Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione GEA
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Giugno 1995 Pag. 12° Umberto Caruzzo
 MITI E LEGGENDE 

ANTIGONE

"Vedo che nuove sofferenze sulle sofferenze dei morti sulla casa dei Labdacidi da tempo remoto si accalcano e progenie non libera progenie, ma un dio li prostra e non ha requie la stirpe. La luce soffusa sull'estrema radice della casa di Edipo, polvere insanguinata sacra agli dei sotterranei, e dissennate parole e cupo delirio, ora la falciano via."

Dal matrimonio incestuoso tra Edipo e Giocasta che, a loro stessa insaputa erano madre e figlio, nascono 4 figli: Eteocle, Polinice, Antigone ed Ismene.
Quando Edipo scopre il duplice delitto di cui si è inconsapevolmente macchiato, parricidio ed incesto, per i quali viene cacciato dal popolo di Tebe, città su cui aveva regnato, cade nella più profonda disperazione.
Da tutti e da se stesso considerato causa delle grandi sventure che affliggono il popolo, Edipo vaga ramingo, accompagnato soltanto dalla maggiore delle figlie, Antigone che, invece di abbandonare il padre cieco e disperato, ne diventa la guida affettuosa che lo accompagnerà fino a Colono, al santuario delle Eumenidi, le dee benevole, dove egli muore finalmente in pace con se stesso.
Antigone è dunque la sola tra i figli-fratelli di Edipo, che ne condivide la seconda parte della vicenda, quella, meno nota rispetto all’"Edipo re", narrata, sempre da Sofocle, nell’"Edipo a Colono".
In quest’opera, che segna la piena maturità del novantenne poeta, Edipo disapprova di essersi accecato dopo l’orribile scoperta, e recupera una nuova "visione" della propria stessa vicenda , quella che abbiamo chiamato la chiaroveggenza, attraverso cui supera la stessa concezione di "colpa".
Di tutto ciò è dunque testimone la saggia e amorevole Antigone, che, pur restando esclusa, in quanto donna, dal segreto che Edipo svelerà al benevolo re Teseo, suo ospite, segreto che con tutta probabilità ha a che fare con i misteri Eleusini tramandati di padre in figlio, viene rassicurata sulla morte serena anzi gloriosa del padre.
Ella dunque "sa".
L’altra vicenda sofoclea che la vede protagonista, l’"Antigone", appunto, narra invece del suo ritorno a Tebe, città lacerata da una lotta intestina che vede scontrarsi tra loro i due fratelli di Antigone, Eteocle e Polinice.
Polinice, il maggiore, cacciato dal fratello, si rifugia ad Argo raccoglie un esercito e cinge d’assedio Tebe. Ma il castigo degli dei, predetto dal ripudiato padre, raggiunge i fratelli che cadono in duello l’uno per mano dell’altro.
Creonte, fratello di Giocasta, si impadronisce del potere, decide di dare degna sepoltura ad Eteocle soltanto, considerandolo difensore della patria, e di far gettare il cadavere di Polinice fuori della città lasciandolo insepolto. Ed è proprio Antigone a ribellarsi all’ingiustizia di tale legge: disobbedisce per "pietas" verso il fratello, non lo abbandona in quella terra di mezzo tra il mondo dei vivi e quello dei morti, condizione cui lei stessa sarà, per punizione, condannata dallo stesso Creonte.
Sceglie di essere fedele alla "legge degli dei" ponendosi su un piano più elevato ed universale di visione rispetto al re ed al popolo che gli obbedisce ma solo per paura.
Creonte la condanna a morte come rea, ed Antigone così ribatte alle sue parole d’accusa: "Non avrei attribuito ai tuoi proclami tanta forza che un mortale potesse violare le leggi non scritte, incrollabili, degli dei, che non da oggi nè da ieri, ma da sempre sono in vita, nè alcuno sa quando vennero alla luce.
E a violarle non poteva indurmi la paura di nessuno tra gli uomini, per poi renderne conto agli dei." In ciò Antigone mostra la propria appartenenza ad un ordine che non è di questo mondo, in virtù di un destino che, a partire da Edipo la coinvolge e la trascina ad agire in un rovesciamento di tutti i valori. Non le è più possibile obbedire alla legge del tiranno in quanto ella "sa", "conosce", ha accesso diretto, ad una legge superiore, che pare essere sempre più chiaramente la legge dell’amore.
Ma mentre Edipo ha operato tale rovesciamento nella totale inconsapevolezza, Antigone, in quanto testimone della "nuova visione" cui il padre-fratello approda, per quanto riguarda la propria vita, è consapevole fin dall’inizio.
Nel dialogo con la sorella Ismene, timorosa di fronte a tanto osare, Antigone afferma: "Non c’è dolore o rovina, non c’è vergogna o disonore che io non abbia riconosciuto nei miei e nei tuoi mali." E ancora: "Anche se tu rifiuti seppellirò mio fratello e tuo." Non si tratta tanto di una "scelta": Antigone non potrebbe agire diversamente.
"Fortunato chi la vita assapora senza sventure; se invece da urto divino è scossa la casa, irrompe ogni disastro e incalzando dilaga." Recita il coro.
Antigone è stata toccata da questo "urto divino", ella porta in sè anzi è il simbolo e la continuazione del processo cui Edipo ha dato avvio, lo porta addirittura nel nome: Antigone significa "contro generazione", rovesciamento della nascita.
Questa è la diretta conseguenza del "sapere" il padre essere anche fratello e compagno, essere al contempo sorella e figlia, in un ribaltamento totale dei ruoli che non le consente più di riconoscersi in rapporti basati sulla sottomissione e sulla dipendenza.
Quando si è in contatto diretto con Dio, quando si riconosce di essere tutt’uno con lui, non è più possibile accettare alcuna mediazione: è il sovvertimento di una legge dei rapporti di cui Antigone è elemento precursore, in tempi forse prematuri che ne causano la solitudine disperata ed infine anche la morte.
La sua è tuttavia una morte che genera altre morti: sul corpo di Antigone si getterà Eumone, suo fidanzato nonchè figlio di Creonte, e accanto a loro anche Euridice, madre di Eumone si toglie la vita: ciò impedisce dunque un seguito alla generazione del tiranno, di colui che impone il proprio potere contando su una passiva dipendenza.
Antigone dunque, pur morendo, apparentemente vittima della totale incomprensione e solitudine, con la propria morte contribuisce tuttavia ad impedire la continuità di una stirpe che avrebbe tramandato di generazione in generazione la "legge del tiranno".
Anche Creonte, seppure troppo tardi, sembra ricredersi sulla validità del proprio atteggiamento: anche a lui, come già ad Edipo, Sofocle sembra offrire un’ultima possibilità di riscatto. Una porta resta dunque aperta di fronte alla legittimità di un criterio basato sull’amore avanti ad un criterio di rigida giustizia che non può assurgere a legge universale. E in questi termini risuona estremamente saggio seppur accorato il lamento di Antigone mentre si reca a morire: "E come posso, misera, volgere ancora l’occhio verso i numi? Quale aiuto chiamare? La pietà mi ha fruttato una macchia d’empietà. Se tutto questo è bene per gli dei, subendo la mia pena capirò la colpa; se in colpa sono gli altri, vorrei che non patissero di più di ciò che fanno, ingiustamente, patire a me."


Umberto Caruzzo


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