Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione GEA
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Marzo 1998 Pag. 8° Agnese Galotti

Agnese Galotti

 METODO 

LIBERTA' DI PAROLA

"Con la lampada della parola e della discriminazione si deve andare oltre la parola e la discriminazione ed infilare la strada della presa di coscienza." Lankavatara Sutra.

Dirsi in gruppo, parlare di sè o meglio lasciar emergere ciò che di volta in volta viviamo e sentiamo, esprimere ciò che in noi si dà e farlo al cospetto di altri è ostico, l’abbiamo sicuramente sperimentato tutti, eppure è una prova che può svelarci qualcosa di grande.
Uno degli elementi cardine nel nostro lavorare in gruppo è quello che chiamiamo "esercizio alla trasparenza", che ha come riferimento, per chi già lavora in analisi individuale, la realizzazione della medesima libertà tanto nel contesto individuale (in cui il dialogo si dà tra una coppia di individui) quanto nel contesto gruppo (in cui la coppia dialogante è costituita di volta in volta dall’individuo e dal soggetto gruppo).
E’ importante perchè allena ciascuno all’accoglienza di ciò che è, alla disappropriazione ed alla sospensione del giudizio, senza che ciò si trasformi in passiva assenza, in rinuncia ad esserci per ciò che si è.
La paura del giudizio dell’altro, (che origina sempre dalla proiezione di un proprio giudizio ancora non riconosciuto tale) spesso si amplifica quando l’altro è un soggetto corale, e crea il blocco principale alla comunicazione.
Blocco che può concretizzarsi tanto nell’astenersi ostinatamente dal parlare, quanto nel parlare "su" qualcosa, usando il verbo per coprire anzichè svelare, il che allontana il soggetto parlante da se stesso prima ancora che dall’interlocutore.
Questa situazione di impasse della comunicazione, che talvolta si dà nel gruppo, torna a sancire la differenza nonchè la distanza tra l’uno e l’altro del discorso, a rafforzare il pregiudizio che sia in realtà incomunicabile ciò che ciascuno vive in sè come essenziale.
Torna a dar corpo all’alterità totale, alla proiezione ed al pregiudizio e quindi alla dinamica della scissione che non genera altro che paranoia.
Ma c’è di più.
Spesso c’è una sorta di pudore a comunicare ad altri l’intimità dei vissuti, un freno che non è tanto centrato su chi ascolta, e sulla sua capacità o meno di comprendere, bensì sui vissuti stessi, sul modo in cui siamo abituati a sentircene possessori e\o posseduti, quasi che a "dirli" si possa in qualche modo perderli: una sorta di freno a lasciare che il sentire si trasformi in parola, quindi in pensiero.
Ciò è spesso vissuto come propria incapacità a dire, a spiegarsi, a farsi capire. Basti pensare ai numerosi intercalare di cui sono spesso infarciti i nostri dialoghi, tipo: "Come dire" o "Non so se mi spiego" ...
Una sfiducia verso sè, come soggetto comunicante, che fa il paio con la suddetta sfiducia nell’altro come soggetto ricevente: atteggiamenti che stanno entrambi alla base di una percezione della realtà come molteplicità di individui tra loro scoordinati, mai realmente comunicanti, che stanno calati in un isolamento pseudo autistico che li lascia irrimediabilmente soli, in una solitudine disperata quanto insensata.
Che il pregiudizio sia quindi orientato "contro" sè o venga proiettato sull’altro, non fa molta differenza: è comunque impedimento all’affidamento di cui la relazione tra soggetti necessita.
Una partecipante al gruppo ha espresso questa impasse, registrata peraltro solo nel setting di gruppo, dicendo: "Non riesco a credere alle mie parole mentre vi parlo", Denunciava così un senso di stridore nel sentirsi parlare, cosa che il gruppo registrava in termini di inautenticità, di parola forzata, non vera, inibita.
Un "non credere" che si è rivelato essere un "non riuscire a sentire qui ed ora", quasi restasse un abisso insanabile tra vissuto e parola.
La stessa persona ha portato quindi il seguente sogno:
>La nonna, l’unica persona da cui si sia sentita realmente amata nell’infanzia, sta morendo con febbre altissima.
La sognatrice vede la nonna che, nonostante il gran calore che l’attraversa e la rende paonazza, mette mano a carta e penna e scrive un messaggio importantissimo per lei, una sorta di testamento spirituale.<
La soluzione è pertanto intravista, ancora una volta, in un gesto d’amore, in un osare al di là di convenzioni e formalismi, al di là di ogni pregiudizio.
La necessità sembra quindi quella da un lato di "sentire spudoratamente", di rievocare il vissuto nel momento stesso in cui lo si comunica, lasciandosi inondare dal pathos senza timore, e dall’altro di osare dire, non desistere anche avanti alla difficoltà che può renderci balbettanti, nel tentativo di dar parola, esprimere e quindi trasformare in conoscenza condivisa e reale il vissuto stesso.
Un altro modo per dire, in termini concreti, la necessità di "coniunctio oppositorum", di ricongiunzione in noi dei due aspetti dell’essere: Eros e Logos, sentire e pensare.
Finchè restano scissi (amore inconscio di sè, pensiero privo di vitalità) il mondo resta disarmonico quando non addirittura terrifico.
Man mano che si uniscono la percezione si fa in noi più armonica ed il sentire si fa più libero da finalismi e presunte causalità.
La dinamica del pregiudizio, in quanto appannaggio dell’ego che fissa in visione stereotipata e riduttiva, rigida e per nulla coraggiosa, tende a separarci l’un l’altro, ad impedire l’esperienza ulteriore di consapevolezza, che si rende invece già possibile nel nostro riconoscerci al contempo individuo e gruppo, particolare ed universale, singolo e coralitá.
Lo smantellamento di ogni pregiudizio ci permette infatti di accedere ad un livello di consapevolezza ulteriore: quando cioè ci accade di esprimere al cospetto di altri ciò che sentiamo, superando l’alterità ed affidandoci all’accoglienza che noi stessi e gli altri, come gruppo, già incarniamo, ci troviamo a ri-sperimentare ed in qualche modo a ri-conoscere il medesimo vissuto, la medesima esperienza, da un punto di visione ulteriore, quello del gruppo in noi e diamo così concretezza al Soggetto Super Riflessivo.
Così il dar parola, con altri, ad un vissuto, un’esperienza, la rende anche dentro di noi più tangibile, più vera, in fin dei conti ancor più reale.


Agnese Galotti


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