia l'abbandono dell'Io al Sé, o può incagliarsi nel timore costante di un'angoscia sempre imminente e mai del tutto superata.

Indubbiamente per alcuni soggetti questo passaggio sarà più critico che per altri ma, se superato, si rivela sicuramente decisivo. Finché resta una difesa, un irrigidimento non ci si permette di soffrire fino in fondo, con tutto il cuore (‘soufrir’, in francese, ha il doppio significato di ‘patire’ e di ‘tollerare’) non si fa l'esperienza completa, col superamento del pregiudizio (‘non ce la faccio’), quindi non si passa dal panico all'estasi.

Possiamo così dedurre che i soggetti inclini al panico sono potenziali sperimentatori dell'estasi (dell'oceanico) come sensazione liberante dalle ristrettezze di una pseudo normalità cui non possono (malgrado lo vorrebbero tanto!) adeguarsi.

Il rapporto tra angoscia ed estasi appare allora dialettico e drammatico: si può passare dall'angoscia all'estasi a partire da una certa concessione accordata all'angoscia nel momento più intenso della sua espansione. In una tale fase critica, la tensione psichica è estrema. Ecco perché, molte volte, il filo si spezza e l'esperienza viene interrotta a metà.

Avere consapevolezza di questo fatto, cioè che nella propria sofferenza psichica (l'attacco di panico, per esempio) è in atto un tentativo evolutivo, di potenziale espansione, può essere un importante riferimento per capovolgere le sorti dell'esperienza e soprattutto per allentare il peso di un giudizio negativo che tende a vittimizzarci o colpevolizzarci.

Come sempre una lettura evolutiva del sintomo è più efficace di una lettura riduttiva ed invalidante.

E' quando ci si trova alle prese con passaggi critici di quel tipo che si può imparare ad affidarsi, ad arrendersi totalmente alla bontà di tutto ciò che è, dolore compreso, a conoscere l'umiltà, a mollare il controllo, sospendendo il giudizio: da lì può aprirsi l'esperienza del distacco, che è la strada alla vera gioia.

Finché continua il rifiuto, finché ci si contrappone al dolore che quel passaggio comporta, si blocca il processo, si resta sospesi tra due universi, esuli in entrambi.

Che cosa impedisce il superamento della soglia?

Potremmo rispondere, sinteticamente: la confusione tra percezione e giudizio.

Se analizziamo con attenzione possiamo riconoscere la differenza tra la percezione di uno stimolo doloroso ed il giudizio negativo che ad esso si associa, amplificandone l'eco ed indirizzandone la reazione.

Anche sul piano neurologico la sensazione di dolore e l'avversione ad essa sono localizzate in punti diversi (cordoni laterali del midollo e tronco cerebrale).

Tuttavia spesso manca la distinzione tra due momenti: ‘sentire’ dolore, da un lato, e irrigidirsi interiormente contro quel sentire, dire di ‘No’, vomitarlo col pensiero, giudicandolo assolutamente negativo restano confusi e sovrapposti.

Quando si forma e su cosa si basa questo giudizio automatico buono/cattivo, bene/male giusto/sbagliato che sembra intralciare il passaggio da angoscia ad estasi?

Banalmente possiamo intuire che esso sia legato all'esistenza di bisogni e desideri volti a garantire la sopravvivenza del singolo individuo, per cui risulta ‘buono’ ciò che ci consente di sopravvivere, svilupparci ed affermarci e ‘cattivo’ ciò che lo ostacola.

A ciò si collega un istintivo e tacito "preferirci", come individuo specifico, al resto dell'universo.

Ciascun vivente quindi tende ad ordinare la totalità dell'esperienza secondo questi criteri, piacevole/spiacevole, buono/cattivo, ma incorre così in una contraddizione fondamentale: in ciò egli rimuove la propria identità universale, ovvero rifiuta - come parte - di riconoscere profondamente (non solo formalmente!) la propria appartenenza e dipendenza da un "tutto", quel tutto che non funziona affatto secondo quel criterio buono/cattivo.

L'individuo non si è creato da sé né sarebbe in grado di sopravvivere da solo; anche fisiologicamente è un semplice depositario della vita, fenomeno misterioso e che lo attraversa e lo trascende; quindi egli, proprio in questa valutazione buono/cattivo, generalizzata ad ogni esperienza, manifesta un egocentrismo radicale e costitutivo.

Questa maniera cieca ed ostinata, propria della creatura finita, di ‘preferirsi’ al resto del mondo, lo coinvolge in una battaglia persa in partenza contro l'ordine del mondo.

L'ordine del mondo, infatti, obbedisce ad una sua propria necessità e continua a dispiegare nuovi esseri viventi e a riassorbirli in una superba indifferenza alle pretese di esistenza assoluta proprie dell'individuo particolare.

