Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione GEA
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Home Anno 4° N° 13
Settembre 1995 Pag. 12° Agnese Galotti

Agnese Galotti

 MITI E LEGGENDE 

PERSEFONE O "LA CORE"

"Va', Persefone, a raggiungere tua madre, dea dalla veste oscura, va' con cuore sereno e non essere più così eccessivamente triste. Non sarò per te un marito indegno tra gli immortali; in fondo sono fratello di sangue di tuo padre Zeus. Tu regnerai, anche se sei qui, su tutti gli esseri viventi e avrai il massimo onore tra gli dei. Chi ti offenderà e non presenterà un sacrificio espiatorio, sconterà pene eterne."

 

Nella mitologia greca troviamo l’appellativo di "Core", cioè "la fanciulla", accanto al nome di diverse giovani dee, ma in maniera particolare Core fu usato per indicare Persefone nella vicenda del suo rapimento, quando cioè passò da "Core di sua madre", la grande dea Demetra, a "Core del suo sposo" il re degli Inferi.
Plutone, detto anche Ade, che significa "l’invisibile", o "colui che rende invisibili", era fratello di Zeus e di Poseidone, rispettivamente dio della terra e dio dei mari, ed ebbe in sorte, nella spartizione del mondo, il regno degli Inferi, che da lui prese il nome di Ade.
Accadde che, innamoratosi di Persefone, che gli era nipote in quanto figlia di Zeus, la rapì, complice Zeus medesimo: la fanciulla raccoglieva dei fiori con alcune ninfe quando la terra si spalancò sotto i suoi piedi in una voragine che la inghiottì. Ebbe allora inizio il disperato vagabondare di Demetra che per nove giorni errò sulla terra, digiunando, tenendo nelle mani due fiaccole accese, alla ricerca dell’amata figlia, le cui sorti nessuno le voleva rivelare.
Grande fu l’ira della dea quando, interrogato Elio, dio del sole che tutto vede, seppe che cosa fosse accaduto: decise, sdegnata, di abbandonare l’Olimpo e, assunte le sembianze di una semplice nutrice, si fece accogliere nella casa di Celeo, re di Eleusi, e della moglie Metanira, per accudire il piccolo Demofoonte, loro ultimo nato.
Mantenne celata a tutti la propria identità, mentre ungeva il piccolo di ambrosia e lo esponeva ogni notte "alla forza del fuoco come un tizzone destinato a diventar fiaccola". Demetra ne avrebbe fatto anche un immortale se Metanira, spiandola, non ne avesse interrotto l’opera urlando di spavento e di orrore.
Si attirò le ire della dea che così le si rivolse: "Ignoranti siete voi gente umana, e imprudenti, che non prevedete nè il bene, nè il male. Anche tu, per la tua limitatezza hai subìto ora un danno irrimediabile. Io pronuncio il grande giuramento degli dei sull’acqua della Stige: avrei fatto del tuo caro figlio un immortale eternamente giovane e gli avrei procurato una venerazione imperitura. Ora non c’è più mezzo di fargli evitare la morte." Chiese poi che Celeo le dedicasse un tempio in cui rifugiarsi durante il suo volontario esilio. Frattanto l’ira di Demetra aveva causato un’ostinata carestia sulla terra, impedendo agli uomini di compiere offerte e sacrifici ai loro dei: finchè Persefone non fossa ricomparsa dall’oscurità degli inferi anche la terra non avrebbe fatto germogliare alcun seme, questa era la sua vendetta.
Ciò spinse Zeus ad intervenire: non essendo riuscito a convincere Demetra a tornare, egli chiese infine al fratello di restituire Persefone. Ade acconsentì, ma non prima di aver fatto mangiare alla fanciulla un chicco di melagrana, per evitare ch’ella rimanesse per sempre con Demetra: chiunque infatti si nutre di qualcosa nel Tartaro dovrà farvi ritorno.
