Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione GEA
Direttore : Dott. Ada Cortese
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| Home | Anno 7° | N° 23 |
| Marzo 1998 | Pag. 3° | Ada Cortese |

TEORIA
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GEA: COSA STIAMO FACENDO?
"Riflettiamo su quanto, in questo punto-momento di GEA, ci riflette. Ci è sempre più evidente la specificità del nostro esserci e il senso del nostro "lavoro".
L’aver dato corpo all’identità sovraindividuale, l’aver permesso alla coscienza del mondo di incarnarsi nel nostro piccolo gruppo, sta restituendo, come in una sorta di riconoscenza, a tutti noi la capacità crescente di vedere negli esseri umani, noi compresi, le due opposte facce: "ciò che non siamo, ciò che non vogliamo" - la faccia dello scimmione, o comunque dell’animalità inconscia - e la faccia spirituale dell’Uomo.
Quando si è in questo secondo stato ci è dato poter vedere tutti gli altri umani secondo questa stessa condizione: come un fiume, assolutamente indescrivibile nella sua bellezza, il fiume dell’energia spirituale umana.
In ognuno di noi v’è una risorsa che è capace di risanare il mondo, coincide col pensiero "grande", con quel piccolo foro aperto sull’infinito che anche il più allertato paranoico può per un istante visitare.
Il meccanismo paranoide appartiene al primo stato, a quello più antico dello "scimmione".
Con tale soprannome, noi ci riferiamo allo stadio, tipico dell’uomo sapiens-sapiens, in cui il vivente, già cosciente della coscienza individualmente, incarna quella forma di passaggio dell’Essere dalla visione scissa di se stesso nei tanti veggenti e conoscenti - senza essere più solo questo, alla visione unitaria di se stesso in ogni veggente e conoscente - senza essere ancora solo questo.
L’essere umano oggi rappresenta, secondo il modo prevalente della sua esistenza, quel momento del processo evolutivo dell’Essere che metaforicamente può venir detto "sentirsi nel guado", con ciò intendendo la peculiarità costitutiva dell’uomo stesso di incarnare il suo essere passaggio dalla vecchia forma conoscente secondo dicotomia, alla nuova forma conoscente secondo assoluta identità.
Segnaliamo la nostra concordanza col pensiero di Hegel secondo cui l’uomo è l’Essere giunto alla consapevolezza della sua triplice identità: di essere egli stesso medium, processo e fine. Ovvero di essere puro pensiero.
Ma l’essere umano in genere non sempre sa dell’identità con l’Essere e con la sua triplicità sicchè o sa di sè come medium, e allora lascia fuori la totalità, il fine, dio; o sa di sè come processo e fine, e mira allora a diventare il folle padrone di "tutto il cocuzzaro".
Il "compito" che a noi e a GEA è chiaramente richiesto è quello di aiutare l’essere ad uscire dal guado, dunque a liberarsi definitivamente dai vecchi automatismi funzionali alla vecchia identità meramente particolaristica e dunque necessariamente paranoide; non a caso l’automatismo fondante dello "scimmione", di ogni animalità, ("residuato" ancora riscontrabile facilmente nell’uomo sapiens-sapiens) è proprio il meccanismo paranoico.
Il lavoro a GEA è la distillazione dello Spirito in noi e ciò richiede, come per gli alchimisti secoli fa, una paziente ripetizione del metodo oltre ogni frenesia ed estasi per quel lato dell’essere, il volto spirituale dell’umanità, che sempre più abbiamo modo di vedere e godere. In ogni incontro in buona sostanza non si fa che ripetere il passaggio consapevole dalla paranoia (dunque dalla frantumazione) e dalla paura, al ritrovamento dei tanti nell’Uno ed al vissuto puramente "umano" che ne nasce.
Sempre più spesso siamo nell’"oltre" perchè siamo davvero con l’"altro": è il nostro metodo quotidiano. L’altro cessa di essere tale dentro e fuori di noi "per familiarità di frequentazione": è un altro me-stesso ma è anche finalmente se stesso, nella sua indipendenza totale da me e nella sua totale alterità proprio come il pensante tutto è me ma è anche un totalmente altro da me. Epperò l’indipendenza del particolare viene superata dalla rischiarata e costitutiva interdipendenza: non ha gran senso parlare di un me e di un altro come indipendenti perchè l’uno è parte anche dell’altro. La Vita è questa relazione di me con tutto il resto. Non c’è il resto senza di me e non ci sono io senza il resto. Ecco perchè "egoismo" ed "altruismo" sono parole improprie.
Percezioni di questa realtà, si noti bene, e non riflessioni "su", alimentano la consapevolezza che il pensiero ha rispetto al proprio potere. Si constata con assoluta certezza che ciò che pensi accade e ti accorgi che il ben pensare, e dunque il ben operare (nessun altro operare è così prioritario e importante come il ben pensare), va assolutamente a vantaggio di tutto il mondo, te compreso. Nessuna opposizione d’interessi e nessun sacrificio. E’ un pensiero che però richiede l’amore grande, l’amore sempre disinteressato per l’Io di Dio, per la coscienza del mondo e il suo ritrovarsi sempre di più attraverso di noi. La vita diventa una esplosione di colori e di grandi voli. Come nei sogni, la pietra fa nascere i fiori e l’acqua permette di respirare.
Ogni uomo può far l’amore con l’"impossibile": l’altro uomo, liberati entrambi dai ruoli che appannano la vista.
Che tutto questo non sia fuga dal mondo ma far l’amore con il mondo lo mostra la grande libertà che questo lavoro concede, la libertà di amare e "riscattare" tutti e tutto a partire dai propri familiari (i "responsabili del nostro Edipo") per finire con un grande abbraccio alla propria piccola persona. Tanto non saremo mai più soli.
Guardiamo spesso la gente per strada o in sale d’attesa diverse. Silenzi e maschere. Ma quanta disponibilità, quanta energia risanante è celata dietro ogni sguardo? Sappiamo che il potere di mollare gli ormeggi, le difese e le paranoie faticose, lo portiamo dietro al nostro sguardo, se solo ricordassimo chi, attraverso i nostri occhi guarda il nostro stesso corpo e il mondo tutto. Cesserebbe la paura.
Ogni essere umano sarebbe occasione per quel soggetto dietro ai nostri occhi di incontrarsi con un se stesso celato dietro agli occhi altrui e noi, nella nostra fatica quotidiana, nella nostra ancora inevitabile finitudine, potremmo anche cedere al vissuto di essere portati in braccio.
In braccio a dio che siamo noi, tutti noi coscienti di questo, ciascuno di noi in braccio a tutti gli altri.
E il mondo stesso in braccio a ciascuno di noi.
C’è bisogno, c’è tempo - avanti a questa epifania - per pensare alla morte, all’aldilà, agli "altrove"?
Ada Cortese
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