Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione GEA
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Dicembre 1993 Pag. 12° Ada Cortese

Ada Cortese

 MITI E LEGGENDE 

L'INDIA ED IL TEMPO

La Natura non conosce secoli ma ere e per di più si pone al di là di queste.

"Domani mattina sono dal commercialista. Alle 11 sono in banca. Dalle 14 alle 19 sono impegnata con le sedute. Posso vederti solo dopo le 19.30".
In questa telefonata appare con tutta la sua violenza la tirannia dell’ "agenda": l’ordine lineare delle "cose da fare" che incatena la nostra percezione del tempo e condiziona tutta la nostra vita.
Questo tipo di organizzazione è peculiare all’uomo moderno (occidentale e cartesiano) e rende difficile immaginare un tempo non rigorosamente lineare, evolutivo e storicizzato. Sembra che sia stato S. Agostino il primo a concepire la moderna idea di tempo. Ma la sua concezione si affermò solo a poco a poco contro l’idea prima dominante. Infatti i Greci, ai tempi di Platone ed Aristotele, solo 2500 anni fa, non condividevano affatto questo tipo di percezione. Gli antichi filosofi credevano che ogni arte e scienza si fosse sviluppata molte volte e che i loro stessi pensieri fossero la riscoperta di pensieri già noti ai filosofi di tempi precedenti.
Questa credenza corrisponde esattamente alla tradizione indiana di una filosofia perenne, di una sapienza eterna rivelata e ri-rivelata, ripristinata, perduta e nuovamente ripristinata lungo i cicli delle epoche.
"La vita umana - sostiene E. Frank - per Agostino, e cosi’ dopo di lui per tutto il pensiero occidentale, non era solo un processo della natura. Era un fenomeno unico e irripetibile. Possedeva una storia individuale nella quale tutto ciò che accadeva era nuovo e non aveva mai avuto luogo prima. Una simile concezione della storia era ignorata dai filosofi greci e indiani." Per essi la storia dell’universo e’ un processo naturale nel quale ogni cosa ricorre in cicli periodici che si susseguono come i raggi di una ruota, in un continuum nel quale il "prima" ed il "poi" non hanno un senso così necessario ed ove, in ultima analisi, non accade mai nulla di realmente nuovo.
Questa vasta coscienza del tempo, rimossa da noi occidentali ma ancora viva nella tradizione indiana, trascende i confini angusti della biografia individuale (e dei popoli) e costituisce la coscienza temporale della Natura stessa.
"La Natura - sostiene H. Zimmer - non conosce secoli ma ere e per di piú si pone al di là di queste. Gli io brulicanti sono i suoi figli, ma sua preoccupazione è la specie. L’India - quasi fosse la Vita che riflette su se stessa - pensa il problema del tempo usando periodi paragonabili a quelli della nostra astronomia, geologia e paleontologia".
La filosofia indiana percepisce il tempo e se stessa in termini biologici, in termini di specie e non in quelli di un io effimero. Quest’ultimo diventa vecchio, mentre la specie è vecchia, e, in un certo senso, eternamente giovane.
Noi occidentali, viceversa, preda di un antroporiferimento esagerato, consideriamo la storia del mondo come storia dell’umanità, o meglio come la biografia dell’Uomo occidentale.
Pensiamo agli io, agli individui, alle vite, non alla Vita. Noi non vogliamo che le nostre istituzioni umane siano il coronamento del gioco universale della natura, bensi’ confrontarci e contrapporci a questo gioco con egocentrica tenacia . Cio’ porta in se’ una rappresentazione del tempo caratterizzata dall’ossessivo bisogno di organizzare il passato per mettere sotto controllo il futuro.
Potremmo dire che l’Io occidentale, da un punto di vista psicologico, rappresenta l’Atto ovvero la capacita’ della coscienza di concentrarsi sul particolare, sullo specifico, sul contingente per trasformarlo. Rappresenta in ultima analisi il risultato della relazione tra l’uomo ed il suo microcosmo spazializzato.
Questa organizzazione mentale ha prodotto, e’ vero, grandi risultati: ha portato l’uomo sulla luna e gli ha fatto spedire sonde fino ai limiti del sistema solare. Ha prodotto per lui un periodo di benessere materiale mai registrato prima; ma gli ha fatto perdere di vista la Globalità , la Vita, la Specie, e lo ha letteralmente sommerso sotto una spessa coltre di implicazioni, corollari e rifiuti sia sul piano simbolico che reale.
Per ora le nostre scienze non hanno modificato granche’ il tono generale del nostro umanesimo tradizionale, anche se ultimamente la fisica ha cominciato a minarne le fondamenta: il rapporto di causa ed effetto ha dovuto essere abbandonato nella descrizione dei fenomeni subatomici; lo spazio ed il tempo hanno cominciato a fondersi in un rapporto di mutua intercambiabilita’ nei fenomeni "relativistici" e lo stesso concetto di "prima" e "poi" perde significato nelle singolarita’ microscopiche e macroscopiche.
L’Oriente rappresenta il lato rimosso, la coscienza universale che teme d’indossare l’abito umano perche’ ad esso potrebbe finire coll’identificarsi totalmente. L’Indiano indu’ non ha raggiunto fisicamente la luna; egli è impegnato a liberarsi delle illusioni, degli impegni e degli obiettivi umani per recuperare il contatto col tempo universale, col tempo circolare . In Oriente l’organizzazione mentale del tempo e’ funzionale all’obiettivo da cui la coscienza si sente attratta ed essa ricerca il rapporto con l’altra faccia dell’Atto: la Potenza, la sakti, che sa guardare se stessa come energia creatrice e generatrice.
Psicologicamente parlando Oriente (universale) e Occidente (individuale) appartengono alla realtà psicologica di ogni essere umano. Con l’emergere e l’affermarsi del metodo scientifico(pochi secoli) l’Io occidentale ha rimosso l’appartenenza al Tutto. E anche se la stessa scienza riflette su se stessa attraverso l’epistomologia, anche se essa stessa, come la filosfia indiana, torna a parlare di tempi lunghissimi, di ere e di eoni, di distanza astronomiche che spiazzano le umane spazializzazioni, essa non riesce a tradursi in filosofia pratica, sperimentale.
Forse l’Oriente psicologico starà facendo i conti con l’Occidente psicologico rimosso. Forse l’Oriente pecca, proprio come l’Occidente, di unilateralità. Forse...ma è meglio riflettere sulla realtà che piú immediatamente ci appartiene: l’Occidente e sicuramente esso ha bisogno di recuperare il valore simbolico e filosofico del pensiero orientale. Sicuramente l’uomo occidentale moderno, cartesiano, evolutivo, lineare, mancante e perciò ansioso, paranoide e controllante, sta cercando, spinto dal suo stesso inconscio, l’altra dimensione: l’Essere, la Vita, il Soggetto immortale, che, di era in era, semplicemente gioca cambiando i suoi abiti ed i suoi scenari. Concludiamo con un sogno che proprio di questa compensazione tratta:
La sognatrice entra in una profumeria speciale. In essa ci sono tutti i profumi del mondo.Trova a servirla un’amica psicologa. A lei espone il suo problema: cerca un profumo già conosciuto, già incontrato ma di cui non ricorda nulla tranne appunto l’afrore. La psicologa gliene propone alcuni. Al terzo la sognatrice si ferma: lo ha riconosciuto. Legge sulla boccia il nome: "Eternità".

Bibliografia:"Miti e simboli dell'India" di H.Zimmer'46

Ada Cortese


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