Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione GEA
Direttore : Dott. Ada Cortese
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Giugno 1995 Pag. 2° Ada Cortese

Ada Cortese

 EDITORIALE 

"C’ERA UNA VOLTA UN RAGAZZO..."

che amava i Beatles e i Rolling Stones.

Non possiamo sapere perchè quel giovane così gentile, a posto, simpatico, di buona famiglia, si sia ucciso, nè perchè quei due giovani insieme abbiano deciso di compiere l’"insano gesto", nè perchè quella coppia così carina, moderna versione di Giulietta e Romeo si sia gettata sotto un treno, nè perchè sia stato tanto inaccettabile per quel bambino il cattivo andamento scolastico. Non è consentito, pensando alla singolarità che ciascuno di noi è, parlar del mondo interiore altrui per ipotesi o per generalizzazioni.
Nessuno può parlare per ciascuno di loro ma se riflettiamo sull’ "ondata" suicida degli ultimi mesi, possiamo forse individuare un possibile senso anche in vicende così terribili e "inaccettabili".
Credo che sia il Sè, quell’intenzionalità superiore che agisce nella natura e quindi anche nel mondo dell’uomo, che "decide" il suicidio. Penso che il Sè, la Vita che vuol procedere sia disposta a segnalare e anche in modo crudele l’indisponibilità a restare in forme coscienziali anacronistiche. E la coscienza che non serve più è la coscienza narcisistica. Non credo sia possibile proseguire il cammino senza mettere in discussione il nostro ego, il nostro individualismo. Le morti segnalano questo e tanto più le morti giovanili.
Mi sembra riduttivo leggerle come riproduzioni di "beaux gèstes" televisivi o altro, come romanticherie, eroismi e protagonismi. In ogni caso anche in questi riferimenti troveremmo lo stesso messaggio, sempre: l’esasperazione così zelante del protagonismo fino all’estremo limite segnala la patologia del sistema psicologico umano nel suo complesso e nella nostra società a tutt’oggi. E il protagonismo è l’esasperazione dell’egoriferimento, è l’assurda ricerca di un senso privato, del successo, uniche piccole mete che restano a chi è rimasto privato della capacità d’amare.
E’ così odioso indossare i panni dell’"esperto" e parlare per conto terzi, per conto di una fetta di umanità come fosse chiaro allo "psicologo" cosa in essa si muova.
Siamo troppo bravi già come comuni genitori o educatori a oggettualizzare i nostri figli, siamo così desiderosi di qualcuno che ci manlevi dall’ansia che essi ci vogliono comunicare.
Qualcosa sembra volgere a un rovesciamento: sono sempre stati i figli ad assorbire le scariche emotive e i vomiti d’angoscia dei loro genitori. Oggi, in una sorta di nemesi universale, i copioni si rovesciano. Questi nostri figli vogliono altro per poter sopravvivere. E lo vogliono perchè l'Essere, il Tutto che evolve lo vuole. In fondo ci rimandano le nostre angosce e ci dimostrano che non è possibile scaricare nulla su nessuno, nè rimuovere nulla.
Ci dimostrano che occorre superare l’orrore dello scoprirsi "sgradevoli" e accettare di guardarsi allo specchio. Se l’umanità adulta facesse questo, darebbe seria testimonianza di onestà psicologica, base per ogni vero rapporto di fiducia verso la vita.
Non è concesso dire: "la difficoltà della vita oggi", "non trovano lavoro", "e i valori di una volta non ci sono più", "la droga, le cattive compagnie", "l'iper-sensibilità! ".
Palle. Tutti modi per scaricarsi la coscienza, per rimuovere il fatto che non curiamo la nostra intimità e allora come pretendere che curino la loro?
Un uomo, che sia bimbo, adolescente o adulto o vecchio, ha sempre un unico grande ed onnicomprensivo bisogno: di imparare ad amare e a raffinare lo spirito. Ma nessuno insegna questo. La società, a partire dalla scuola, è così povera di questa capacità. Per essa educare significa privilegiare come materie di insegnamento alcune discipline separate, all’insegna della specializzazione e che siano capaci di sviluppare le facoltà razionali dell’uomo.Nessuno dà importanza nella scuola pubblica al canto, alla pittura, alla poesia, alla danza che restano discipline facoltative o meri divertimenti. E l’insegnante raramente si sente responsabile del suo modo psicologico di essere rispetto ai suoi allievi. Ma così non si sviluppa una personalità armonica. Così si sviluppano individui frustrati e repressi, uomini "a una dimensione" o poco più.
I giovani sono tristi e depressi perchè l’amore, che è il bisogno irrefrenabile di unirsi, di attraversare la vita disinteressatamente e con gioia, è ancora tabù.
Sappiamo che del dramma della vita, compreso quello specifico di cui stiamo parlando, non è certo responsabile l’uomo. E’ dramma cosmico che sta nel cuore di ogni cosa, va bene. Ma il Tutto delle cose è movimento, è pensiero e dunque non possiamo sottrarci a ciò che il pensiero ci chiede. Il "nostro" pensiero - sotto le spoglie dei nostri figli e della loro disperazione - il nostro pensiero, ripeto, chiede un nostro contributo a trasformare la vita, a darle nuova forma semplicemente perchè attraverso di noi esso, se davvero lo sapessimo e amassimo vivo, potrebbe farlo.


Ada Cortese


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