Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione GEA
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Dicembre 1998 Pag. 11° Maria Campolo
 MITI E LEGGENDE 

IL LABIRINTO

"La scaturigine delle "forme" risiede nella profondità più intima dell’animo umano, le quali non si rivelano mai senza un senso e un fine, ma sempre in momenti felicemente creativi e in armonia con il mondo, che altrimenti rimane del tutto muto"

Nella cultura occidentale il simbolo del labirinto, tracciato come decorazione o legato a pratiche religiose, è presente già dall’età più arcaica, fin dalle origini stesse della nostra civiltà.
Prima come linea infinita a spirale, e successivamente nella sua variante di meandro angolato, è presente in tutto il bacino del Mediterraneo e nella Mesopotamia.
Presso la civiltà babilonese, la forma circolare della spirale, pare fosse una elaborazione stilizzata delle viscere degli animali che, una volta offerti in sacrificio agli dei, venivano poi usati a scopi divinatori.
Queste linee a forma di spirale diventano un labirinto se si prova a rappresentarle come percorsi e, calandosi in esse, diventano vie d’ingresso o passaggi.
"Per risvegliare la realtà mitologica - avverte Kerenyi - dobbiamo immaginarci il labirinto dentro di noi e trasferirci in esso." Altro significato dal quale scaturisce la forma del labirinto potrebbe essere la rappresentazione dell’orbita solare, legata al culto del sole nella prima fase della civiltà minoica.
Nell’immaginazione collettiva il labirinto, per così dire più noto, è il labiros, in greco "palazzo delle bipenne" (la scure a doppia lama) simbolo rappresentato più volte sulle pareti del grande palazzo cretese di Cnosso.
Il mito, nella sua variazione più tarda, narra che il re cretese Minosse chiamò Dedalo, architetto ateniese, perchè costruisse un palazzo composto da un tale intrico di sale da cui sarebbe stato impossibile uscire una volta entrati.
L’edificio aveva lo scopo di nascondere il Minotauro, un mostro dalla testa di toro e dal corpo umano, nato dall’illecita relazione della regina con un toro inviato da Poseidone, dio del mare.
Il mostro, oltre a procurare spavento, metteva non poco in imbarazzo la corte cretese; Minosse pensò così che il labirinto avrebbe risolto la difficile situazione.
Ogni nove anni però, il mostro pretendeva il suo pasto consistente di sette giovani e sette ragazze giunte da Atene, fino a quando Teseo, con l’aiuto fornito dall’ingegnosa Arianna, riuscì sia ad uccidere il mostro che a trovare la via d’uscita dal labirinto grazie al provvidenziale filo di lana.
Essere è muoversi nel labirinto; è un binomio che costituisce una condizione dell’esistenza, un’esperienza iniziatica che così viene descritta in un sogno:
>Il sognatore è seduto in una stanza di cui vede solo una parte. Accanto a lui una presenza bionda che lo accompagnerà per tutto il sogno. Al centro della stanza vi è una colonna che è, al contempo, un ambiente a cui si accede attraverso quattro porte, una su ogni lato. Egli vi entra e si trova in un labirinto attraversando il quale gli si apre la "visione" completa della stanza, ben più ampia di come gli appariva all’inizio.<
Dunque "ci si trova" nel labirinto: senza alcun preavviso ecco che l’avvenimento accade, richiede di essere vissuto e occorre, per sopravvivere, muoversi lungo il tortuoso percorso cercando di giungere al "centro". Si sperimenta così una dimensione del tutto nuova e grandiosa.
Il mitologema labirintico è un "modello del congetturare", della forma stessa del pensiero dialettico. Pensiero capace di affrontare l’ostacolo, che elabora sempre nuove soluzioni e quindi nuovi mondi adeguati alle mete ed alle necessità dell’essere.
La "Mètis", nome che diedero gli antichi alla capacità del pensiero di aderire alla realtà e di affrontarla, è però come Dedalo capace anche di tortuosità per celare la verità eccessiva e minacciosa (il Minotauro) ma anche la verità indicibile, segreta, che si conquista solo attraversando quel percorso aggrovigliato, il labirinto, al centro del quale quella verità è collocata.
Il labirinto è dunque inganno, malizia, ma anche estensione fino al "limite del possibile" della logica su cui poggia il pensiero.
Esso è lo stesso percorso che consente di ritrovare la via del ritorno, verso la luce, ossia il Logos tutt'uno con quel filo di Arianna che fornisce la chiave di questo eterno procedere.
Il labirinto, nella sua forma circolare simboleggiato dalla spirale, è presente anche nella pittura rupestre e, sostiene Kerenyi, è una forma-base primitiva che non può essere vista solo come "un gesto primordiale dell’uomo"; è, in quanto movimento, un avvenimento primordiale, "un archetipo" al quale "si trova dinanzi non più l’individuo, bensì il mondo stesso." Egli sostiene che il motivo di quel movimento, racchiuso nella profondità dell’essere, sia l’espressione di quelle formazioni spiraliformi presenti nell’ovulo e nello spermatozoo quali portatrici della vita e quindi dell’immortalità.
Queste spirali disegnate, o a volte danzate, "significano la continuazione delle vite dei mortali oltre la loro morte graduale: ciò che nel plasma è funzione, qui è significato".
L’immortalità vissuta nella profondità dell’essere è uno dei suoi aspetti che l’idea mitologica rappresenta attraverso la linea a spirale; essa è la sequenza vita-morte-vita che si ripete.
Questa linea incessante fatta dal fluire di tutti gli esseri viventi che emergono e spariscono equivale alla vita e al pensiero nelle sue infinite forme.
Concludiamo con l’immagine che W. F. Otto ci fornisce di una danza che rappresentava il labirinto circolare e che ancora oggi sopravvive nella tradizione greca "qualcuno offre, apparentemente senza uno scopo, un fazzoletto; qualcun altro ne afferra un lembo, mentre al secondo, al terzo della fila basta prendersi per mano.
Mano nella mano, si forma un cerchio che trascina tutti quanti in una spirale senza fine".
Bibliografia: K.Kerenyi "Nel labirinto" Boringhieri W.F.Otto ("Dionysos: Mythos und Kultus" (Frankfurter Studien zur Religion und Kultur der Antike. Francoforte 1933)

Maria Campolo


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