Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione GEA
Direttore : Dott. Ada Cortese
Via Palestro 19/8 - 16122 Genova - Tel. 010-888822 Cell 3395407999

Home Anno 5° N° 15
Marzo 1996 Pag. 10° Simonetta Figuccia

Simonetta Figuccia

 MITI E LEGGENDE 

PETER PAN

Disse Trilly al suo fedele amico Peter Pan: "Io sono in quella zona tra sonno e veglia, quando ti ricordi ancora i sogni, lì ti amerò, lì è il mondo delle fate."

Nell’ultima fatica editoriale di Carotenuto, il personaggio in questione è niente poco di meno che uno degli eroi disneyani più amati da grandi e bambini: Peter Pan.
Peter Pan, l’eterno fanciullo, l’adolescente che non vuole crescere, viene preso come modello di una nuova strategia.
Il "Peterpanismo" non viene interpretato come ombra (ricordate la lettura che del Puer Aeternus aveva dato M.L. Von Franz? ) e complesso materno negativo, bensì come ancora di salvezza - l’unica secondo Carotenuto - come antidoto al malessere insito in una società che ci abbruttisce, ci rende cinici ed insensibili.
"E’ necessario restare bambini pur essendo divenuti adulti", conclude Carotenuto, e recuperare la spontaneità, la creatività, la fantasia. Nel libro viene citato il filosofo cinese Mencio, che già nel terzo secolo a.C. diceva che l’uomo saggio conserva il suo abito mentale fanciullesco.
Nulla di nuovo dunque, per l’oriente. Nel moderno occidente al contrario l’educazione tende sempre più precocemente a formare l’adulto nel bambino, reprimendo le espressioni tipiche della fanciullezza, mentre è opinione comune che solo conservando certe caratteristiche tipiche del mondo infantile, si possa avere esperienza della vita in tutta la sua ricchezza. Non ci rendiamo più conto di quanto sia impoverita ed irrigidita l’espressione della nostra umanità, di quanto il modello di adulto proposto e a cui ci uniformiamo sia svuotato e inespressivo. Un adulto che non conosce più l’entusiasmo, che non stimola la propria curiosità, che stenta a meravigliarsi, che non sa godere il qui ed ora, il presente ed ha vergogna a dare voce alla propria emotività, ritiene prova di autonomia non chiedere mai comprensione e carezze.
Giudichiamo infantile il gioco, non osiamo chiedere mai nemmeno agli amici, releghiamo come svaghi attività come la danza o la musica, ci stupiamo se un individuo canticchia per strada trotterellando: pensiamo che sia svagato, sventato, infantile. Tutti abbiamo sperimentato l’effetto rivitalizzante della compagnia di un bambino: la mobilità del suo pensiero, la vivacità dello sguardo pronto a stupirsi del perenne fluire delle cose, della meraviglia della vita. Frequentare i bambini ci ricarica, i bambini non hanno pregiudizi, vivono un’apertura incondizionata al nuovo. Avete mai guardato negli occhi un neonato? E’ un’occasione per vedere l’universo con occhi diversi e senza dubbio quello sguardo ci conferma che il bimbo viene da lontano.
Cristo diceva: "Se non diverrete come bambini non entrerete nel regno dei cieli".
Divenire come bambini significa allora nutrire il proprio bambino interiore e ciò significa generarsi come figli, significa in altri termini diventare i propri genitori: creare la distanza di sè da sè, che significa operare quella separazione che sta per un’autogenerazione.
E’ in questo senso che possiamo interpretare il divenire come bambini del vangelo: non solo essere madri e padri putativi di se stessi, ma un vero e proprio generarsi.
Forse siamo noi ad avere qualcosa da imparare dai bambini, abbiamo bisogno di recuperare lo sguardo infantile, lo sguardo incantato. Il bambino nel suo viaggio di esplorazione verso il mondo coinvolge tutti i sensi, tatto, udito, olfatto vista.
Il senso della meraviglia del bambino viene definito il segno distintivo del filosofo da Socrate, ed è in virtù della meraviglia che gli uomini cominciarono ad ammirare il creato. Il bambino è l’apertura, l’entrata in gioco degli istinti: diventare come bambini significa essere aperti nei confronti degli altri, pur ricordando che i bambini conoscono il dolore e la morte.
Non l’infanzia in sè ma lo sguardo dell’infante è ciò che vogliamo recuperare, il puer, il bambino interiore per dirla nei termini della psicologia junghiana. Il Puer è stato definito da Hillman - altro autore junghiano - come la componente giovanile della personalità, quell’anelito incoercibile all’esplorazione del mondo, alla ricerca, al girovagare.
Se l’Archetipo del giovane eterno può descrivere una definita nevrosi dell’uomo, occorre forse guardare al Puer che Peter Pan incarna con altri occhi. Peter Pan non solo come modello di un rifiuto dell’importanza di crescere, ma come lo strenuo difensore di valori e atteggiamenti che solo nell’infanzia sembrano essere riconosciuti ed accettati, perchè l’educazione razionalistica dell’Occidente vive con timore quell’eros libero che potrebbe scardinare l’ordine su cui si fonda la nostra civiltà.
A mio avviso Spielberg, nel film "Capitano Hook", parla proprio della strategia di Peter Pan. Egli racconta la storia di un Peter Pan divenuto adulto, un Peter Pan che ha dimenticato tutto il passato e soprattutto ha scordato di saper volare. Così, da grande, si ritrova nell’ "Isola che non c’è" e scopre il potere dell’immaginazione creativa, scopre che se si immagina una cosa intensamente essa diverrà realtà.
Strategia necessaria allora se ci porta a dover compiere un viaggio a ritroso per scoprire il pensiero ricordando che siamo divenuti adulti, ed in questa unione di opposti sta la giusta via, e la chiave della saggezza, come dice un antico proverbio Zen: "I bambini vedono le montagne, gli adulti non vedono le montagne, i saggi vedono le montagne".

Bibliografia: A.Carotenuto "La strategia di Peter Pan" ed.Bompiani.


Simonetta Figuccia


 HOME     TOP   
Tutti i diritti sui testi qui consultabili
sono di esclusiva proprieta' dell'Associazione G.E.A. e dei rispettivi Autori.
Per qualsiasi utilizzo, anche non commerciale,
si prega prima di contattarci:

Associazione GEA
GENOVA - Via Palestro 19/8 - Tel. 339 5407999