Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione GEA
Direttore : Dott. Ada Cortese
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Marzo 1997 Pag. 3° Ada Cortese

Ada Cortese

 RICERCHE 

SENZA ASPETTATIVE

Giungere a liberare l'altro e noi stessi dalle aspettative è difficile, arduo, terribile... ma ne abbiamo il concetto. Dunque è possibile.

Ognuno di noi si sarà trovato almeno una volta nella vita ad avvertire il peso di aspettative altrui verso la propria persona. Non è piacevole.
Da piccoli i nostri genitori. Da grandi il nostro partner, i nostri figli...
E’ terribile il vissuto, ci sentiamo invasi, vampirizzati, divorati, assolutamente "non visti" nei nostri desideri spontanei, assolutamente rifiutati nella nostra contraddittorietà. Siamo trattati come dei bonsai: piante che devono restare piccole sotto la sapiente tortura della rigidità altrui che, travestita d’amore disinteressato e come doloroso fil di ferro, ci costringe a deviare il corso della nostra "libera" crescita.
Oh, come lo sappiamo bene quanto male faccia e quante poche parole abbiamo per dire al nostro partner come ci sentiamo!
Però scordiamo molto facilmente di osservarci quando noi stessi ci trasformiamo con gli altri in coltivatori di bonsai. "Ma no! Io ad avere aspettative? No! Non posso averne perchè vedi, so bene che avere aspettative significa perdere l’altro, significa farne una pedina di un progetto personale, egoico che passa sopra la sua testa. Ma no, io non ho aspettative! L’ho imparato bene sai? Avevo un uomo che detestava la coppia, che si sentiva imprigionato in ruoli. Come avrei voluto sposarlo! Ma lo amavo tanto che, pur di non perderlo, cambiai idea: non m’interessava più sposarlo, gli avrei lasciato tutta la sua libertà ma... lui non mi volle più lo stesso ed io sono ancora qui a chiedermi perchè. Come vedi anche lavorare su se stessi, liberarsi dalle aspettative non serve a nulla!" Questa è frase ricorrente purtroppo ed è triste che in molti, dunque, manchi l’onestà intellettuale di riconoscere che a tutto si è disposti tranne che a ritirare veramente le aspettative.
So quanto sia difficile e so che è possibile solo se si è accompagnati da un sentimento di vastità non sempre accessibile. Ci vuole vastità per farsi più grande del proprio dolore, per comprendere l’altro in sè anche quando tutto in noi urla contro di lui, ci vuole vastità per non restare in un atteggiamento moralistico e pre-analitico in cui è legittimo considerare l’altro "cattivo". Ci vuole vastità per sentire che l’altro è libero, per pensare che ha sempre fatto il meglio che poteva, ci vuole vastità per sentire che siamo tutti dei dilettanti dell’amore e che occorre sempre la "compassione", patire "con" e non contro.
Ci vuole vastità per ricordare che siamo orribili nel nostro "attaccamento".
Rendersi conto di quanto siamo attaccati ai nostri progetti, ai nostri impulsi, sarebbe già sufficiente a togliere buona parte dell’aggressività interpersonale dal mondo. Ma ci è così scomodo ricordarlo. Meglio pensare che noi siamo al meglio, o che abbiamo lavorato interiormente "più" dell’altro, meglio pensare paranoicamente l’altro "cattivo".
Permanere in tale atteggiamento è ciò che garantisce la solitudine. Non credo che essa sia così necessaria se non perchè amiamo riprodurla per non metterci mai totalmente allo sbaraglio con noi stessi. Credo sia inevitabile, entro un certo universo psichico, desiderare d’essere "nutriti", "dissetati", "amati". Credo sia impossibile l’ appagamento finchè resteremo nella logica dell'"avente diritto", nella logica rivendicativa di chi si sente nel "giusto" come ci fosse nato.
Occorre rovesciarsi come un guanto per cominciare a rendersi conto di come, per natura, stiano realmente e giustamente le cose: non c’è niente che a noi si debba piegare, ancora di più, nessuna persona è debitrice nostra. Qualunque cosa un essere umano causi in noi, come turbamento o infelicità o altro (non parlo di vissuti positivi dove siamo nella condizione di chi ha ben mangiato e gode una saporita pennichella), nostro unico compito è renderne conto. Il limite dell’altro è il mio limite. Il suo farmi male ricorda semplicemente che io mi sto facendo male. Da questa consapevolezza e filosofia si diparte un ben diverso mondo.
Da questo punto di vista posso ritornare a dire, ma con lucida chiarezza, quanto nelle grette personali aspettative era nascosto, posso celebrare quanto in quelle nere ombre si celava: la reciprocità, la comunione, il ritrovamento, il ritorno a casa.
Se renderò conto dell’altro sempre e comunque (che tutto significa tranne una invertebrata passiva accettazione), avrò acquisito il diritto che l’altro renda conto di me sempre e comunque, soprattutto nella mia ombra, nel mio limite. Troppo facile amarmi ed amare nel piacere e nella gratificazione, troppo facile imbibirsi di leggere, inconsistenti parole come comprensione, accoglienza, amare l’essere e non il dover essere, senza passare questa bella "ideologia" al vaglio dell’esperienza.
Non v’è altra strada per liberarci della banale, stupida, paranoica, girandola della male-detta quotidianità dell’amore (e affini). Si scoprirà allora che l’amore in noi cresce, la nostra capacità di comprendere gli altri cresce anche quando da quegli stessi altri non saremo compresi. E non saremo mai più soli perchè, a tener duro per questa assurda rivoluzionaria via, s’incontreranno compagni disparati che sapranno restituirci quell’amore poco prima da noi mandato per il mondo. Chi l'ha detto che l’amore nostro, quello che "ci spetta" debba arrivare, in percorso inverso, dallo stesso orizzonte verso cui lo abbiamo lanciato? Ah, se fossimo un po' più aperti e meno "fissati" a persone, oggetti, tempi, da quante parti lo sentiremmo arrivare, con quante braccia ci racchiuderebbe.
Sarebbe così bello, forse insopportabile, dovremmo fare qualcosa, forse danzare proprio come fa il Cristo del Giovanni Apocrifo nel suo inno al Padre:
Gloria a te, o Padre!
- e noi ci muovevamo in circolo, rispondendogli amen.
Gloria a te, Logos! Gloria a te Grazia!
Gloria a te, Spirito! Gloria a te, o Santo! Gloria alla tua gloria!
Noi ti lodiamo Padre; ti ringraziamo, o luce, in cui non c’è tenebra.
Ed ora dirò perchè ringraziamo:
Voglio essere salvo e voglio salvare. Voglio essere sciolto e voglio sciogliere.
Voglio essere ferito e voglio ferire.
Voglio essere generato e voglio generare.
Voglio udire e voglio essere udito.
Voglio essere pensato, io che sono tutto pensiero.
Voglio essere lavato e voglio lavare.
La Grazia danza. Voglio suonare il flauto. Danzate tutti.
Voglio lamentarmi; piangete tutti. .
L’unica ogdoade salmeggia con noi.
Il numero dodici danza in alto.
Al tutto è concesso in alto di danzare.
Chi non danza, non sa cosa succede.
Voglio fuggire e voglio rimanere.
Voglio ornare e voglio essere ornato.
Voglio essere unito e voglio unire.
Una casa non ho e case io ho.
Un luogo non ho e luoghi io ho.
Un tempio non ho e templi io ho.
Una lampada sono io per te che mi guardi.
Uno specchio sono io per te che mi intendi.
Una porta sono io per te che mi bussi.
Una strada sono io per te, passeggero.


Ada Cortese


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