Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione GEA
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Home Anno 7° N° 26
Dicembre 1998 Pag. 8° Agnese Galotti

Agnese Galotti

 METODO 

SOGGETTO GRUPPO

Il rapporto analitico in gruppo è occasione per sperimentarsi quale Soggetto Super Riflessivo ed imparare a disporsi in quell'atteggiamento di "passività attiva" necessario alla percezione della presenza.

Se il passaggio da una relazione interdipendente ad una più libera tra soggetti che si riconoscono tali, nel rapporto analitico individuale è esperienza commovente ed intensissima, quando accade in gruppo, l’intensità è ancora maggiore.
Certo, non è questione meramente quantitativa, bensì riguarda l’amplificazione cui ogni esperienza va soggetta ogni volta che il contesto in cui si dà è un particolare che si riconosce già universale, ed il gruppo, per quanto inconscio sia, è da tutti percepito, fin da subito, una incarnazione dell’universale.
Ora è già stato sottolineato quanto l’inconsapevolezza e le dinamiche ad essa sottese imprimano un’amplificazione pericolosa nel contesto gruppale: senza scomodare studi sociologici sui fenomeni di massa possiamo soffermarci sulle dinamiche di "branco" in cui il gruppo talvolta cade quando catalizza la perdita di consapevolezza della soggettività, nei singoli, aumentando l’identificazione nel branco. Sono le situazioni in cui si scatenano dinamiche psichiche di vario genere: di aggressività verso l’individuo che diviene il capro espiatorio di turno, o di chiusura verso qualcuno percepito pericoloso in quanto esterno (l’ultimo arrivato, per esempio) o quando un momento dialettico tende a degenerare in attacco all’"autorità" cui ci si accoda seguendo la nuova tendenza, o quando i toni salottieri, mascherati da apertura e generosità riempiono di chiacchiere lo spazio che potrebbe essere di riflessione, o quando si tende a ritrarsi, nascondendosi ogni volta dietro qualcuno eletto a leader di turno, ecc...
Questo è il lato ombroso del gruppo, tanto incombente e sgradevole quanto più resta inconscio.
Tuttavia nel gruppo esiste anche una forza suggestiva al positivo, capace di smuovere ataviche resistenze a farsi consapevoli di sè.
Ed è su tale potenzialità del soggetto gruppo che è bene imparare a puntare, stimolando i momenti di confronto sincero, di percezione autentica che, quando si danno, sono resi ancor più forti dal contesto corale. In questo senso è di grande importanza allenarsi a percepire dialetticamente sè come individuo nel gruppo, e sè come gruppo: osservare con occhio distaccato le dinamiche che si stanno dando e al contempo non alienare da sè nulla di quanto avviene, chiunque sia nello specifico ad incarnare quella precisa dinamica psichica.
Tuttavia questo allenamento, assai importante ed esaltante, non ha nulla di immediato: è spesso accompagnato da fatica e richiede grande costanza nel tentativo.
E’ questo un tipo di tensione che, inizialmente prerogativa dell’analista, passa gradualmente a coinvolgere il soggetto gruppo stesso, attraverso il coinvolgimento consapevole dei partecipanti.
Certo è che la prima fase del rapporto è fortemente influenzata dalla mole di proiezioni che attraversano il gruppo.
Tali proiezioni pongono spesso l’analista in veste di figura genitoriale, dotata di autorità, cui sottomettersi e/o contrapporsi, in qualche modo ritenuta prioritariamente responsabile di quanto accade nel gruppo stesso, il che alimenta un'immagine del gruppo quale soggetto infantile, non ancora adulto.
Ciò non può non indurre nell’analista una forte pesantezza, data dalla delega che si compie nei suoi confronti, insieme ad un accentuato senso di solitudine. Da qui il malessere che spinge l’analista a liberarsi da tanta costrizione attivandosi a recuperare, all’interno del rapporto stesso, la propria libertà di esserci per quello che è.
