Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione GEA
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Marzo 1997 Pag. 2° Simonetta Figuccia

Simonetta Figuccia

 EDITORIALE 

A PROPOSITO DI ANSIA...

...paura di rimanere bloccati in ascensore, in galleria, di uscire dalla città, panico.

A dispetto della rilevanza pratica del fenomeno ansioso, non ne esiste una definizione univoca.
Ipocondria, agorafobia, attacchi di panico, sindromi psicosomatiche, sono disturbi purtroppo molto diffusi, banalizzati o velocemente liquidati come frutti della attuale vita stressante.
Il pellegrinaggio da uno specialista all’altro è fenomeno quoti-diano,così si va dall’otorino, per l’impressione di provare vertigini, si passa al gastroenterologo per i bruciori di stomaco, si può richiedere anche un check up completo risultando sanissimi, fino a chiedersi se il problema non sia nella psiche.
Tale atteggiamento è il frutto di una visione oggettivante e dicotomizzante, in cui il corpo è davvero altro da ciò che pensiamo, e al primo malessere, andiamo alla ricerca della causa organica, del "responsabile", mettendo a tacere una spinta ben diversa.
Ancora non ci riconosciamo pensanti, e non vogliamo prendere atto dell'importanza del nostro modo di pensare.
Il denominatore comune delle molteplici modalità in cui si manifesta l’ansia, è un giudizio di insufficienza nelle proprie risorse, rispetto alle richieste e ai preponderanti stimoli che vengono imposti dalla vita. L’elemento soggettivo è quello di un vissuto di sproporzione tra le capacità del soggetto e l’entità di ciò che deve affrontare.
Nell’ansia si trova il rischio di una menomazione alle nostre aspirazioni, alla nostra dignità, al concetto che vogliamo di noi abbiano gli altri e il timore di non essere secondo le nostre aspettative. L’ansia prefigura il danno e risulta essere orientata verso il futuro. Molte persone arrivano in terapia spinte da un improvviso malessere ansioso. L’ottica analitica non è quella di eliminare l’ansia, in quanto emozione spiacevole o sensazione fisiologica sgradevole, ma di sviluppare nel soggetto la capacità di fronteggiare e accettare questo disagio esistenziale.
Molte persone pensano che il lavoro analitico liberi, una volta per tutte, dalle ansie e dal dolore, uscendo belli ripuliti come da un lavaggio in candeggina, perseguendo finalmente l’agognata felicità... Così bestemmiamo la vita, continuando a pensare che le cose non vanno come dovrebbero, che siamo ammalati, stressati, senza minimamente entrare in contatto con ciò che il corpo stesso comunica.
Il sintomo è un incidente di percorso, un nemico. L’ansia è anche segnale di energia derivante da un conflitto tra due poli, tra due tensioni opposte che cercano un terzo.
Il fatto che si possa agire per mezzo del pensiero, per guarire il corpo, non dovrebbe più stupire nessuno alla fine del ventesimo secolo, credo tuttavia che molto resti da fare in questo campo e che troppo spesso i medici considerino il malato solo un corpo, nel quale il pensiero e lo spirito non avrebbero che un ruolo passivo nell'evoluzione della malattia. Una funzione fondamentale della psicoanalisi oggi è quella di condurre il soggetto ad un nuovo punto di riflessione, in cui il conflitto, la contraddizione non sia più rimossa in nome del culto del benessere. Se noi riconosciamo nel conflitto, nella contraddizione, nella dialogicità interiore, a volte intensa e violenta, la dialettica stessa dell’esistenza, la croce, il nostro sentirci crocifissi, si trasforma nell’albero della vita che ci trasforma costantemente.
Il sintomo non si scioglie se non si rovescia nel senso, se la persona non ne capisce il perchè. Allora la vita va patita, nel senso del latino patior, farsi traversare dalla vita.
Nella sofferenza nevrotica c’è un significato finalistico, spesso è la nevrosi che ci guarisce. Se il senso della nevrosi sta nella finalità liberatoria che essa persegue, sarà solo la comprensione della finalità del sintomo nevrotico che ci rivelerà questo senso.
Ogni sintomo, ogni messaggio del corpo, è segno e simbolo. Il sintomo è segno se considerato causalisticamente, come significante univoco di un evento specifico. Il segno funziona se rinvia ad un significato sulla base di un codice prefissato. Il sintomo è simbolo se considerato finalisticamente, come configurazione di un movimento vitale che cerca la sua forma. Non è il nevrotico a dover guarire dalla nevrosi, ma la nevrosi guarire lui.
"Il paziente è simile ad un uomo caduto in acqua - scriveva Jung nel 1943 - e sta affogando, l’analisi ne vuole fare un palombaro. Il punto in cui il paziente cade non è casuale, lì giace un tesoro sommerso, che solo deve essere portato a galla".
I sintomi, in senso affermativo, possono essere rappresentati come germogli sopra il terreno, mentre la parte principale della pianta, è il rizoma sotterraneo. Possiamo strappare il germoglio, o provare a contattare il rizoma...


Simonetta Figuccia


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