Quando finalmente Demetra e Persefone si poterono riabbracciare, fu mandata da loro Rea, madre della stessa Demetra, affinchè le conducesse con sè nell’Olimpo. Si raggiunse così un accordo: Persefone avrebbe trascorso due terzi di ogni anno con la madre sull’Olimpo, mentre un terzo lo avrebbe trascorso con lo sposo nel Tartaro, mentre la terra conosceva la sterilità invernale.
E’ indubbiamente una leggenda densa di simboli, che dà adito ad una quantità di interpretazioni: Neumann vi ha letto il passaggio, nell’evoluzione psichica della donna, dall’identità di figlia a quella di sposa, quindi da fanciulla immersa nel mondo della madre, a donna adulta, che si confronta col mondo sociale, quindi col maschile.
E qui l’associazione nozze-morte è evidente in quanto è richiesta la morte della fanciulla, affinchè avvenga il passaggio che dall’essere tutt'uno con l’uroboro materno, porta ad un’identità di soggetto integro. In un sogno la necessità di questo passaggio è detta così:
>Due donne piangevano la scomparsa di una "figlia", che la sognatrice sapeva essere stata uccisa dal proprio compagno. Si diceva inoltre che da qualche parte bisognava cominciare a "rompere il cerchio".<
Analogamente in numerosi sogni di donne, esse compaiono pronte per le nozze ma non compare lo sposo, in quanto il riferimento è ad un matrimonio interiore.
Le due dee, come venivano chiamate ad Eleusi, le cui vicende appaiono così strettamente legate alla morte e alla rinascita (Persefone è simboleggiata dal chicco di grano, Demetra dalla spiga matura) rimandano ai due aspetti di un’unica identità, due momenti di un unico processo, che le rende tutt’uno con ciò che è universale ed eterno.
Quest’unica identità Demetra-Persefone, madre e figlia insieme, (a cui si aggiunge anche Rea, madre della madre) rimanda al succedersi delle generazioni e quindi all’identità umana unica che esse rappresentano nella sua continuità.
Demetra e Core, madre e figlia, ampliano l’identità individuale, l’Io con cui ci identifichiamo, che è limitato nello spazio-tempo e dunque mortale, fino all’intuizione di una personalità più grande ed estesa che, in quanto tale, partecipa delle vicende eterne.
E' il passaggio dal livello dell’Anima - direbbe Jung - al mondo del Sè.
Non a caso i Misteri Eleusini, ispirati alle due dee, hanno a che fare con quella conoscenza esoterica che non può essere avvicinata che dagli "iniziati" (proprio come accade in psicoanalisi): avviano alla conoscenza della morte quale realtà che è tutt’uno con la vita.
La morte infatti come "scomparsa" è vissuta così da chi resta: è Demetra, tra le due, a fare i conti con la mancanza, così come, paradossalmente, chi vive l’esperienza della morte così come comunemente la intendiamo, è sempre chi sopravvive.
Tuttavia in Metanira, Demetra stessa vede la propria stoltezza: non reggere la tensione della trasformazione, può far scambiare per morte definitiva ciò che è invece un passaggio, l’accesso all’immortalità. Ciò che è "invisibile" non per questo "non è": questo sembra essere il messaggio. E chi ha dimestichezza con l’inconscio lo sa bene!
Un altro sogno così racconta:
>La sognatrice rivedeva la propria madre, morta quando lei era adolescente, che, di fronte al dolore e la rabbia della figlia che si era sentita da lei abbandonata, le diceva: "Ma non capisci che era l’unico modo per esserti vicina? "<
quasi ad affermare l'esistenza di un altro "punto di vista" rispetto a chi vive la "scomparsa" della persona amata.

Bibliografia: E.Neumann "La psicologia del femminile" ed.Astrolabio; C.G.Jung e Kerenyi "Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia" ed.Boringhieri


Agnese Galotti


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