Nonostante la sua capacità di riflessione, che gli permette di prendere distanza da ogni dato immediato, l'uomo non si è affatto affrancato da questo meccanismo: il suo cieco ‘preferirsi’ al resto dell'universo non è ancora stato intaccato, funziona come un imperativo categorico, tacito, alimentato dalle nostre più elementari reazioni affettive.

Quindi alla radice dei nostri comportamenti contraddittori, delle nostre nevrosi, si nasconde questo giudizio automatico sull'esperienza in termini di ‘buono/cattivo, giusto/sbagliato’ a seconda degli effetti immediati che esercita su di noi e nella rimozione di una visione più ampia, di cui pure ‘sappiamo’.

Da qui la necessità di operare una "sospensione del giudizio", di imparare a mettere fra parentesi i giudizi immediati sull'esperienza, di esercitare l'epokè fenomenologica di cui parla Husserl, per aprirsi ad un nuovo atteggiamento, ad una nuova visione e quindi a nuova conoscenza.

Possiamo allora farci testimoni, dentro di noi, dell'automatismo di innumerevoli ‘sì’ e ‘no’ estremamente immediati, che non sono frutto della nostra reale capacità riflessiva ma appartengono invece all'ottusità di una coscienza ingenua ed egoriferita che permane in noi oltre il necessario, la quale continua a ordinare l’esperienza nei canoni semplicistici di una dualità rassicurante.

C’è una metafora buddista particolarmente esplicativa in proposito: la metafora del "fardello" e della sua deposizione.

E’ come se noi portassimo da sempre un enorme fardello (talvolta erroneamente scambiato con il corpo) che consiste nella "preoccupazione per il nostro proprio essere", per la sua preservazione tra cause ed effetti, fra volontà altrui, e fra eventi contrastanti della cosiddetta ‘realtà esterna’.

Non avendolo mai deposto finiamo per non realizzare nemmeno più di poterlo deporre e non lo notiamo più (effetto abitudine).

Così tesi ed indaffarati tra mille impegni non sospettiamo l'immenso sollievo che la deposizione del fardello può dare, ovvero lo smettere di affermarci contro l'ordine del mondo ed alle spese degli altri.

Deporre il fardello è anche smettere di giudicare tutto in termini di buono/cattivo.

E' attuare l'epokè di Husserl, aprirsi al distacco eckhartiano.

E' un'esperienza potentissima, anche sconcertante, grazie a cui si giunge ad una sensazione di gioia che non è l'opposto del dolore, bensì superamento della scissione stessa gioia/dolore, piacevole/spiacevole, quindi unione d'opposti.

In termini filosofici Hegel l'ha definita "vita dello spirito":

"Non quella vita che inorridisce dinanzi alla morte, schiava della distruzione; anzi, quella che sopporta la morte e in essa si mantiene, è la vita dello spirito. Esso conquista la sua verità solo a patto di ritrovare se stesso nell'assoluta lacerazione. (…) Lo spirito è questa forza solo perché sa guardare in faccia il negativo e soffermarsi presso di lui. Questo soffermarsi è la magica forza che volge il negativo nell'essere."

(da: "Fenomenologia dello spirito")

La conseguenza importantissima che ne deriva riguarda la diminuzione della distanza fenomenologica tra gioia e sofferenza nel senso che la sofferenza è percepita sempre meno dolorosa, non essendo più giudicata negativamente ed essendo sempre più accolta come parte integrante della vita.

Non si tratta di rassegnazione né di quiete negativa o privativa: c'è rallentamento del flusso emozionale ma si apre qualcosa che è stato definito in vari modi: beatitudine, amore, vita.

Va detto anche che, nella misura in cui portiamo un fardello senza più neppure immaginare di poterlo deporre, noi finiamo per non mettere più in discussione la necessità di portarlo, quindi cerchiamo di farlo ‘il meno faticosamente possibile’, cioè finiamo per mettere in atto tutta una serie di piccoli aggiustamenti, di innumerevoli ‘meccanismi di difesa’ che ci aiutano ad alleggerire il fardello stesso, rendendoci in questo sempre più complici dell'idea di doverlo portare a vita.

Tuttavia, per fortuna, nessuno pseudo equilibrio risulta più di tanto costante: proprio il nostro essere "animale malato" per eccellenza, come Nietzsche amava definire l'essere umano, ovvero nevrotici, affetti dall'inquietudine del vivere, ci riporta puntualmente al disequilibrio, talvolta anche inquietante: puntualmente accade ‘qualcosa’ che torna a creare l'incrinatura, torna l'ansia, l'angoscia della finitezza, la consapevolezza della morte e quindi torna la necessità di unione, di superamento della scissione.

