Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione GEA
Direttore : Dott. Ada Cortese
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Home Anno 5° N° 15
Marzo 1996 Pag. 2° Ada Cortese

Ada Cortese

 EDITORIALE 

PERCHE' NON CAMBIAMO?

Molti di noi conoscono l'angosciante percezione della vita...

...che si consuma nell'orrore dei momenti indipendenti gli uni dagli altri, a compartimenti stagni. Conoscono il potere, il concretismo, la morte di Dio che rende naturale l’uso egoistico della vita. Sappiamo tutti che proporzionalmente al venire meno del divino (ossia del principio unitario) aumenta la pazzia.
Sappiamo! E allora, perchè la nostra conoscenza non basta a trasformarci? Risposta plausibile: perchè la conoscenza è posta fuori di noi, è essa stessa rappresentazione, perchè siamo talmente rodati a vivere la vita in una spaccatura fino alla radice che non riusciamo più a ricongiungerci con noi stessi, con i nostri simili, con la vita, perchè l’opposizione, il principio aristotelico del terzo escluso non concede sintesi, perchè dunque il nostro sapere è esso stesso per noi un film. E’ più comodo vivere per delega. Amiamo pensare che conoscere basta per cambiare.
Conoscere basta per conoscere, per creare conoscenza. E abbiamo finora conosciuto secondo la logica binaria.
Non solo, ma la conquista tecnologica di cui si festeggia il centenario, la rappresentazione cinematografica, è nient’altro che, su scala umana, lo stesso processo che si dà su scala cosmica.
Da Platone fino ad Einstein e di mezzo tanti altri, tutti sono d’accordo nel descrivere l’universo fisico e il suo movimento, compresi noi umani sulla Terra e altrove, comprese le nostre pene e le nostre coscienze, come fotogrammi di una bobina cinematografica già completa che si sta svolgendo, un film, un sogno che l’essere sta sognando e sognando, proprio come accade a noi, incontra se stesso in profondità.
Già, ma noi sappiamo che occorre svegliarsi per farcene qualcosa del sogno, occorre ricordarlo e non renderlo estraneo a noi stessi dando colpa a cibo o altri fattori che non chiamano in causa la nostra volontà e la nostra presenza. Noi siamo il sognatore, noi siamo il sogno e il sognato.
Ripeto: nella visione evolutiva che ci si manifesta noi umani ci riconosciamo d’essere l’essere tutto che cerca di prendere coscienza di se stesso; noi che facciamo parte di questo sogno siamo il sogno, i sognati e il sognante. La grande metafora del Risveglio allude a questo, è un risveglio globale dell’essere tutto che aprendo gli occhi ricongiungendosi a se stesso, tutt’uno con ciò che il suo inconscio (leggi la materia tutta dell’universo noi compresi) gli ha suggerito, salta su se stesso, sulla sua logica conoscitiva oppositiva e in un eterno duetto d’amore si riconosce e dice a se stesso "io sono...te". In ciò noi chiuderemo con le proiezioni, le rappresentazioni e quanto in noi allontana la vita dalla conoscenza: e la vita è sensazione, sentimento, amore, poesia.
Tutto ciò che nel mondo, nel nostro mondo sensibile accade, è esso stesso dramma dell’essere, dall’orda primeva alla società di mercato, alla società democratica con tutti i suoi difetti. La riflessione occidentale è pur quella che ha portato al massimo sviluppo alla massima espressione il rapporto uomo-mondo, io-inconscio, uno-molti, bene-male ed è forse quel tipo di coscienza che dovrà maturare consapevolmente la propria fine, perchè sia una Grande Morte e perchè almeno la morte le appartenga. Morire significa anche nascere; svegliarsi è proprio come addormentarsi: è sempre passaggio di una soglia, è uscire per entrare o viceversa.
Chiedersi allora come svegliarsi o come morire è identica cosa. Io non so cosa si debba fare, penso che ognuno che sia terreno fertile per questo grande salto, se ascolta il suo Sè, se si riappropria dunque del suo Uomo Interiore sarà adeguatamente guidato. Io so solo che è lavoro capillarmente invisibile. La trasformazione radicale del reale disdegna palcoscenici, autocelebrazioni dell’immagine, protagonismi, teoremi e assiomi. Ha bisogno di buio, di umido, di un principio femminile che è il principio della vita stessa in noi, immediata nella sua consustanzialità con l’albero filosofico della conoscenza.
Una volta che ci si rende conto di riflettere e ci si rende conto del proprio disagio e non lo si cede più in mano ad esperti "criminali" e psicotizzanti, c’è quanto basta per non aver più bisogno di stupida lamentosità.
Tutto il disagio che l’umanità si è fin qui trascinato come una zavorra, allude ad un salto evolutivo e non ad una nuova organizzazione orizzontale: si tratta di passare dal regno animale al regno che è già sulla terra da 2500 anni ma dagli uomini sempre annichilito, mai visto, si tratta di passare al regno divino ossia al regno della vera umanità, là dove "non ci saranno morte ed affanni perchè le cose di prima saranno passate".


Ada Cortese


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