Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione GEA
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Marzo 1999 Pag. 5 Agnese Galotti

Agnese Galotti

 METODO 

IL POTERE DI ARRENDERSI

Non è grazie ad una volontà egoica e combattiva che noi viviamo, anche se spesso ci è richiesto questo atteggiamento

Nella continua oscillazione tra differenti livelli di consapevolezza di sé, non è raro che al soggetto accada di perdere la via e di smarrirsi nei meandri dell'ego convinto, invece, di essere sulle tracce del Sé, fino ad arrivare a non riconoscere più la direzione e quindi l'universo nel quale si trova calato.

E' la confusione paralizzante dello scalatore che si trova bloccato in una posizione pericolosa senza saper più muovere un passo né per andare avanti né per tornare indietro.

Un parametro utile, in questi casi, è l'analisi dell'intensità del proprio sentire: la dimensione dell'Io non tollera il superamento di una certa soglia di intensità, sia di gioia che di dolore, non fa differenza; esso può tuttavia contribuire ad indurre un determinato vissuto, può alimentarlo fino ad un certo livello, salvo poi difendersene.

Quando l'intensità del sentire ha superato, per così dire la soglia dell'ego, allora, qualsiasi ne sia il contenuto, siamo già oltre i confini del controllo dell'Io e ben più vicini alla potenza del Sé che, se soltanto riusciamo ad abbandonarci e a riconoscerla, come una potente calamita ci cattura a sé, facendoci partecipi della sua energia.

Si tratta di imparare a ben sfruttare la direzione del vento, mai di opporvisi.

A tutti noi sarà accaduto di vivere qualche momento estatico di grande intensa gioia, che spesso si fa commozione, e di sentirsi traversati da una vibrazione che trascende il confine in cui siamo soliti percepirci, il "luogo" con cui siamo soliti identificarci.

Sono le occasioni in cui si impone una percezione tanto potente da indurci a farci più grandi per reggerla accogliendola.

Non è raro, anche in queste occasioni registrare, paradossalmente, delle resistenze ad abbandonarsi a tanta gioia, troppo intensa, appunto, troppo libera, per le esigenze di controllo dell'ego.

Se vivere davvero richiede apertura, aprirsi è tutt'uno col farsi accoglienti, disponibili a comprendere in sé ciò che di volta in volta si dà, senza selezionare né rifiutare alcunchè, rinunciando a qualsiasi controllo.

Ora, in quelle occasioni in genere sappiamo riconoscere, magari a posteriori, che il Sé, con la sua potenza archetipica ed universale, si è imposto in noi scavalcando ogni istanza altra, caratterizzando quella precisa esperienza percettiva.

Siamo molto più restii invece a riconoscere la medesima potenza nelle esperienze in cui l'intensità del sentire ha una colorazione marcatamente sgradevole, dolorosa: troppo spesso restiamo preda del giudizio, ci attacchiamo ai contenuti e ci priviamo della possibilità di cogliere un'occasione altrettanto potente di incontro col Sè.

In quelle situazioni, se abbiamo un po' di dimestichezza con il lavoro analitico, tendiamo giustamente ad individuare l'origine egoica di un determinato vissuto, magari competitivo o di attaccamento; se siamo ancora prevalentemente inclini al giudizio finiamo per definire quel vissuto inaccettabile, oppure semplicemente lo accantoniamo, riconoscendolo come ostacolo alla percezione del Sè.

Pensiamo infatti non ci possa essere di alcun aiuto nel nostro cammino di crescita o semplicemente decidiamo di distogliere da lì la nostra attenzione. Qualche volta funziona: l'attenzione torna a canalizzarsi in una percezione più ampia di quella egoriferita e ci è permesso ritrovare abbastanza velocemente la via.

Tuttavia alcune volte non è così semplice.

Ci sono dei vissuti di evidente natura egoica, che si impongono con una forza ed una tenacia tanto invincibili da non aver nulla da invidiare alla potenza con cui si manifesta il Sé.

Penso a quando i vissuti competitivi si fanno schiaccianti e ci sentiamo annullare dalla bellezza di qualcuno o qualcosa di `altro' da noi, che sempre ci sfugge e mai ci "appartiene"; penso alla potenza demoniaca della gelosia quando ci costringe a gesti, comportamenti o anche solo fantasie che ci scaraventano in un vero e proprio inferno; penso alla possessione di qualunque pensiero ossessivo da cui ci accade di non riuscire a liberarci, a quando ci troviamo preda del meccanismo perverso della coazione a ripetere che ci nega la libertà e la dignità di esseri umani.

Sono situazioni in cui sperimentiamo una potenza paragonabile, per intensità, alla gioia di cui parlavo poc'anzi, seppure rovesciata nel contrario, nel suo lato oscuro, doloroso, malefico.