Si tratta di fattori interni e/o esterni che prendono alla sprovvista i meccanismi di adattamento al reale, introducendo una perturbazione improvvisa e profonda; allora abbiamo l'occasione di sperimentare qualcosa di insolito, di non familiare: di colpo, senza perché, ci sentiamo toccati nel profondo. Il precario equilibrio cade.

L'essenza di tale esperienza, in cui pure l'ansia ha una grande parte, concerne potenzialmente il sollievo legato alla deposizione del fardello ed all'assoluta gratuità di quella gioia che non è frutto di sforzo alcuno.

Ha l'aspetto del risveglio: lo svelarsi di una visione che era sempre stata lì, a disposizione.

Tuttavia, accanto alla gioia, tale esperienza comprende anche - con modalità variabili - profonda angoscia.

L'angoscia esprime allora il contraccolpo disorientante o destabilizzante che lo psichismo patisce per l'improvvisa deposizione del fardello.

Paradossalmente siamo tanto attaccati al nostro fardello che solo il presagirne la scomparsa ci proietta in uno spazio di pura libertà che ci fa perdere ogni riferimento.

L'angoscia è compagna del mistico, che può accedere all'estasi (nel senso vero, di uscita da sé, dal piccolo Io psicologico) solo passandoci attraverso e superandola, rendendola strumento di un'accoglienza totale di ciò che è.

Intravediamo allora l'affinità tra misticismo e follia: colui che per un motivo o per l'altro non supera la barriera dell'angoscia - che arriva quindi a non deporre il fardello ma a non poterlo neppure più continuare a portare - sprofonda in qualche forma di follia (disagio psichico).

Inversamente una ‘follia’ (sofferenza psichica) non ‘guarita’ ovvero non ‘normalizzata’ ma contenuta, grazie ad un confronto appropriato con l'angoscia, può aprire la strada al mondo dell'estasi ovvero della gioia-distacco.

In conclusione: l'uomo continua a soffrire, in una ripetizione drammatica, soprattutto in quanto non acconsente al suo stesso soffrire; si irrigidisce inutilmente, continua a giudicare la propria sofferenza ed a contrapporvisi.

Se, al contrario, accetta la sofferenza, se le va incontro, essa svanisce perché viene meno il suo nutrimento principale, che consiste proprio nel rifiuto.

Non solo svanisce ma si trasforma in qualcosa di notevole, di veramente grande, in quanto avviene il cambiamento di atteggiamento essenziale, ovvero l'apertura a ciò che era ancora vissuto come ‘altro’, estraneo, escluso dalla totalità.

Quindi abbiamo bisogno di cominciare a dubitare della negatività assoluta dello stimolo doloroso che ci accade di sperimentare.

Se riusciamo a dubitarne seriamente, anche solo per un istante, abbiamo la possibilità di estendere tale dubbio a macchia d'olio e di far saltare un meccanismo automatico che ingiustamente regola la nostra visione del mondo.

Ma è proprio in questo che consiste la vera difficoltà: sospendere veramente il giudizio, ed aprirsi realmente a sperimentare, qui ed ora.

Il compito per eccellenza resta il mettere in dubbio l'Io: prosciugare alla fonte il dinamismo infernale della preferenza affettiva, il preferirsi coatto.

Ciò comporta il riconoscimento che la vita individuale (con scissione buono/cattivo) è l'errore per eccellenza, ciò che deve essere superato affinché la pienezza che custodiamo possa esplicitarsi.

Si giunge così non tanto all'eccezionalità dell'estasi ma alla "normalità" dell'estasi nel senso vero di distacco da qualsiasi volontà propria, nella consapevolezza dell'universale come unico slancio vitale.

Purtroppo l'uomo è ben organizzato per resistere alle ‘pressioni dell'infinito’ e spesso solo una ‘crisi’, ovvero un cedimento improvviso dei meccanismi di difesa può consentire l'apertura.

Il primo passo di ciò che diverrà l'estasi è quindi l'angoscia: l'estasi è l'oltrepassamento dell'angoscia nel senso che arriva a percepirla come non più sofferenza. Tutto è bene.

Da Emily Dickinson "Poesie"

E' un'angoscia più intensa della gioia,

è il dolore della Resurrezione,

quando le schiere dal rapito volto

di là dal nostro dubbio nuovamente s'incontrino.

E' l'estasi violenta che scuoterà la tomba,

quando il sudario allenterà la stretta

e creature vestite di miracolo

saliranno a due a due.

Agnese Galotti


 HOME     TOP   
Tutti i diritti sui testi qui consultabili
sono di esclusiva proprieta' dell'Associazione G.E.A. e dei rispettivi Autori.
Per qualsiasi utilizzo, anche non commerciale,
si prega prima di contattarci:

Associazione GEA
GENOVA - Via Palestro 19/8 - Tel. 339 5407999