Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione GEA
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Marzo 1998 Pag. 6° Laura Ottonello

Laura Ottonello

 RICERCHE 

LA VECCHIAIA

Essere vecchi può anche essere grande cosa se si accetta la perdita dei ruoli e se l'ego si consegna.

Qual’è il dolore dell’essere vecchi, "funzionanti" eppur inerti in attesa di quell’appuntamento che per tutta la vita si è cercato di rimuovere? Anche il più ingenuo sa che la morte arriverà, anche i bambini lo sanno.
Accanto ad una lucida percezione delle fisiologiche differenze che scandiscono le stagioni della vita, mi è altrettanto presente una linea di continuità, una sorta di freccia del tempo in cui ogni essere umano si muove sincronicamente, al di là di ogni differenza. Tutti insieme, in un fluire costante dell’esistenza, in un’unità che porta in sè i mille colori e i mille volti dell’umanità. Anche il discorso è unico: l’uomo ne parla da sempre attraverso i miti; come il sogno, messaggero dell’inconscio, scandisce il suo processo manifestandosi negli uomini, al di là di ogni barriera. Per questo i messaggi riguardano giovani e vecchi, maschi e femmine, manager e operai: le nostre ordinate classificazioni hanno ben poco valore nel processo dinamico coscienzale. Spirito e animalità sono i due livelli possibili sempre presenti entrambi, che sanciscono lo statuto della nostra natura umana, oltre ogni differenza.
Mi hanno molto colpito tre sogni che hanno visitato, e turbato, un vecchio signore. Sono messaggi importanti che, proprio per la loro portata emotiva, sono archetipici, universali: riguardano l’uomo, la sua natura originaria e il suo destino, o meglio il compimento di un progetto coscienziale che in molti è già avvertito. Questi i sogni:
Il sognatore cammina su una landa deserta, accanto a migliaia di altri uomini che avanzano con lui mentre, di tanto in tanto, qualcuno - si dice che siano gli uomini "piccoli" - scompare, inghiottito dalla terra. Un’intera famiglia viene annientata su un rogo. Si dice ci sia di mezzo la mafia. Il sognatore assiste ad una scena impressionante: un uomo, la cui ossatura si sgretola, si accascia per terra. Le autor ità intimano i testimoni al silenzio; il fatto non deve essere divulgato. Sono immagini oniriche molto forti che si prestano a due diversi piani di lettura. Il tema della morte e dell’annientamento fisico si ripete per tre volte. E il tre, spesso presente nel linguaggio onirico, è simbolo importante poichè nelle varie metafore (scientifica, religiosa, filosofica ecc.) rappresenta il processo del pensiero. Come nel discorrere filosofico il tre è luogo di sintesi, così nella ripetizione dello stesso tema è contenuto il senso, il pensiero che supporta lo svolgersi delle vicende.
Che qui si parli di morte reale come fine di un ciclo è abbastanza evidente. E’ l’individuo alla fine di un cammino personale che, con più urgenza di altri, deve cominciare ad elaborare il pensiero della propria morte. Destino ineluttabile che costringe ognuno a fare i conti con la fine reale, se per reale intendiamo la dimensione esistenziale interpretata alla luce del sensibile della materia e della carne, corollari della nostra specifica e riconosciuta identità.
Ma questi sogni, per la grande eco emotiva che hanno suscitato nel vecchio sognatore e per le associazioni che lo stesso, spontaneamente, ha espresso, ribaltano completamente la lettura personalistica.
Si parla di masse umane, di famiglia, di mafia, di un’autorità che vorrebbe mantenere il segreto il più a lungo possibile. L’inconscio, spesso ironico, menziona (e penalizza) gli uomini "piccoli", quella parte di umanità ancora troppo vicina allo psichismo (e quindi all’animalità, all’immediatezza pulsionale irriflessiva) che, quanto a coscienza, sono destinati a sparire, risucchiati nelle viscere della terra, la Grande Madre-matrigna.
E’ il ritorno all’indifferenziato, il nulla, la morte (e la vita) insensata. Come pure la famiglia, nella sua accezione di luogo privato di scambio affettivo, sembra destinata a rigenerarsi affinchè ognuno, anzichè cercare rifugio nell’a-conflittualità di un un sistema chiuso e collusivo (la mafia) possa finalmente riconoscersi membro della grande famiglia umana e quindi aprirsi ad un’identità più ampia e universale.
L’ultimo sogno è particolarmente potente, denuncia il crollo della struttura portante. Lo scheletro è simbolo di una morte dinamica, annunciatrice e strumento di una nuova forma di vita. E’ avvenuto qualcosa di importante ma la legge (la vecchia logica dicotomica che, fra le altre cose, separa la vita dalla morte generando la paura) vorrebbe ritardare la presa di coscienza, forse attutirne l’effetto. Qui non si tratta più della morte personale ma di una fine decisamente cosmica: il sistema-uomo, nei suoi fondamenti, per come si è conosciuto fin qui, non regge più. Salto coscienziale su un piano più elevato di consapevolezza: è la soggettività, lo spirito disincarnato o meglio, il superamento degli opposti.
Sono messaggi molto chiari che ci portano a riflettere intanto sulla responsabilità per ogni persona, giovane o vecchia che sia, di prepararsi alla morte. Se da un lato la rimozione, specialmente in alcuni momenti, ci aiuta a continuare a vivere, dall’altro non dovremmo mai allontanare difensivamente il pensiero della morte perchè, come individui, penalizziamo l’integrità dell’esistenza e manchiamo al processo di Individuazione. L’uomo ha bisogno di ridimensionare il suo reiterato sentimento di onnipotenza, e la morte ne è occasione. Se ciò non si dà resta ancora a livello di creatura, appesantito da vissuti di rabbia, frustrazione e un odioso risentimento: è il rifiuto della vita stessa. Pensare alla fine ci può aiutare, se non altro, a discernere tra ciò che è davvero importante e ciò che non lo è, a optare per la verità e a riconoscere l’essenziale; infine, a sentirsi meno soli.
Essere vecchi può anche essere grande cosa se si accetta la perdita dei ruoli e l’ego si consegna, gesto che restituisce libertà, leggerezza e ci rende padroni, finalmente, di essere ciò che si è.
I vecchi talvolta sono spudorati, se ne infischiano delle convenzioni e dei giudizi altrui; sopportano bene, quand’anche non cercano, una solitudine che vista da fuori può sembrare penosa.
Forse, dietro quell’apparente scontrosità, si può celare un "trucchetto" dell’Essere che, pur servendosi ancora di una vecchia carcassa destinata a finire (l’ego), prepara l’individuo all’arte del distacco, necessario per assolvere spiritualmente il proprio compito esistenziale.


Laura Ottonello


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