Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione GEA
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Marzo 1999 Pag. 3° Tullio Tommasi

Tullio Tommasi

 RICERCHE 
LA RAPPRESENTAZIONE DEL MONDO TRA RUOLO E RELAZIONE

"Ciò che mi propongo di insegnare è: passare da un non-senso occulto a un non-senso palese" ( L. Wittgenstein)

La voglia di essere spesso fa interpretare ruoli che permettono un agire nel mondo mediante il proprio fare.

Ma il ruolo che si ricopre è, nella maggior parte dei casi, molto più casuale di quello che si vorrebbe credere: ci si ritrova a svolgere un lavoro, ad avere degli interessi che alla fine sembrano il nostro scopo della vita, ma che in realtà potrebbero essere anche altri completamente diversi.

Nel ruolo ricoperto, l'ossessività nell'agire è funzionale per la buona riuscita di un progetto: credere in ciò che si fa è la soluzione migliore per fare. Non esistono dubbi o meglio: i dubbi riguardano le possibili soluzioni da adottare, ma in un sistema di riferimento ben saldo, mentre non si pone in dubbio il sistema stesso.

Ma quando, per una difficoltà esterna o per una stanchezza interiore, si vede se stessi interpretare un ruolo provando un senso di estraneità, allora può nascere la perdita di senso e di identità. Vedi lo scheletro, il vuoto.

E la perdita di significato è un virus che si propaga velocemente; cose e persone fino a poco prima importanti appaiono lontane; le ore del giorno diventano pesanti; la depressione impera ed emerge la solita domanda sul senso della propria vita. Tutto sembra rappresentazione e la relatività avvolge ogni cosa sgonfiandola di significato e di vita.

Effettivamente tutto è rappresentazione: siamo noi che viviamo sentimenti diversi in rapporto con l'esterno e che quindi coloriamo i fatti, di per sé neutri, con tinte scelte dalla tavolozza del nostro sentire. Siamo noi che selezioniamo pezzi di mondo dandovi importanza, tralasciandone altri magari preziosi. Siamo noi che giudichiamo, recriminiamo, ci commuoviamo e vogliamo imporre la nostra visione del mondo.

Portando alle estreme conseguenze tale ragionamento si arriva a un soggettivismo totale che sconfina nel solipsismo. Quindi il risultato sarebbe un sistema che nega la veridicità della relazione e del mondo.

Il solipsismo, ovvero l'idea che il mondo esista come generato da un mio pensiero, se preso nella sua radicalità diventa un concetto vuoto, di pura razionalizzazione, affascinante ma sterile. Borges una volta scrisse che nessuna persona con un minimo di buon senso può credere in tale teoria.

Dunque possiamo dire che il mondo esiste, indipendentemente da noi, ma è pur vero che ciascuno di noi si rappresenta il mondo, ognuno a suo modo.

A questo punto ci si trova di fronte a due possibilità, una negativa, l'altra affermativa. La prima vede in questo relativismo un mare amorfo dove la mancanza di preziosità appiattisce ogni percorso in un'uniformità grigia.

"E' tutto lo stesso", in un'assenza di energia vitale.

L'altra possibilità afferma la scelta della propria rappresentazione e dà a ciascuno un potere enorme.

Possiamo decidere, non più solo scelte nell'ambito di un ruolo, che anzi diventano sempre meno aut aut angosciosi, ma soprattutto possiamo decidere la personale rappresentazione del mondo.

Almeno sappiamo di poterlo fare anche se spesso, forse per paura, preferiamo ancora delegare la personale rappresentazione a un presunto buon senso comune.

Mi capita sempre più spesso di potere quasi decidere se stare bene o male.

Sento questa possibilità nel momento in cui un avvenimento esterno o uno stato d'animo stanno per risucchiarmi nel malessere psichico. In quel momento percepisco il fascino della scelta della rappresentazione.

L'aspetto più sorprendente di tutto questo riguarda il fatto che tale scelta ormai non è più dettata da un dover essere, da un'imposizione dell'io, ma avviene naturalmente, come se l'essere avesse imparato a stare bene. E quando invece la depressione arriva è come se una parte di me non si prendesse sul serio in quanto sa che la depressione è anch'essa rappresentazione e quindi assolutamente relativa. Quindi non esiste più quel macigno insostenibile perché assoluto. Ho una depressione leggera, anche se non sempre è una leggera depressione.

In questo mare della rappresentazione talvolta sento il rischio del relativismo e di una conseguente perdita di energia. Vorrei allora qualcosa in cui credere fermamente, vorrei una verità.

Detto in altri termini, talvolta ho quasi nostalgia della realtà e dell'identificazione in un ruolo. Ma, non essendo possibile tornare indietro, posso solo continuare nel tragitto. Ecco allora che si va formando un nuovo piano di visione del mondo e di me stesso parte del mondo.

Per cercare di spiegare quello che provo ho prima bisogno di enunciare una grande scoperta del novecento mai sottolineata a sufficienza, ovvero la contraddizione logica di un sistema che parla su se stesso.

Tale contraddizione è emersa grazie soprattutto a Godel e Wittgenstein che, negli ambiti diversi della matematica e del linguaggio, hanno minato le fondamenta di tali discipline. In poche parole, la conclusione a cui pervengono questi autori è la stessa: non è possibile arrivare a considerazioni sul sistema rimanendo nel sistema, ma occorre un metasistema che possa analizzare il sistema dall'esterno. Altrimenti si ottengono dei paradossi, quali un teorema che contemporaneamente afferma e nega se stesso (teorema di Godel).

Prendendo la vita come sistema, è chiaro che noi non possiamo porci in una metavita e che quindi nulla si può dire sulla vita. E anche il problema del senso della vita diventa un quesito mal posto per il semplice fatto che la vita non può indagare su se stessa.

Tale conclusione apparentemente negativa ha però un potere affermativo altissimo. Dal momento che ciascuno di noi vive e dunque fa parte della vita, la verità e il senso vanno ricercati dentro al fatto stesso di vivere.

Ma non c'è vita senza relazione. Solo nella relazione posso sentirmi vivo, con l'altro che continuamente mi rimanda la sua vita. Più c'è relazione, al di là delle rappresentazioni che l'io ricopre, più la vita afferma se stessa.

Posso quindi concludere che la verità per me è la relazione, e la ricerca di verità è la ricerca di me stesso, è la ricerca di profonda relazione, è la ricerca di vita.

"Il senso della vita è vivere" dice Eckhart, sottolineando che quasi un millennio fa egli aveva intuito quello che profondi pensatori di questo secolo hanno capito solo attraverso lunghi percorsi.

Allora anche i vari ruoli diventano veri e nel momento in cui li interpreto mi identifico con essi. Tale identificazione non è più quella primaria che accomunava il senso della propria vita col ruolo particolare, ma è la vita che necessariamente per esplicitarsi ha bisogno della molteplicità di ruoli e di riti.

Finalmente torno a essere semplice, anche se il cammino è stato piuttosto accidentato.

Tullio Tommasi


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