Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione GEA
Direttore : Dott. Ada Cortese
Via Palestro 19/8 - 16122 Genova - Tel. 010-888822 Cell 3395407999

Home Anno 02° N° 05
Settembre 1993 Pag. 9° Ada Cortese

Ada Cortese

 ATTIVITA' 

VIOLENZE PRIVATE E PUBBLICHE VIRTÙ

Non esiste una violenza buona o una cattiva.

Alla voce "violenza" il dizionario così recita: "Qualità di ciò che agisce con forza - Mezzo tattico col quale l’individuo esercita il suo potere".
Non esiste pertanto una violenza buona o una cattiva.
Violenza e potere sono categorie universali necessarie alla vita e richiamano, al di là del bene e del male, il concetto della Forza .
Senza addentrarci in una sistematica generale del fenomeno, limitiamo il nostro interesse ai "problemi" generati dall’esercizio della violenza nei rapporti interpersonali.
In questo contesto essa è sempre un fenomeno reattivo e quindi difficile da esaminare avulso dall’universo in cui si manifesta (pensiamo all’iper-reattività patologica dei maniaci sessuali, alla spirale paranoica di certe relazioni di coppia, agli "equivoci linguistici" generati da comportamenti inconsciamente provocatori) .
Ma, ciononostante, nell’individuo che la subisce (al di là del problema linguistico e della difficoltà di comunicazione di cui essa è il sintomo) rappresenta un "reale problema traumatico". E’ proprio tale problema quello che ci interessa essendo il tema del prossimo Gruppo d’Incontro che si terrà a GEA.
Dal punto di vista psicologico è metodologicamente utile definire come violenza "la causa" di quel particolare e pernicioso "effetto" prodotto in chi la subisce e giudicato dal suo particolare punto di vista.Essa, simbolica o fisica che sia, è sempre avvertita come una grave intrusione, una violazione della propria sacralità, richiamando così vissuti di "profanazione" e contaminazione che possono compromettere la vita affettiva della "vittima".
Secondo la psicologia analitica e la filosofia sperimentale è necessario non "sterilizzare" i sentimenti di rabbia, di dolore e di "profanazione".
Questi sentimenti devono essere espressi in un contesto capace di accoglierli e di immedesimarsi in essi, assorbendoli, per contenerli insieme. Devono essere espressi in tutta la loro intensità (recenti o remoti che siano) , non solo per raggiungere una sorta di "catarsi" che faccia del brutto episodio un ricordo vuoto privo di connotazioni emozionali, ma soprattutto per liberare l’energia psichica del soggetto che è rimasta imprigionata in quel trauma e che potrà diventare carburante per un passo avanti nella consapevolezza.
Uno dei sintomi più frequenti rispetto al tema in oggetto è la violenza a sfondo sessuale che molti analizzandi/e ricordano d’aver subìto da bambini da parte di parenti molto prossimi. Non incesto ma quasi. Non si pensi a situazioni di ignoranza e povertà, o a vicende da profondo Sud. Non si pensi che ciò non avvenga più oggi: vediamo diciottenni che di ciò raccontano e non si tratta di simulazioni perchè anche i sogni lo confermano! L’ obiettivo di un lavoro psicologico dedicato a chi ha subìto violenza, e in particolare a chi ha subìto la violenza psicologicamente più devastante, quella sessuale, è di permettergli di "sgusciare" via dalla identità profanata (potersela lasciare alle spalle come una vecchia pelle nella fase della muta) . Esso è raggiungibile attraverso un lavoro che renda consapevole il soggetto del suo doppio potere: - il potere di "ri-fotografarsi nella situazione traumatica", fissandosi sempre di più, nell’identità della "vittima" e del "corpo profanato". E’ un modo masochistico di utilizzare le proprie risorse perchè, così facendo, si rinnova costantemente il potere dell’aggressore ed il suo passato gesto; - il potere, viceversa, di "andare oltre" restituendo simbolicamente il trauma e l’aggressione all’aggressore colpendolo con la propria superiore "indifferenza". Questa non è cosa facile da raggiungere, ma indirizzando adeguatamente tutti i vissuti e tutto il pensiero del soggetto nell’esplorazione del mondo della violenza, essa può essere conquistata: l’esplorazione della violenza permette di superarla in un concetto che non la comprenda più e che permette di farsi inattaccabili retroattivamente.
Ciò significa giungere all’annullamento del gesto feritore.
Ripeto: giungere all’indifferenza e alla inattaccabilità retroattiva, significa porsi obiettivi non comuni; obiettivi altamente spirituali e chi ha sofferto così profondamente nella carne, tanto da avvertirsi "profanato", è proprio di spirito che ha bisogno perchè la sua carne ne ha bisogno.
Per realizzare questo processo psichico risanatore, concretamente trasformativo, occorre energia, occorre concentrazione, occorre volere "colpire" il bersaglio.
Occorre, in ultima analisi, essere determinati e coltivare il mondo sottile dei simboli e del pensiero, riscattando in esso il mondo pesante dei corpi e delle pulsioni.

Ada Cortese


 HOME     TOP   
Tutti i diritti sui testi qui consultabili
sono di esclusiva proprieta' dell'Associazione G.E.A. e dei rispettivi Autori.
Per qualsiasi utilizzo, anche non commerciale,
si prega prima di contattarci:

Associazione GEA
GENOVA - Via Palestro 19/8 - Tel. 339 5407999