Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione GEA
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Dicembre 1997 Pag. 4 Agnese Galotti

Agnese Galotti

 PROFILI 

ETTY HILLESUM

"Una volta che si comincia a camminare con Dio, si continua semplicemente a camminare e la vita diventa un'unica, lunga passeggiata."

La radicalità è elemento essenziale all'esperienza mistica, e la testimonianza di Etty Hillesum, ebrea autrice dell'intenso diario scritto alla vigilia della deportazione, ne è la prova tangibile.
La scoperta di Dio dentro di sè, l'avvio del dialogo intimissimo con lui, iniziato gioiosamente, stimolo un entusiasmante rapporto d'amore con un uomo "speciale", non solo perdura e resiste ma anzi si intensifica durante l'esperienza più drammaticamente assurda ed insensata che l'umanità abbia conosciuto: il genocidio.

Esther Hillesum 1914 - 1943
Nasce il 15 Gennaio 1914 a Middelburg in Olanda, in una famiglia della borghesia intellettuale ebraica.
Il padre, Louis, insegnante di lingue classiche e poi preside del ginnasio municipale di Deventer, era studioso solerte e ricercatore, mentre Rebecca Bernstein, la madre, ebrea russa rifugiata in Olanda, era una donna "caotica e passionale".
I due fratelli di Etty, Misha e Jaap, erano eccezionalmente dotati l'uno nel campo della musica e l'altro nelle scienze.
Etty era "una ragazza brillante, intensa che aveva la passione della lettura e degli studi di filosofia" ed una notevole predisposizione per la scrittura.
Ad Amsterdam prese la prima laurea in giurisprudenza, si iscrisse alla facoltà di lingue slave interessandosi anche agli studi di psicologia e dando lezioni di russo. Leggeva con passione Jung, Rilke, Dostoevskij, mentre all'università entrava in contatto con la resistenza studentesca di sinistra.
Nel Gennaio 1941 conobbe Julius Spier, allievo di Jung iniziatore della psicochirologia, una personalità carismatica che colpì e stimolò Etty che fu sua paziente e assistente e poi amante e compagna intellettuale.
Quest'incontro segnò il via all'evoluzione della sua sensibilità in direzione sempre più marcatamente spirituale (sebbene laica e aconfessionale), come testimonia nel suo diario, "alla ricerca dell'essenziale e del veramente umano".
Lavorò per un breve periodo in una sezione del Consiglio Ebraico di Amsterdam e quasi subito chiese il trasferimento a Westerbork, il campo di "smistamento" dove transitarono migliaia di ebrei olandesi in attesa di deportazione.
Lavorò nell'ospedale del campo - con alcuni rientri ad Amsterdam - dall'agosto 1942 al 7 settembre 1943,data in cui Etty, suo padre, sua madre e Misha furono caricati sul treno dei deportati diretto in Polonia.
Morì ad Auschwitz il 30 Novembre 1943.
Quando Etty iniziò la stesura del diario la guerra era nel pieno del suo svolgimento, e il cerchio cominciava a stringersi intorno agli ebrei olandesi: erano costretti a brutali restrizioni, radunati nel ghetto di Amsterdam, poi inviati nei campi di "smistamento" in un'attesa più o meno lunga di deportazione nei campi di sterminio.
Questo fu il contesto in cui Etty visse e in qualche modo comunicò a chi le stava intorno l'atteggiamento affermativo assoluto verso la vita, oltre ogni pessimismo, che la rese, come lei stessa si definì, "il cuore pensante della baracca".
Di lei e della sua esperienza sappiamo soprattutto dal diario e dalle lettere, scritti vibranti e testimonianza di un percorso iniziatico caratterizzato dal crescere di una inesorabile e meravigliosa tendenza ad amare, amare sempre più globalmente la vita, amare Dio, amare l'essenza umana.
Il diario si apre nel marzo '41 con le riflessioni di una giovane donna alle prese con l'amore e la creatività, gli studi e la scrittura.
La guerra è decisamente sullo sfondo.
Prima ancora che Etty cominci a nominare Dio e a rivolgerglisi direttamente, (questa sarà l'eredità di Spier, che l'aiuterà a trovare "il coraggio di pronunciare il nome di Dio") già annota la percezione di un rapporto intimissimo con qualcuno in lei che l'accompagna: "D'un tratto avevo avuto la sensazione di non essere sola ma `in due': come se fossi composta di due persone che si stringessero affettuosamente e che stessero bene così, al caldo. Un forte contatto con me stessa e perciò un buon caldo dentro, un senso di autosufficienza".
Forte di questa percezione riflette a lungo sul modo di amare, sulla necessità del distacco, del lasciare libero chi si ama, lavorìo che testimonia una vera e propria spinta all'individuazione.
Poi la rivelazione in lei finalmente trova parola: "Dentro di me c'è una sorgente molto profonda. E in quella sorgente c'è Dio. A volte riesco a raggiungerla, più sovente essa è coperta di pietre e sabbia: allora Dio è sepolto. Allora bisogna dissotterrarlo di nuovo." E' l'inizio di un'intensa attività interiore, di un rapporto dialettico tra due che sono già uno, lei e Dio, in cui ciascuno ha bisogno che l'altro ci sia, vivo e attivo, in una dimensione, diremmo noi, intersoggettiva, che le farà dire più tardi: "E se Dio non mi aiuterà allora sarò io ad aiutare Dio", sempre più certa che tutto può andar perso, ma mai l'amore per la vita:
"E questo probabilmente esprime il mio amore per la vita: io riposo in me stessa.
E quella parte di me, la parte più profonda e la più ricca in cui riposo è ciò che io chiamo Dio." All'inasprirsi delle persecuzioni e delle violenze Etty risponde con l'espandersi della percezione di sè in termini sempre più sovrapersonali, il che le permette di riconoscersi in una percezione sempre più universale.
"Un barlume di eternità filtra sempre più nelle mie più piccole azioni e percezioni quotidiane. Io non sono sola nella mia stanchezza, malattia, tristezza o paura, ma sono insieme con milioni di persone, di tanti secoli: anche questo fa parte della vita che è pur bella e ricca di significato nella sua assurdità, se vi si fa posto per tutto e se la si sente come un'unità indivisibile. Così, in un modo o nell'altro, la vita diventa un insieme compiuto; ma si fa veramente assurda non appena se ne accetta o rifiuta una parte a piacere, proprio perchè essa perde allora la sua globalità e diventa tutta quanta arbitraria." Questa è la testimonianza attualissima di Etty Hillesum, questo il suo richiamo proprio a noi, che la sentiamo vicina, una compagna di cammino che ci passa il testimone, restituendoci tutta la responsabilità del nostro esserci:
"La vita e la morte, il dolore e la gioia, le vesciche ai piedi estenuati dal camminare e il gelsomino dietro la casa, le persecuzioni, le innumerevoli atrocità, tutto, tutto è in me come un unico, potente insieme, e come tale lo accetto e comincio a capirlo sempre meglio - così, per me stessa, senza riuscire ancora a spiegarlo agli altri. Mi piacerebbe vivere abbastanza a lungo per poterlo fare, e se questo non mi sarà concesso, bene, allora qualcun altro lo farà al posto mio, continuerà la mia vita dov'essa è rimasta interrotta.
Ho il dovere di vivere nel modo migliore e con la massima convinzione, sino all'ultimo respiro: allora il mio successore non dovrà più ricominciare tutto da capo, e con tanta fatica. Non è anche questa un'azione per i posteri? "

Bibliografia: E.Hillesum "Diario 1941-1943" Adelphi; "Lettere" Adelphi

Agnese Galotti


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