Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione GEA
Direttore : Dott. Ada Cortese
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| Dicembre 1994 | Pag. 2° | Ada Cortese |

EDITORIALE GIU' IL CAPPELLO...
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E vagò a lungo, pensoso e rapito, senza meta e senza DioSiamo di nuovo in quel momento dell'anno che l'esteriorità consumistica, più che un sentito impegno di "fede", ci ricorda essere periodo di letizia: si celebra la nascita dell'uomo Dio e tutti i "credenti" si lasciano cullare dal loro sentimento di facile appartenenza alla Sacra Famiglia.
L'appartenenza al Divino è certo cosa buona per chi la sperimenta. E' cosa buona in sè perché, comunque la si pensi, resta vero che un sentimento religioso tende a rendere l'uomo moralmente migliore. E' cosa buona perché offre la Risposta per tutte le domande. E' cosa appagante perché offre la scappatoia, quando è vissuta solo nella (troppo innocente e perciò stesso volgare)"fede", per risolvere velocemente tutte le contraddizioni che questa "valle di lacrime" costantemente ci ributta addosso.
L'appartenenza al divino può essere vissuta a diversi livelli di consapevolezza.
Ma, al di là delle differenze, risulta evidente che chi crede in Dio abbia vita più "facile" per il semplice fatto che ha trovato il Senso, la Direzione.
Ma chi si dichiara ateo? Che conseguenze arreca alla sua vita il suo "ateismo"? Poiché Dio è, per sua natura, il "Dio dai mille nomi", penso che per riconoscere un uomo ateo non basti la sua dichiarazione in tal senso. Ateo, si sa, è colui che non crede a una realtà trascendente Eppure sono molti i cosiddetti atei che avvertono una tensione conoscitiva così travolgente da non lasciarli mai quietare nel quadro di riferimento puramente umano (naturale e scientifico) a cui dichiaratamente e razionalmente vorrebbero tenersi saldi.
In realtà, se si pone come base della moderna religiosità il bisogno di sintetizzare le conoscenze frammentate che l'uomo, come funzione conoscitiva dell'essere, ha fin qui acquisito, ogni uomo che trascenda il suo campo di conoscenza specialistico spronato da oscuro bisogno di maggiore unità, in realtà è, suo malgrado un uomo evolutivo e quindi, con l'altra metafora, un uomo (di) Dio.
Ogni uomo ateo che non riesca a trovar pace nello status quo logico-affettivo è portatore di energia trasformativa. E' simbolo, suo malgrado e senza saperlo (non lo ammetterebbe mai) , di un disagio che lo costringe sempre a trascendere (anche nelle forme nevrotiche dell'ossessività razionalistica o dell'isteria femminina) le conoscenze date, compreso la stessa struttura del conoscere.
Spesso questo Uomo, più solo degli altri, non riesce a raggiungere ciò che inconsciamente cerca ma non è certo il punto a cui si arriva ciò che conta. Sarebbe miserevole una qualsiasi forma di filosofia che considerasse affermativo solo il "risultato" o facesse del puro nominalismo concretistico (Dio cesserebbe d'avere mille nomi e sarebbe ridotto a segno imbalsamato).
Un maestro Zen chiese una volta ad un suo allievo chi fosse secondo lui ad amare di più Dio: l'uomo che crede o l'uomo che non crede? La risposta corretta è che chi non crede ama più Dio perché, roso dalla sua Assenza, non può che pensarlo sempre mentre l'altro, raggiunta la presunta tranquillità dell'Abbraccio, in Lui addormenta la propria coscienza.
Come possono esservi diversi livelli su cui vivere la propria "fede", allo stesso modo vi sono diversi livelli su cui vivere il proprio "ateismo". Proviamo a considerare i due estremi: l'ateismo quotidiano e il Grande Ateismo.
Rientrano nel primo tutti coloro che vivono le loro esperienze, passate e presenti, senza tornare a leggerle e a pensarle da un punto riflessivo più elevato, tutti coloro che non trasformano in pensiero la loro vitae la lasciano alla sua espressione immediata e frammentaria.
Anche costoro non compiono il minimo sforzo di trascendimento del particolare. Ma proprio per questo rifiuto a portare la propria vita altrove, per questo arroccamento essi sono veri atei.
Rientrano nel Grande Ateismo tutti coloro che, non confortati nemmeno dall'intuizione di essere mossi da una spinta conoscitiva ed erotica universale, sono comunque incalzati a ricercare, a interrogarsi su tutti i grandi problemi dell'universo. Ma in loro, Grandi Atei, io non trovo alcuna sostanziale differenza da chi "crede" ossia da chi ricerca e s'interroga e trascende la particolarità dei propri bisogni immediati, dando alla dinamica conoscitiva, che percepisce in sé e oltre il proprio sé, il nome di Dio. Solo, al limite, un maggiore rispetto per i primi perché la vita è forse più dura da portare.
Perciò, giù il cappello, giù il cappello Signori avanti al Principe Ateo!Ada Cortese
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