Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione GEA
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Giugno 1997 Pag. 3° Simonetta Figuccia

Simonetta Figuccia

 RICERCHE 

SANTE ASCETICHE O RAGAZZE ANORESSICHE?

"Non si pasce di cibo mortale chi si pasce di quello celeste".

L’anoressia nervosa è oggi un disturbo alla moda, le riviste lo considerano argomento per rubriche.
Oltre agli allenamenti per mantenere la linea, ai lassativi, ai farmaci inibitori della fame e alle pillole dimagranti, le donne utilizzano la dieta per raggiungere il loro "peso forma ideale".
Il fatto che un numero impressionante di donne e ragazzine aspiri a dimagrire è un fenomeno moderno. In un passato non troppo lontano la gente non poteva permettersi il lusso di una dieta.
La "forma ideale" era diversa.
In una vita quotidiana in cui bisognava lottare per racimolare il cibo, magrezza e digiuno andavano a braccetto con l’immagine della morte.
In un’epoca di carestie e di guerre, dimagrire non solo non era auspicabile ma dannoso per la donna, di fronte alle esigenze nutritive della gravidanza e dell’allattamento.
Con l’affermarsi del benessere, la snellezza, e non più la generosità di forme, si afferma come modello. C’è un’associazione tra bellezza, culto del corpo, autocontrollo.
Nell’anoressia moderna è fondamentale comprendere il rapporto tra acquisizione e rinuncia, ricerca di perfezione e il rifiuto assoluto di ogni bisogno biologico elementare.
In effetti il termine anoressia significa " mancanza di appetito", mentre sarebbe più opportuno parlare di inedia autoindotta, di digiuno autoindotto.
Quando l’anoressia nervosa divenne un fenomeno noto, molti autori collegarono la malattia al rigoroso digiuno ascetico di certe sante, come Caterina da Siena o Giovanna D’Arco.
Le analogie tra il comportamento di una giovane anoressica e di un asceta sono molte: ricerca di privazione, negazione e frustrazione dei bisogni del corpo, il controllo degli istinti, la tendenza al sacrificio, l’aspirazione all’immortalità.
Come nel digiuno religioso anche nell’anoressia il progressivo ritiro dal sociale e la repressione istintuale ostinata, rientrano in una modalità di vita che vuole allontanare il "mondo degli istinti".
La privazione, la rinuncia, la negazione delle sensazioni sessuali, corrispondono ad un tentativo di affrancarsi dalla propria condizione, nella ricerca di una perfezione interiore.
In entrambi i casi opera un meccanismo di scissione che mantiene separati corpo e mente.
Nell’anacoreta il distacco dal mondo e la scelta del sacro rendono possibile la comunione con Dio, nell’anoressica il rifiuto e il controllo del corpo, vissuto come persecutorio, è condizione necessaria alla ricerca di perfezione.
Il controllo del corpo e delle sue sensazioni è attuato nel tentativo di adeguarsi alle richieste di un io troppo rigoroso ed esigente, nell’aspirazione al raggiungimento della perfezione estetica.
Un corpo etereo e trasparente è l’obiettivo che l’anoressica persegue.
La sua magrezza è volutamente offerta agli altri, specchio in cui vanamente ricercarsi. Nella scelta di un corpo ideale, l’anoressica vuole realizzare la propria identità narcisistica, in opposizione a quella della madre.
L’ideale delle anoressiche è quello di non avere bisogni e necessità, è quello di prendere distanza dalla dimensione creaturale del proprio corpo.
E’ una nuova cristificazione quella che fa oscillare tra una sfiancante ricerca di un corpo esteticamente ineccepibile e la distruzione dello stesso?
Nella metafora cristica il corpo non è negato, ma viene trasfigurato.
L’anoressica, credendo di santificare il corpo, lo nega, lo distrugge.
Cristo e la resurrezione del corpo indicano la possibilità per l’essere umano, oggi, uomo o donna che sia, di andare al di là della croce e degli opposti inconciliabili.
Cristo rappresenta la coscienza che non si nutre più solo dei prodotti di natura, ma grazie alla mediazione riflessiva, si nutre dei frutti che lui stesso produce, i prodotti di cultura.
In questa nostra società dell’immagine, spesso il corpo è ridotto a vuoto simulacro senza vita.
La donna, così identificata nel ruolo oggettuale, resta ancora addetta alla conservazione della specie, immersa in una dimensione naturale in cui ella nutre ed offre se stessa come nutrimento, come moglie e madre, o si identifica in un bell’oggetto estetico che vuole essere visto.
Accade che la donna aneli inconsapevolmente ad uscire dal mondo di natura, ma non riconoscendo tale anelito si ammali.
Ieri cercava la via dell’ascesi, oggi rischia la nevrosi.
Accade che il soggetto, sebbene a lei inconscio, prema e scateni un'infinita fame di spirito.
La donna che non abbia riconosciuto o raggiunto la capacità riflessiva può incappare nell’equivoco di non poter soddisfare la sua illimitata fame di spirito con un cibo naturale.
Ciò che la donna, suo malgrado, vuole dimostrare è che avendo raggiunto, in quanto essere umano, la coscienza, non può più tornare alla quiete animale.
Se la donna non si riconosce in una identità umana, soggettiva, esce dal gioco.
Se è negato l’esercizio della funzione riflessiva, in cui è riposta l’essenza della dinamica trasformativa chemuta la vita in conoscenza della vita, la natura in cultura, la materia in spirito, ella non ha altra via per accedere alla dimensione spirituale, che negare drammaticamente il corpo.
L’anoressica rifiuta anche una minima quantità di cibo, sentendosi invasa da una sostanza aliena alla sua essenza pura.
Ella non riconosce sacralità alla dimensione pulsionale, vitale, non riconoscendosi la capacità di mediazione riflessiva.
Ella vive la pulsionalità come terrifica, come ciò che potrebbe in lei travolgere la presenza del soggetto riflessivo. L’anoressica anela alla morte perchè vede nel sacrificio totale della dimensione corporale la redenzione del corpo stesso.
Questa malattia del secolo testimonia il dramma della materia che vuole essere redenta, del corpo che vuole transustanziarsi, essere riconosciuto come spirito.
Il dramma è vissuto dalla donna perchè il potere evolutivo è oggi di colei che fino a ieri ha incarnato il lato opaco, materiale. E’ più che mai necessario che la donna sappia di se stessa come soggetto conoscente, come presenza spirituale, celebrando la dimensione oggettuale.
E’ mutamento radicale e radicalmente violento. Nell'oggettualità muta, nell’apparenza estetica non c’è vita.
Nella possibile soggettivizzazione è l’essere tutto che unisce coscienza e inconscio, dimensione corporea e spirituale, essere e coscienza di essere, al di là delle sante ascetiche o delle ragazze anoressiche.

Bibliografia: W Vandereycken - van Deth: "Dalle sante ascetiche alle ragazze anoressiche" ed. Cortina


Simonetta Figuccia


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