Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione GEA
Direttore : Dott. Ada Cortese
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Settembre 1994 Pag. 2° Ada Cortese

Ada Cortese

 EDITORIALE 

IL GRIDO

I mezzi di comunicazione di massa, sempre più sofisticati, sembrano essere solo dei feticci esorcizzanti la realtà del nulla, dell'incomunicabilità e del rumore.

Il problema della incomunicabilità, come tanti altri problemi sintomatici della crescente malattia psicologica del Sistema Uomo, è una realtà con cui ognuno di noi fa i conti quasi quotidianamente. Eppure noi siamo animali sociali. Impossibile rinunciare al rapporto con l’altro.
Equivarrebbe allo zitti-mento della nostra vita pensante giacchè pensare è dialogare.
La qualità del nostro dialogo interiore segna in genere la qualità dei nostri rapporti empirici. Quanto più lavoriamo e raffiniamo il nostro spirito, tanto meno siamo disposti a nutrirci di pure rappresentazioni relazionali in cui può passare anche una gran quantità di informazioni senza la benchè minima comunicazione.
Un sogno si avvaleva della mia figura per dire che essere disponibili al dialogo empirico non significa accettare un letale relativismo o qualunquismo:
Scrivevo una lettera: "Caro qualcuno ho bisogno di te..."
Farsi "Qualcuno" è emergere da un grigio sfondo, dall’amorfismo della massa anonima per sentirsi uomo, per individuarsi, per personalizzarsi. Individuarsi significa diventare se stessi consapevoli della propria soggettività, del proprio compito esistenziale, del proprio esistere come "molecola umana" pensante che dà il suo contributo, investe se stessa e la sua energia nel progetto totale umano di crescita.
Ed è proprio questo diventar qualcuno l’importante lavoro, non nel senso ombroso del successo sociale, nei termini superficiali della convenzione carrieristica, ma rispetto a se stessi, nel proprio percepirsi soggetto responsabile, capace di scegliere: è l’assunzione della responsabilità dell’esistenza.
Con metafora religiosa individuarsi significa diventare un Cristo che sappia di essere semplicemente Un uomo e nel contempo di essere Divino sentendosi responsabile in sè della specie tutta, dell’Universale.
Di questo Qualcuno, di questo Uomo ciascuno uomo ha bisogno. L'individuazione è il solo lavoro che rende possibile sentirsi compagni in un cammino parallelo che ciascuno però può compiere soprattutto individualmente e nella solitudine interiore.
L’incomunicabilità può essere superata solo a partire da questo lavoro.
Siamo in una società dell'urlo e del rumore, dunque del non-ascolto. Il grido (in ogni sua manifestazione non solo in quella sonora: per grido intendo ogni esasperazione nei segni della comunicazione: gesti, abiti, parola, ecc.) mostra due lati:
a) il grido e il rumore come arroganza, come bisogno di zittire gli altri e di stordirsi, come "buzzurreria" dello spirito, come vittoria psicotica dell’incomunicabilità. All’apice estremo della sua rappresentazione esso può sfociare nella follia della violenza fisica "gratuita". Gli esempi si sprecano e riempiono le pagine dei quotidiani.
b) il grido per mobilitarci: vogliamo esasperare il "suono" per noi stessi prima che per gli altri. Abbiamo bisogno di "urlare" per sentirci. Il grido dunque per segnalare il disagio: l'urlo come S.O.S.
Esso segnalerebbe l’uscita dall’assuefazione (se mai c’e‘ davvero stata) all’incomunicabilità. In questa chiave potrebbe essere letta l’esasperazione folle del grido violento: le morti "idiote", i giochi masochistici in cui si vuol sfidare la morte.
Il grido silenzioso e violento mostrerebbe allora le due facce in cui si dibatte la vita: Tanathos ed Eros. Voglia di quiete, di assenza, di non-vita per togliere il dolore da un lato. Segnale di auto-preservazione della vita stessa, voglia di continuare ad esistere in vieppiù nuove e migliori forme dall’altro.
Il fatto di sapere che entrambi agiscono non ci manleva dal prender posizione.
Ciò che è costume sociale impregna anche il nostro mondo interiore ma se non ci prestiamo ascolto, se non comunichiamo con noi stessi come potremo interrompere la catena delle paranoie e della fame d’amore che comunque ci rimane e che, sono sicura, sta alla base della follia sociale che ci attraversa?


Ada Cortese


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