Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione GEA
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Dicembre 1994 Pag. 3° Laura Ottonello

Laura Ottonello

 TEORIA 

LA PSICOANALISI COME PROCESSO DI CONOSCENZA

La conoscenza che si dà in analisi non appartiene solamente a colui che cura.

La psicoanalisi nasce come teoria e come clinica verso la fine dell'800: nel 1896, dopo dieci anni di lavoro nel campo della psicopatologia, S. Freud scriveva due articoli nei quali usava per la prima volta tale termine, per descrivere il suo metodo di ricerca e di trattamento.
Nasce dunque la psicoanalisi, in un contesto storico-culturale di stampo positivista, in un 'ottica scientifica che privilegia concetti e funzioni legati alla neurofisiologia. Appartengono a questo periodo le importanti scoperte del sistema nervoso centrale grazie all'opera pionieristica di J.HJackson, autore che influenzerà molto le ipotesi freudiane.
Sul dizionario medico di C.Robin (1858),così viene definita la "nevrosi": "nome generico per indicare malattie che si suppone abbiano la loro sede nel sistema nervoso, e che consistono in un disturbo funzionale senza alcuna lesione visibile nelle parti corrispondenti e senza alcun agente materiale atto a produrlo." Concezione ben diversa da quella che oggi, una psicoanalisi di più ampio respiro fornisce all'uomo, rovesciando completamente il significato simbolico del sintomo. Esso è oggi assunto come messaggio inconscio evolutivo che, in quanto tale, trasforma la relazione analitica in percorso di conoscenza.
La conoscenza che si dà in analisi non appartiene solamente a colui che cura in quanto Soggetto del rapporto, completamente "altro" da colui che è curato, l'Oggetto del rapporto, ma costituisce il nucleo trasformativo del rapporto stesso.
I metodi conoscitivi, perlomeno nell'ambito del pensiero occidentale, sono fondamentalmente due: il metodo oggettivante ed il metodo dialettico.
Una prima grande differenza consiste nella lettura dei fenomeni psichici che, nel primo approccio, sono considerati a sè stanti, fissi e immutabili perché rapportati ad un modello teorico definito (proprio come avviene nel metodo scientifico). Già in questa prima considerazione si evidenzia una grande contraddizione tra la teoria e la prassi: mentre la teoria si riferisce ad un modello chiuso, fisso e ordinato, la prassi si riferisce all'uomo e quindi a qualcosa di mobile, mutabile, e passibile di trasformazione.
Il secondo metodo conoscitivo considera i fenomeni come espressioni, relative al momento dell'osservazione, di un processo in divenire.
Nel primo caso la realtà (i fenomeni, il paziente, i sintomi ecc.) si presenta come "altro" dal soggetto osservante (l'analista); nel secondo caso il reale (la stessa situazione analitica vista nel suo insieme) è esso stesso un Soggetto che dice di sè in un continuo processo trasformativo.
Nell'ambito del pensiero oggettivante, il comportamento umano viene interpretato, proprio per le sue caratteristiche di fissità, statisticamente e si rende quindi necessaria una norma, la quale a sua volta viene assunta come il modo naturale di comportarsi nell'ambito del sociale. Da ciò deriva, naturalmente, il bisogno di strutturare un'ulteriore scissione, cioè il bisogno di stabilire i parametri che sanciscono la norma (intesa come salute) e la devianza (intesa come malattia).
Nel pensiero dialettico, viceversa, la norma non viene dedotta dal momento attuale dell'osservazione ma dal costante processo di trasformazione che l'uomo opera nel suo divenire storico.
L'uomo, infatti, nel corso dell'evoluzione, ha continuamente trasformato la natura in cultura e ha potuto far questo solo "rompendo" con la vecchia logica preesistente (pensiamo, ad esempio, alla portata rivoluzionaria delle scoperte scientifiche ad opera di pensatori quali N. Copernico, C. Darwin o lo stesso S.Freud!!) Anche la visione dell'uomo è differente, a seconda dei modelli che vengono utilizzati. Nel primo approccio l'uomo viene visto come condizionato da leggi di natura che si danno fuori di lui; nel modello dialettico l'uomo è invece concepito come il soggetto responsabile del continuo processo di trasformazione della natura in cultura.
Di mezzo, naturalmente, c'è tutto il processo di simbolizzazione, fulcro del processo del pensiero cui C.G. Jung ha dedicato ampio spazio, che costituisce la prerogativa umana che rende l'Uomo tale.
