Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione GEA
Direttore : Dott. Ada Cortese
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| Home | Anno 7° | N° 26 |
| Dicembre 1998 | Pag. 9° | Tullio Tommasi |

RICERCHE
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ORIZZONTALITA' E VERTICALITA'
Con i nostri percorsi circolari maciniamo lavoro, idee, sentimenti e la linfa che ne scaturisce è salvifica per procedere.
Un sogno ha espresso la seguente immagine:
In una struttura fatta a piani varie persone, o varie entità non meglio definite, girano in tondo su ogni piano, continuamente e per sempre. Gli inquilini dell’ultimo piano hanno la consapevolezza del loro girare e capiscono che c’è un’altra possibilità: seguire traiettorie verticali che sezionano trasversalmente tutta la struttura, da cima a fondo. All’esterno della struttura il nonno del sognatore, che nella realtà era uno schizofrenico, vede tutto: il girare sui vari piani, la consapevolezza dell’ultimo piano e le linee che tagliano verticalmente, però lui sta fermo a osservare soltanto. Questo sogno può rappresentare, in sintesi, le nostre modalità di affrontare il mondo, fornendo quattro possibili scelte. La prima, che è la più usuale e ovvia, determina un girare in tondo su un piano, alto o basso che sia, iterando se stessi in una coazione a ripetere senza fine.
L’unico vero cambiamento è quello biologico che porta all’invecchiamento, ma è solo un’attenuazione del girare fino alla sua estinzione in cerchi sempre più tenui e insensati. La seconda possibilità consiste nel procedere in tondo sul piano più alto: esiste la consapevolezza di girare e si conosce la via retta ma non si ha il coraggio di percorrerla. La terza ipotesi permette di osservare il tutto con una lucidità perfetta ma si è "fuori": la decisione, saggia quanto si vuole ma che segna una sconfitta, è quella di non immergersi nella vita. La quarta scelta non è possibile sognarla perché occorre viverla: girare nei vari piani, consapevolmente, e nel contempo agire verticalmente, verso l’alto e verso il basso, divenendo tutto quello che esiste, tutto in un’onnipotenza che è l’esatto contrario dell’egoriferimento.
La circolarità è una ruota che macina, è un elettrone che struttura la materia, è il sole che scandisce la vita.
Il cerchio è la figura che ha prodotto la cultura occidentale: le città greche vivevano attorno all’agorà, luogo in cui avveniva la vita sociale. E tale struttura pare sia diretta discendente dall’uso degli antichi guerrieri di mettersi in cerchio per discutere, uguali tra uguali, in una prima struttura democratica.
Questo concetto di circolarità permise ad Anassimandro di intuire che la terra è rotonda. In oriente il concetto del cerchio è stato sviluppato nel simbolo del mandala. Dunque la circolarità è vita.
Il movimento circolare è sinonimo di perfezione: non esistono inizi né fini, tutto è senza variazioni. In varie civiltà del mondo antico il cerchio ha una funzione e un valore magico. Nel suo avvolgere era una protezione delle città, dei templi e delle tombe.
Il cerchio protettore è alla base di anelli, collane, bracciali: antichi guerrieri si adornavano di bracciali come per legare l’anima al corpo in vista della battaglia. Il cerchio è sempre stato la totalità. In Bassa Mesopotamia lo zero è il numero perfetto che esprime il tutto e dunque l’universo. La danza circolare dei dervisci rappresenta il ruotare dei pianeti intorno al sole in una ricerca del divino, del centro, della luce. Jung vede nel cerchio un’immagine archetipica della totalità della psiche, è il simbolo del sé.
Ma la circolarità può tramutarsi in morte se diventa sinonimo di ripetizione.
E’ la ripetizione di percorsi noti, un camminare sulle proprie orme, è un pensiero fisso che blocca la mente.
E’ il nostro svegliarsi al mattino per immergerci in percorsi uguali dove alla fine della giornata avremo prodotto una fotocopia di una fotocopia di un documento verboso che nessuno ha mai letto per intero.
E’ un amare per abitudine o per paura del nuovo. E’ un aggrapparsi alla rappresentazione limitata del mondo pensando che quello sia il mondo. E’ un non voler cambiare.
E allora si gira: cambieranno le case, cambieranno gli amanti e cambieranno i lavori, tutto per non cambiare se stessi. Tutto per rimanere sullo stesso piano, per non perdere i punti di riferimento che sembrano dare un senso al nostro girare. Il marito che siede zitto davanti alla televisione perché la moglie lo investe sempre e la moglie che si irrita col marito perché sta davanti alla televisione è un semplice esempio di circolarità che potrebbe durare all’ infinito.
Cambiare significa trasformarsi.
Jung parla di trasformazione delle proprie energie, ovvero di un processo culturale dove la consapevolezza permette di vedersi e di prendersi in braccio aprendo nuove visioni del mondo che arricchiscano la propria rappresentazione.
Freud parla solo di sublimazione, ovvero di un processo che contrasta le pulsioni naturali fingendo con se stessi di essere umani, ma rimanendo biologismi su due gambe. Ognuno scelga ciò che preferisce: quello che è certo è un sentire se stessi, ed essere spettatori della propria trasformazione è una delle sensazioni più inebrianti che si possano vivere.
La catena di cause ed effetti che deterministicamente crea quella struttura soffocante in cui ci si sente inchiodati salta se si riesce a salire di piano. Allora quelle che prima sembravano necessità perdono di significato. Solo il vedersi permette l’innalzamento, solo mettersi in gioco determina lo spostamento di energia spesa in un movimento circolare in energia tesa verso la verticalità. Solo arricchendo la nostra rappresentazione del mondo ogni gesto si impreziosisce.
Ognuno di noi ha un quanto di energia e spesso è molto più dispendioso ripetere che affidarsi, eppure la coazione a ripetere modula la maggior parte delle nostre vite.
Tutti abbiamo bisogno di cerchi per difenderci e ognuno cerca quelli che più gli si addicono: le fedi nuziali, i riti lavorativi con i loro ritmi, le ore del giorno scandite da gesti usuali e da visi noti. Solo ai morti e ai mistici venivano tolti gli anelli perché il loro incontro con un altro mondo doveva essere affrontato senza dife se.
Con i nostri percorsi circolari maciniamo lavoro, idee, sentimenti e la linfa che ne scaturisce è salvifica per procedere. Ma un cerchio oltre a proteggere chiude: è qui che allora diventa sano scardinare. Solo col salto rendiamo onore al duro lavoro frutto di ore di apparente ripetizione.
I percorsi verticali danno ebbrezza, sia che portino verso l’alto che verso il basso. Tra estasi e abissi spesso dobbiamo riposare per prendere fiato: sostiamo e così giriamo. Talvolta balliamo, soli o, meglio, in compagnia. In una danza dei dervisci ci stordiamo e la nostra unità si ricompone: ci sentiamo vivi, semplicemente. Poi torniamo a girare nel mondo abituale ma ormai senza automatismi.
E capita che nel pieno di un nostro rito quotidiano ci si veda: allora sorridiamo. Sale il ricordo di danze passate e la certezza di danze future, arriva dirompente il sentire che la rappresentazione del mondo è costruita da noi stessi e che solo noi possiamo scegliere altre strade. Il mare delle possibilità ci stordisce e fa paura, siamo l’ultimo punto della curva della nostra vita e spetta a noi se proseguire in rassicuranti coordinate cartesiane o se sperimentare altri sistemi di riferimento.
Voleremo ancora e cadremo ancora: ma non ci ripeteremo.Tullio Tommasi
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