Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione GEA
Direttore : Dott. Ada Cortese
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| Home | Anno 5° | N° 15 |
| Marzo 1996 | Pag. 3° | Ada Cortese |

RICERCHE
IL MERCATO DELLA FOLLIA
Chi siamo, donde veniamo, dove andiamo, sono frasi da museo filosofico che fanno sorridere le nostre menti pragmatiche, tanto consolidato è l'automatismo a "fare" in una prassi, in una "technè" abbandonata a se stessa.
Se riflettiamo alla società di mercato e "liberale" e, a margine, democratica in cui siamo calati e che costituisce il sistema ormai affermatosi su scala mondiale, se pensiamo cioè alla società delle merci e della mercificazione in cui viviamo, non è difficile constatare che il Grande Fratello ha bisogno, per perpetuarsi, di non lasciarsi sfuggire l’Uomo Interiore, l’uomo dei progetti, l’uomo dei sogni per meglio confezionarli lui per noi: più facili, più accessibili, più a "buon mercato" di quelli che l’inconscio ci suggerirebbe se fosse maggiormente incoraggiato il dialogo interiore in ciascuno di noi.
L’angoscia esistenziale, fenomeno universale da sempre, origine fondamentale di ogni nostra sofferenza psichica, non solo viene conservata e puntellata ma addirittura alimentata per meglio offrire la merce che dovrebbe scacciarla, sicchè le due carote, eternamente irraggiungibili, che la società ci propone, sono proprio felicità e sicurezza; le normali ansie e i normali bisogni di piacere e di essere amati si trasformano in vere e proprie ossessioni: paura d’ingrassare, d’invecchiare, di essere fuori moda, di emanare cattivo odore, di voler evadere ecc. "Un grande mercato delle nevrosi e delle psicosi": così potrebbe essere definita l’anima ombrosa del nostro sociale.
Dall’espropriazione dell’anima deriva la facile disponibilità all’immediatezza, la ricerca del "tutto e subito" indebolisce in noi la capacità di reggere tensione e di investire in progettualità.
Chi siamo, donde veniamo, dove andiamo, sono frasi da museo filosofico che fanno sorridere le nostre menti pragmatiche, tanto consolidato è l’automatismo a "fare" in una prassi, in una "technè" abbandonata a se stessa.
A questo punto parlare di follia sociale contrapposta a quella individuale sarebbe esso stesso folle, stante che ogni individuo è membro di un sociale così come il sociale e la follia che in esso respiriamo è davvero problema "tutto intero" di ogni suo singolo membro.
Si potrebbe obiettare che la follia non è affatto solo ambientale!
Si può rispondere che, pur essendo doveroso ricercare per ogni dove, compresa l’eziologia organica, in realtà lo "schizococco" non è stato ancora trovato, mentre tutti ormai sono d’accordo sull’indiscutibile influenza della storia personale, relazionale, familiare, dunque sociale, della follia.
Ma non è tanto questo il punto: la sofferenza, compresa la sofferenza psichica, è presente in ogni società in quanto organismo vivo. Non è caratteristica dell’ultimo modello sociale affermatosi. Ciò che caso mai caratterizza la nostra società, ed accresce l’ulteriore sofferenza di cui pure essa si alimenta, è il non rapporto individuo-gruppo, cosa evidente quando l’individuo è il malato psichico. Qui entra in gioco una parola chiave: solidarietà, che io accolgo affermativamente solo in quanto mi significhi l'"I'm you". Solo in questo riconoscimento - io sono te, tu sei me - acquisisco il diritto d’aiutare l’altro. Ma la nostra società non contempla, se non in modo ideologico, tale parola, fondata com’è sulle sue parole ricorrenti che ne svelano il fondamento reificante: denaro, finanza, industria, scienza, crescita tecnologica.
Proprio per questo contrasto tra valori insultati (dell’Umanesimo) e struttura, che ingenera una sorta di macro "doppio-legame" collettivo, ne deriva che la nostra società è quella che psicotizza di più e che libera di meno: la libertà che sa dare è quella di liberarci del peso della nostra presenza, di offrirci un dolce oblio, una droga legalizzata fatta di comodo non-essere rispetto al violento non-essere che danno le tirannidi.
Vorrei ora riprendere il tema della solidarietà, unicamente quale fattore di condivisione, per segnalare che anche nelle società tradizionali la sofferenza psichica è presente seppure in forma diversa. Tra i vari bottini che noi "vincenti" ci siamo portati a casa da piraterie e saccheggi dell’eterno Sud del mondo, v’è una cosa davvero preziosa: è costume in tali società di condividere il dolore psichico del singolo tra tutti i membri, mediato da rito sciamanico che permette catarsi e comunque restituisce senso al singolo sottraendolo all’angoscia in sovrappiù determinata dal suo isolamento. Ebbene "sociodramma" e "psicodramma" elaborati da Moreno, trovano in quelle società la loro origine. La loro importazione nel nostro mondo, ha permesso, all’interno delle scienze che vogliono "curare" l’uomo, una compensazione al dominio della parola e del monologo individuale, di cui la stessa psicoanalisi soffre o ha sofferto.
Il gruppo dunque torna, almeno nelle scienze psicologiche, viene considerato. L’importanza di ristabilire un principio in sè unitario perchè sposa, in questo caso, l’individuo e il gruppo a livello profondo, psichico, è stata così presente ai miei occhi da permettermi anni fa di elaborare il metodo GEA accanto all’analisi individuale.
E’ evidente che all’interno di un approccio specifico vengano privilegiati alcuni parametri a detrimento di altri, ma credo che in ogni caso il rapporto individuo-gruppo, dovrebbe essere considerato da ogni scienza dell’uomo e a tutti i livelli possibili: organizzativo, lavorativo, politico, culturale, affettivo, giuridico ecc. Sicuramente non dovrebbe esser perso di vista il rapporto individuo-organizzazione: ogni scienza dell’uomo dovrebbe considerare le sue conclusioni in rapporto a questa relazione fondamentale che definisce il contesto significativo di ogni uomo.
Tornando allora al tema, alla "malattia" (modo di etichettare, neutralizzandola, una ribellione), affrontare la malattia equivarrebbe ad affrontare la malattia del corpo economico come già insegnavano due pensatori dell’antichità: un filosofo, Pitagora, un medico, Alcmeone.
E’ significativo che ciascuno dei due per parlare di sanità facesse metafora l’uno l’oggetto di studio dell’altro.
Pitagora per parlare di polis ricorreva al corpo dell’uomo così come Alcmeone per parlar di corpo ricorreva all’immagine della polis per sostenere entrambi un'unica cosa: che se non c’è equilibrio, se un principio o una parte prevarica le altre allora insorge malattia.
Maciò accade anche nelle scienze e in particolare quelle dell’uomo! Se parlano dell’uomo astraendo dalle reali condizioni, non parlano dell’uomo ma di una loro deformazione, sicchè esse stesse si fanno patogene.
Ada Cortese
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