La psicoanalisi nasce, con Freud, da un metodo di pensiero oggettivante. All'uomo, visto come contenitore di pulsioni inconsce, non è data la possibilità di essere libero; proprio perché, per poter vivere nel sociale, egli deve reprimere la sua dimensione biologico-animale. L'uomo, inoltre, è considerato nella sua individualità e quindi l'Io, quale istanza che media tra il mondo interno e quello esterno, con il suo desiderio "egoistico", diviene l'unico movente alla vita. Ed ecco allora l'infelicità, il conflitto insolubile e il disagio della civiltà.
Con C.G Jung, l'inconciliabile antinomia messa in luce da Freud tra la dimensione pulsionale dell'uomo e la sua inderogabile necessità di essere sociale, si risolve in dialettica. Nella visione junghiana il conflitto si sposa alla "coniunctio" ed e' proprio questa doppia dimensione che contraddistingue la condizione umana che riconosce in se stessa non solo il personale ma anche l'universale.
Ma è proprio la contraddittorietà che permette all'Uomo, almeno a quell'uomo che ha il coraggio di contenerla e confrontarvisi, di trasformare se stesso e, attraverso di lui, il sociale.
Ed ecco allora che la psicoanalisi, come rapporto privilegiato tra due persone che sono entrambe in perenne ricerca e che avvertono entrambe l'anelito alla Soggettività, supera l'angusto limite della terapia e apre le porte ad un processo in divenire che non può che coinvolgere entrambi perché non esiste più il dualismo del pensiero oggettivante.
Non c'è un soggetto conoscente da una parte ed un oggetto conosciuto dall'altra; entrambi portano se stessi come Soggetti in divenire; il rapporto consta di movimenti (regressivi e progressivi) di interazione reciproca che solo inizialmente sembrano configurarsi come interazioni tra la coscienza e l'inconscio dall'uno all'altro e viceversa perchè in realtà nel rapporto da subito e' in azione il Soggetto presente in entrambi.
Affinchè avvenga il processo trasformativo dell'opera analitica, e' necessario dunque che ciascuno dei due riconosca in se' la presenza dei contrari; solo allora sarà possibile comprendere la congiunzione degli opposti e la polarità inerente la vita. Anche il sintomo acquista un nuovo valore perché se ne può riconoscere il senso: non è più segno univoco e imprigionante di un evento specifico (la causalità tipica del pensiero oggettivante) ma assume un più alto significato evolutivo e rivela il senso finalistico del simbolo.
Solo agli occhi di chi sa rinunciare ad una univoca ed equivoca visione della vita come condizione di perenne appagamento in cui ogni tensione si annulla, è possibile compiere "il salto".
il processo che così si realizza,' quello che Jung chiama "individuazione" ,diventa consapevolezza per l'uomo che ogni suo gesto, ogni sofferenza, ogni lotta ed ogni errore, sono momenti indispensabili di un suo processo conoscitivo. Processo che lo innalza ad una condizione di sacralità e dignità poiché lo rende coscientemente partecipe del processo dell'umano divenire.
Secondo Jung, chi vuole procedere secondo la sua psicologia analitica, non può rifugiarsi dietro schemi terapeutici e regole tecniche, non potendo portare che la totalità di se stesso nel rapporto dialettico con l'Altro, proponendo le soluzioni che, di volta in volta, ha saputo trovare anche per se stesso in se stesso. "L'analista - scrive - porta a successo un trattamento precisamente fino al punto in cui egli stesso è giunto nel suo sviluppo morale".
La vita psichica non può essere considerata come un qualcosa di dato per sempre, così come non basta sapere che esiste un "altro da noi" che costituisce una individualità unica ed irripetibile per parlare di conoscenza ma è necessario avere un dialogo continuo con questa alterità che non è solo "fuori" ma anche "dentro" ognuno di noi. il pensiero, di Jung costituisce una linea di continuità storica nel territorio che Freud aveva cominciato ad esplorare e dà l'avvio, con il suo affacciarsi all'universale e con la valorizzazione del conflitto e della contraddittorietà, ad un modello relazionale che non ha più solo una funzione terapeutica ma diventa strumento conoscitivo perché incalzai due del rapporto ad incontrarsi, entrambi, come Soggetti e a superare, quindi, la logica della separazione del pensiero oggettivante che impedisce la liberazione dell'Uomo.

Bibliografia: O. Andersson "Studi sulla preistoria della psicoanalisi" Ed. Liguori, S. Montefoschi "Un pensiero in divenire" Ed. Garzanti, S. Montefoschi "Psicoanalisi e dialettica del reale" Ed. Bertani.

Laura Ottonello


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