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Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione GEA
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Home Anno 4° N° 13
Settembre 1995 Pag. 13° Agnese Galotti

Agnese Galotti

 MITI E LEGGENDE 

LA FAVOLA DEL SOGNATORE... SOGNATO

"Nelle cosmogonie gnostiche, i demiurghi impastano un rosso Adamo che non riesce ad alzarsi in piedi; così inabile, rozzo ed elementare come quest'Adamo di polvere, era l'Adamo di sogno che le notti del mago avevano fabbricato."

Così narra Borges in "Le rovine circolari", uno dei racconti più evocativi della piccola raccolta intitolata "Finzioni", in cui troviamo la storia di un atto creativo, o meglio di una "paternità" assai singolare, che avvenne appunto attraverso l’attività onirica.
Ma andiamo con ordine.
Si narra di un uomo taciturno venuto dal Sud e del suo arrivo, un giorno, per caso, in quel luogo paludoso dove si trovano le rovine circolari di un tempio ormai distrutto.
Vi si stabilì e cominciò a dormire, "non per stanchezza della carne ma per determinazione della volontà.
Sapeva che questo tempio era il luogo che conveniva al suo invincibile proposito." La gente del luogo lo spiava con rispetto, intuendone la magia, e gli offriva il cibo per sopravvivere, consentendogli di dedicarsi al suo unico compito: dormire e sognare.
"Il proposito che lo guidava non era impossibile, anche se soprannaturale. Voleva sognare un uomo: voleva sognarlo con minuziosa interezza e imporlo alla realtà. Questo progetto magico aveva esaurito l’intero spazio della sua anima." Inizialmente vi si dedicò con costanza giorno e notte: comparvero dapprima sogni caotici, finchè sopraggiunse un’insonnia ostinata che non sembrava volerlo abbandonare.
Fu a questo punto che il mago "comprese che l’impegno di modellare la materia incoerente e vertiginosa di cui si compongono i sogni è il più arduo che possa assumere un uomo, anche se penetri tutti gli enigmi dell’ordine superiore e dell’inferiore." Capì che doveva liberarsi dell’ostinazione che l’aveva accompagnato: accettò l’insuccesso iniziale, non premeditò più di sognare, si occupò di recuperare le energie che aveva perduto, si purificò al fiume al bagliore della luna piena e dormì.
"Quasi subito, sognò un cuore che palpitava. Lo sognò attivo, caldo, segreto, color granata nella penombra d’un corpo umano ancora senza volto nè sesso; con minuzioso amore lo sognò, durante quattordici lucide notti. Ogni notte lo percepiva con maggiore evidenza." Gradualmente passò agli altri organi principali, così che "in meno di un anno giunse allo scheletro, alle palpebre. La capigliatura innumerevole fu forse il compito più difficile.
Sognò un uomo intero, un giovane, che però non si levava, nè parlava, nè poteva aprire gli occhi. Per notti e notti continuò a sognarlo addormentato." Aveva realizzato, dunque il suo grande intento, ma ancora non si trattava che dell’inizio del compito.
Gli comparve in sogno il dio cui era dedicato l’antico tempio, quel dio della statua presente nel tempio, lo stesso al quale il mago si era rivolto implorando soccorso.
"Questo molteplice iddio gli rivelò che il suo nome era Fuoco, che in quel tempio circolare (e in altri eguali) gli erano stati offerti sacrifici e reso il culto, e che magicamente avrebbe animato il fantasma sognato, in modo che tutte le creature, eccetto il Fuoco stesso e il sognatore, l’avrebbero creduto un uomo di carne ed ossa." Nel contempo gli assegnò un compito: l’avrebbe cresciuto come un figlio ed istruito nei riti, e successivamente l’avrebbe inviato alle rovine dell’altro tempio che si trovava più a valle, affinchè anche là fosse celebrato il suo culto.
"Nel sogno dell’uomo che lo sognava, il sognato si svegliò.
Il mago eseguì gli ordini. Dedicò qualche tempo (e furono finalmente due anni) a scoprirgli gli arcani dell’universo e del culto del fuoco. Nell’intimo gli doleva separarsi da lui. Col pretesto della necessità pedagogica, allungava ogni giorno le ore dedicate al sonno. Rifece anche l’omero, forse mal riuscito." I giorni trascorsero sereni, turbati solo da un vago presentimento: "A volte l’inquietava un’impressione che tutto quello fosse già avvenuto..." Venne infine il temuto giorno: il mago per la prima volta baciò l’uomo che aveva creato, gli infuse l’oblìo totale affinchè non venisse mai a sapere della sua natura di fantasma, e lo inviò al tempio stabilito, accomiatandosi da lui.
Da allora, quando compiva i riti davanti alla statua di pietra, pensava, non senza melanconia, al suo figlio irreale, domandandosi se anche lui stesse compiendo identici riti, in altre rovine.
Solo dopo un certo tempo, da due rematori di passaggio, seppe di lui come di un uomo magico, capace di camminare nel fuoco senza bruciarsi.
Il mago cominciò a tormentarsi all’idea che il figlio, interrogandosi sullo strano privilegio, giungesse ad intuire "la sua condizione di mero simulacro. Non essere un uomo, essere la proiezione del sogno di un altro uomo: che umiliazione incomparabile, che vertigine! " Mentre l’uomo si torturava per l’impossibilità di salvaguardare l’oblìo nella memoria del figlio, unica garanzia - a suo giudizio - di una, seppur illusoria, felicità, giunsero dal cielo alcuni segni che diedero l’avvio al ripetersi di ciò che era già accaduto nei secoli.
"Le rovine del santuario del dio fuoco furono distrutte dal fuoco. In un’alba senza uccelli il mago vide avventarsi contro le mura l’incendio concentrico.
Pensò, un istante, di rifugiarsi nell’acqua; ma comprese che la morte veniva a coronare la sua vecchiezza e ad assolverlo dalle sue fatiche. Andò incontro ai gironi di fuoco: che non morsero la sua carne, che lo accarezzarono e inondarono senza calore e senza combustione.
Con sollievo, con umiliazione, con terrore, comprese che era anche lui una parvenza, che un altro stava sognandolo."

Bibliografia: J.L.Borges "Finzioni" ed. Einaudi


Agnese Galotti


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