Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione GEA
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Dicembre 1994 Pag. 5° Agnese Galotti

Agnese Galotti

 RICERCHE 

GESTO E CONTEMPLAZIONE

L'atteggiamento estroverso ed introverso dell'uomo nel pensiero di C. G. Jung

La suddivisione operata da Jung nei "Tipi psicologici" tra estroversione e introversione, se osservata nell'ottica di atteggiamenti intrapsichici appartenenti a ciascun soggetto umano, si presta ad una lettura interessante.
Si tratta di un movimento della libido, intesa come energia vitale, a doppia direzione: nell'estroversione il moto dell'interesse va dal soggetto verso l'esterno, verso l'oggetto fuori, mentre nell'introversione l'energia va, o meglio torna, dall'oggetto esterno verso il soggetto.
Ciascuno di noi è in possesso di entrambi i meccanismi, che, nel normale svolgersi della vita, dovrebbero interagire in un ritmico alternarsi.
Tuttavia non è raro osservare nei singoli individui, ma anche in contesti sociali specifici o in intere civiltà, il prevalere di uno dei due atteggiamenti a scapito quasi totale dell'altro, con il formarsi di un forte disequilibrio.
Da qui emerge con estrema forza la necessità della conciliazione tra i due impulsi, il che appartiene senz'altro al mondo della religiosità, nel senso etimologico di "religo" unire, mettere insieme. Ma questa, come vedremo, non è più prerogativa esclusiva delle religioni come pratiche confessionali.
Tornando agli atteggiamenti psicologici di estroversione e introversione è evidente la necessità che siano attivi entrambi in ogni soggetto umano affinché possa esserci una vita equilibrata.
E' necessario che il soggetto investa la propria libido, intesa come energia vitale, sugli oggetti esterni, sul mondo sociale ed oggettuale che lo circonda: egli ha bisogno di relazionarsi con l'altro empirico, di incidere attraverso il gesto, l'azione concreta sul mondo circostante. Ha bisogno di determinare di volta in volta il suo esserci attraverso un gesto preciso, tangibile ed incisivo, di "lasciare il segno". Ciascuno ha necessità - ed è la vita stessa a pretenderlo - di rendere di volta in volta "atto" ciò che in sè è in "potenza", rinunciando ogni volta alla totalità che solo in ciò che resta in potenza permane.
A ciò è legato, almeno in parte, il concetto junghiano di "Persona", quale funzione di mediazione tra l'Io e il mondo esterno.
Altrettanto necessario risulta inoltre che il soggetto mantenga viva e sviluppi la funzione complementare, quella che media il rapporto tra l'Io e il mondo interno, tra l'Io e l'inconscio, quella che Jung ha definito Anima, funzione questa che consente di aprire il dialogo con l'inconscio e di realizzare il proprio divenire individuale. Ma ciò comporta un ritiro della libido dagli oggetti esterni e un reinvestimento dell'interiorità cui l'Anima stessa conduce.
Nella nostra cultura, nel contesto sociale del mondo occidentale, è indubbio il prevalere dell'atteggiamento estroverso rispetto a quello introverso: l'alienazione da sè, dai propri bisogni più profondi, il disconoscimento dei propri sentimenti interiori sono il prezzo che paghiamo per l'eccessiva attenzione prestata agli oggetti fuori, che ci portano alla frammentazione più pericolosa.
Essi prevalgono fino al parossismo sul Soggetto in noi. Quel che ne risulta, paradossalmente, è un vissuto di marcata impotenza.
A ciò fa riscontro un malessere diffuso dovuto soprattutto a questo marcato disequilibrio, malessere che, se colto nel suo aspetto positivo, si rivela essere la nostra risorsa: il riemergere in noi di quel bisogno di riunione con noi stessi che solo ci può restituire serenità.
La maggior parte di chi affronta l'analisi presenta, seppur celata dietro i più svariati sintomi p6ssibili, questa profonda necessità di riequilibrio: è - spesso inconsciamente - alla ricerca di un reincontro con sè, di un atteggiamento religioso, di riunire in sè inconscio e coscienza: di ritrovare la propria Anima.
Ecco allora il bisogno di sospensione dell'azione, di allentamento dei legami col mondo esterno, di ritorno a sè, alla propria interiorità. Ecco il senso di quel clima di particolare raccoglimento che l'analisi richiede, per farsi attenti e presenti a quei tesori preziosi cui l'Anima conduce chi le si affida, nelle profondità di sè, fino all'incontro con Dio e alla sua contemplazione.
In questo senso il lavoro analitico ha molto a che fare con la religiosità nel senso più appropriato del termine: è la nuova via di iniziazione a quel mondo che riguarda ciò che è intangibile, invisibile ai cinque sensi orientati sul inondo esterno, ma tanto reale quanto potente in ciascuno di noi; il mondo del simbolo insomma, che sfugge sempre ad ogni spiegazione troppo razionale, che non si lascia mai racchiudere in definizioni che seguono i principi della logica razionale.
Quindi in una determinata fase della propria vita - quella che Jung definisce la "seconda metà della vita" l'uomo si trova a fare i conti con una sofferenza della psiche che non ha altra spiegazione se non la "mancanza di senso".
Se l'uomo non ha fin lì trovato il significato del vivere nella ricerca fuori, non può che tornare a sè: questo è il momento in cui l'elemento di sofferenza, la "mancanza" fin qui vissuta come distruttiva, si trasforma in elemento guaritore, in quanto mostra la sua capacità di svegliare gli archetipi nelle profondità dell'inconscio, che sanno creare un'intensificazione dell'attività psichica più profonda, o più elevata, che è lo stesso.
E l'archetipo più elevato che nell'uomo si può attivare è proprio l'immagine di Dio: vale a dire l'esperienza più intensa e potente cui l'uomo ha da sempre riconosciuto il valore della sacralità.
Dio è quindi la più alta intensità di vita cui possiamo accedere, il significato più elevato cui possiamo attingere nelle profondità dell'inconscio.
Ciò che caratterizza l'attivazione ditale archetipo è che esso si sovrappone alla volontà cosciente del soggetto, e può imporre e rendere possibili atti che la coscienza, con i suoi sforzi, non sarebbe mai in grado di attuare.
E' così che dal punto di vista della psicologia analitica si spiega il risvegliarsi dell'attività spirituale e il comparire dell'immagine di Dio: è la manifestazione di una quantità di libido che, liberata dagli oggetti esterni in cui era imbrigliata, diventa autonoma e attiva un'immagine dotata di potere straordinario.
E' la percezione di una forza strapotente che si attiva in noi, dall'inconscio, e che, in quanto tale, trascende la nostra soggettività individuale, restituendoci alla nostra vera natura di esseri universali.

Bibliografia: C.G. Jung "Tipi psicologici" ed. Boringhieri. C.G. Jung "Psicologia e Religione", idem.

Agnese Galotti


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