L'ultima cosa che verrebbe in mente all'ego di fare, in queste occasioni, è esattamente l'unica possibile: arrendersi.

Spesso, purtroppo, la reazione è quella di difendersi, di continuare a combattere contro queste potenze e accade allora che l'ego, impossessandosi del nuovo intento (di liberarsi dalla dinamica egoica), rafforzi in ciò il nemico, cioè se stesso, attivando così un circolo vizioso che sembra non avere mai fine.

Se non sopravviene un salutare istinto ad arrendersi, a consegnarsi al destino che ci spetta, accada quel che accada, si può dare in queste situazioni un perverso cortocircuito egoico, capace di paralizzare ogni autoconsapevolezza, ogni vera percezione di sé, nell'imporsi di una pericolosa quanto insana inflazione egoica, paragonabile, per volgarità, ai tentativi dell'ego di appropriarsi del presunto `bottino' spirituale.

Quando sono testimone, in me o nei miei interlocutori, di momenti simili, mi torna sempre in mente uno "stratagemma spirituale" che l'Anonimo autore di un libro iniziatico del XIV secolo, intitolato "La nube della non conoscenza", consigliava al suo allievo:

"Quando ti accorgi di non potercela fare in nessun modo a ricacciare quei pensieri, mettiti tutto accovacciato dinanzi a loro, come un soldato povero e debole sopraffatto in battaglia, e ragiona così dentro di te: `E' da pazzi continuare a lottare con loro, ormai sono perduto per sempre'.
In questo modo ti abbandoni a Dio mentre sei nelle mani dei tuoi nemici. Ti prego di prestare molta attenzione a questo espediente. Infatti se tu lo metti in pratica, va a finire, secondo me, che ti sciogli in lacrime".

E' la liberazione catartica che si accompagna all'umile quanto necessario gesto di resa.

Sono i momenti in cui il dolore si manifesta nella sua vera natura di bruciante mancanza di Dio, di necessità vitale del contatto col Sé, quale unico reale bisogno che oggi ci caratterizza.

Nel momento stesso in cui il dolore intensissimo che ci pervade ci si svela per quello che è, siamo già restituiti nelle braccia di Dio: non fa differenza se ci ha ricondotto a lui l'intensità della pienezza o quella della mancanza.
Quando siamo tra le braccia dell'amante non ci importa più di sapere per quale strada ci siamo arrivati: ci siamo e basta.

A posteriori è importante invece ricordare che ogni potenza che in noi si dà, al di là dell'aspetto con cui ci si presenta, è potenza che chiede di attuarsi, quindi è occasione di percezione del Sé.

A noi allenarci a superare il pregiudizio tra bello e brutto, accettabile o disdicevole: a noi riconoscere il valore di tutto ciò che in noi si dà, anche quando ci appare incomprensibile, insensato o soltanto inaccettabile: il valore di ciò che di volta in volta si dà attraverso la nostra esperienza si svela soltanto nella misura in cui sappiamo andarci fino in fondo, facendo i conti con la paura che vorrebbe trattenerci a metà, con le difese egoiche che vorrebbero attenuare l'intensità di ciò che sentiamo, raccontandoci di un "dover essere" altro da ciò che è.

Vivere tutto come possibile prova iniziatica, sperimentando un'accoglienza sempre nuova che nulla ha a che fare con la rassegnazione e tutto con l'umiltà.

Ricordo la testimonianza di un amico che si era trovato, giovane e da poco padre, assai vicino alla morte: aveva combattuto con tutte le sue forze contro la malattia che lo stava attaccando, aveva ottenuto buoni risultati ma, per un imprevisto post-operatorio, stava ugualmente per soccombere.

Mi raccontò di aver sentito ad un tratto che era libero, libero anche di morire, e finalmente aveva potuto smettere di lottare ed abbandonarsi.

Da lì qualcosa scattò dentro di lui, cominciò un inatteso miglioramento ed egli tornò a vivere sano, e sicuramente più libero di prima.

Questo per dire quanto sia risanante ricordarci che la vita che viviamo è un dono, non solo nel senso del mistero che comunque l'accompagna, ma anche nel senso che non è grazie ad una volontà egoica e combattiva che noi viviamo, anche se spesso ci è richiesto questo atteggiamento, con cui tuttavia è bene non identificarsi troppo, pena il trovarci caricati di un peso insopportabile.

La nostra vita, nel suo darsi sul piano fisico, psichico nonché spirituale, non può essere il frutto di una battaglia continua, di una determinazione egoica: il nostro esserci, qui ed ora, così come siamo, è conseguente all'affermarsi di una volontà più grande dell'ego, transpersonale, cui stiamo semplicemente dando il nostro assenso.

Agnese Galotti


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