Tale rottura di uno schema relazionale induce una salutare reazione a catena: ciascuno si sente spinto ad uscire dal "personaggio" che il gruppo gli ha più o meno consapevolmente appioppato.
Per ciascuno, analista e partecipanti, è il momento in cui ci si sente finalmente visti per quello che si è dall’interlocutore, che è sempre il gruppo, il cui occhio riesce a sforare la spessa cortina di proiezioni ed a cogliere l’essenza.
Da quel momento in poi ciò che caratterizza quella relazione non può essere altro che amore: un amore consapevole, un amore faticoso, un amore in costruzione in cui tutto è compreso.
Cadono allora le barriere difensive, cadono gradualmente le deleghe, le aspettative, le pretese e le rivendicazioni, i giochi di potere e le competizioni: cadono o ci si fa disponibili ad analizzarle quali dinamiche dell’ego che a fatica cede il proprio presunto primato in favore di qualcuno, il soggetto, ben più ampio e comprensivo di lui.
Recentemente un momento simile si è proposto nel gruppo, in occasione di una serata uscendo dalla quale ho avvertito un senso di pesantezza e di delega insostenibile, che mi generava disagio e forte malessere: era l’occasione per chiedere al gruppo stesso, attraverso i partecipanti, di attivarsi, di condividere con me il compito di reggere quell’impasse che il soggetto gruppo stesso viveva, ponendosi anche loro da soggetti capaci di accogliere anche il lato pesante senza per questo rifiutare tutto o delegare qualcuno.
L’incontro successivo, in cui ho verbalizzato i miei vissuti, si è mosso qualcosa: ciascuno ha provato una sollievo sentendosi liberato da un ruolo ormai troppo stretto che si alimentava di una delega che ormai impoveriva soltanto.
Sincronicamente è accaduto che ci si confrontasse in gruppo, stimolo il suicidio di un amico di una partecipante, circa la libertà relativa al nostro esserci. Se ci si ricorda dell’opportunità che abbiamo di "uscire dal gioco" ci si consapevolizza pure della scelta (ed è tale a tutti gli effetti) che ciascuno di noi, nel proprio essere qui, ha fatto. Da quel punto in poi si fa più chiaro cosa significhi "porsi in termini soggettivi" avanti agli eventi, ricondurre tutto a sè, a quel rapporto intimissimo tra sé e la vita cui un giorno abbiamo detto sì, anzi cui ogni giorno rinnoviamo il nostro assenso.
Lo stesso vale per il nostro essere qui a riflettere e domandarci, cosa ovvia ma spesso dimenticata dal gruppo quando si appesantisce la delega all’analista o al gruppo stesso, circa una presunta pretesa di benessere.
In qualche modo rinunciare alla delega, alla riserva nel gruppo e darsi totalmente aprendosi ad accogliere ciò che è, qui ed ora, è tutt’uno con il dire sì alla vita, qui ed ora, per quella che è.
La dimensione intersoggettiva nel rapporto (intrapersonale come interpersonale) si basa sul proprio riconoscersi soggetti, il che coincide con l’uscire dalla dimensione oggettuale di sè, e la spinta più potente è data dal malessere che tale condizione comporta.
Tuttavia è evidente che il restare oggetti in balìa, figli, creature, presenta alcuni vantaggi secondari, analizzando i quali ci si apre la strada per procedere.
In genera si tratta di una resistenza opposta al dolore, quello già presente non ancora accolto e quello che immancabilmente si teme accompagni il nuovo statuto di soggetti.
Tuttavia proprio questo permanere in una sorta di via di mezzo (edipica!) è ciò che rende pesante e a volte insostenibilmente ripetitivo, nelle dinamiche, il rapporto stesso, per ciascun soggetto coinvolto.
E’ dunque a partire dal malessere, denunciato, accolto ed elaborato che il salto può avvenire.
Ma finchè il malessere è negato o tacitamente vissuto come buon motivo per chiamarsi fuori, si perde l’unica vera opportunità di crescere nella percezione amplificata della presenza che il gruppo in noi sperimenta e conosce.

Agnese Galotti


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