Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione GEA
Direttore : Dott. Ada Cortese
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Marzo 1999 Pag. 8° Ada Cortese

Ada Cortese

 CONFERENZE 

PICCOLI RITUALI QUOTIDIANI

La vita in me si sente prevalentemente, non totalmente nè esclusivamente, sotto il vissuto della gratuità: rimane una porzione di essere che "vuole" la necessità.

Uscire almeno una volta al giorno (escludendo le volte che esco per andare al lavoro: casa mia è a pochi metri dallo studio), più che un gesto è un pensiero guida. Non ha la forza di un pensiero ossessivo, non è coattivo epperò nella mente ha la forza costruttiva del rito.

Mi capita spesso di riflettere ultimamente su quanto poco essenziali siano la maggior parte dei miei gesti.

Se escludo il rituale che mi lega al lavoro, se escludo i gesti per la cura e la manutenzione della mia persona, se escludo i rituali che mantengono il mio rapporto commerciale con la società (pagamento bollette, canoni, tasse e così via), quello che resta di ritualità necessaria è ben poca cosa. Occorre inventarsela quasi!

Mi accorgo di aver posto una equivalenza tra gesto essenziale, gesto necessario e gesto rituale.

Non credo sia un caso nè un errore: ciò che è necessario ed essenziale nella vita di un individuo, vivente in genere o umano che sia, è qualcosa che quasi sempre attraversa, come fosse cibo e sostanza, l'apparato digerente della società.

I momenti significativi della vita umana, le fasi critiche, quotidiane o periodiche che siano, vengono sempre assunte, gestite, attraversate con l'ausilio della supervisione, con l'accoglienza materna e rassicurante della collettività. Tali momenti segnano l'appartenenza del singolo al gruppo e gli danno certezza d'esistenza. E tali momenti sono riempiti dal rito e dal rituale.

Sento che quanto a interlocutore necessario (o angelo necessario!) parlare di interlocutore sociale o interlocutore trascendente è la stessa identica cosa.
In ogni caso è il rapporto di necessità a segnare la qualità del dialogo tra i due: l'individuo e l'entità sovraindividuale, gruppo o divinità che sia.

La necessità segna la vita secondo il vissuto prevalente della mancanza. Nella mancanza cerco potere, pienezza, integrità e procedo nella loro direzione, ho bisogno del senso che mi porti ad essi.

Poichè sono essere relazionale, sociale, ed individuale ad un tempo, non posso superare la necessità, dunque giungere al fine della mia esistenza senza considerare questa doppia identità.

Posso testimoniare per me stessa che il sociale è sempre stato assai presente nella mia consapevolezza e la realtà associativa-culturale che è nata attorno al mio lavoro ne è la riprova assai concreta.

Ma ho bisogno di svolgere appieno la mia riflessione: percepisco la vita oggi prevalentemente secondo il vissuto della gratuità e ciò in virtù della possibilità che l'essere in me ha trovato di potersi sentire puramente al di là delle fatiche quotidiane che tendono a meccanicizzare la nostra percezione della vita.

Poichè in me l'essere non ha trovato molti ostacoli di tipo personalistico al proprio percepirsi, egli in me si percepisce e si ritrova anche al di là del rapporto di interdipendenza e dunque del rapporto di necessità e di servitù.

L'essere in me non sente il bisogno di generare, di metter radici, di lasciare segni del proprio passaggio... calma! Non lo sente nella misura in cui non lo sente! E non lo sente quando è davvero raccolto in sè dentro di me.

Ma, l'ho detto, la vita in me si sente prevalentemente, non totalmente nè esclusivamente, sotto il vissuto della gratuità, sicchè resta una porzione di essere che vuole, direi, la necessità.

La necessità di conservare la consapevolezza che non si va via, nè in cielo, nè all'inferno, da soli; la consapevolezza che IO non appartengo a me medesima e solo in questa consapevolezza si preserva in me l'autenticità come attributo della mia esistenza.

Ecco, io torno a sperimentare di non appartenere a me stessa ritualisticamente quando esco in modo rituale, quotidiano e con tale pensiero in testa: devo uscire perchè là ci sono i miei simili.

Penso che l'"uscire" in realtà, al di là del gusto di andare a vedere il mare o di prendere aria mentre vado a pagare una bolletta che potrei pagare domani quando mi arriverà anche quella del gas, ecco, l'uscire nel suo lato rituale e dunque sacro e dunque simbolico incarni il mio bisogno di appartenenza, il mio riconoscermi parte integrante dell'umano corpo esteso, sia ricerca e ottenimento del nulla osta e del timbro sociale sulle mie esperienze e sulla mia vita.

La cosa interessante è che se in passato l'uomo attraversava, volente o nolente, la vita tutta in riti collettivi e ciò si spiega con la durezza maggiore della vita stessa assolutamente inimmaginabile per noi uomini del Duemila nati tra mille comodità che sono i mille miracoli delle mille fatiche dei nostri avi, per noi oggi, per me almeno, l'aspetto rituale è ricercato nei piccoli gesti assolutamente inessenziali e "privati". Dunque non vero rito, che ha bisogno della partecipazione sociale, non rituali come cerimonie del sacro, ma ritualismi profani che pure trovano abbastanza facilmente la loro ascendenza dal rito vero.

Brutalmente passando ad una generalizzazione del mio riflettere, mi domando: è male questa crescente estinzione del rito nel mondo occidentale? Non credo, se tengo presente il mio caso perchè essa si accompagna alla sempre più totale estirpazione del rapporto edipico e dunque gerarchico.

Se il rito si riduce è perchè l'individuo trova in sè il senso realizzato del rito: trova pensiero, consapevolezza, maturità, potere sulla sua natura e sulla natura. Come potrebbe darsi al rito oggi?

A quale autorità esterna si potrebbe rivolgere per chiedere fondamento alla sua identità?

Non è il sociale stesso volto a dare il massimo di possibilità al singolo affinchè esso possa esprimere pienamente se stesso?

Almeno formalmente, come principio, esso è posto ed è cosa enorme.

L'individuo sa d'essere una porzione d'infinito e allora perchè dovrebbe chiedere e cosa? Il rito è richiesta di potere e al di là della sua efficacia esso è proteso a tale fine: il potere della pienezza e dell'integrità.

Allora è l'esperienza del sacro come tabù, come sacrificio individuale in cambio di esistenza universale, che viene meno. E viene meno perchè oggi v'è soggettività e consapevolezza sufficiente per non credere più ingenuamente al rito. Non c'è più fede.

Il meccanismo è stato svelato. L'uomo ha rotto il giocattolo per guardarci dentro. Ora non può più giocarci.

Non ha squarciato il mistero ma sa che esso non è più fuori di quanto non sia dentro di lui, non è più cosciente di quanto non sia incosciente, non è più materia di quanto non sia spirito, non è consapevolezza più di quanto non sia inconsapevolezza.

Sa il minimo necessario per non chiedere più. Il discepolo Zen ha imparato la lezione: ricordate la storiella? Ve la racconto:

Il discepolo va dal maestro e gli chiede il senso della vita. Il maestro per tutta risposta lo bastona. Il giorno dopo il discepolo ritorna e pensando che nell'accettazione di quella bastonata si celasse un preambolo necessario ad ottenere risposta, si ripresenta riformulando la stessa domanda. Ma la risposta è la medesima. La stessa cosa accade il terzo giorno. Il quarto giorno il discepolo si siede accanto al maestro e tace. Da quella volta non venne più bastonato.

Il nostro discepolo però mica riesce a starsene buono a lungo! Allora cosa fa? Ricomincia tutto da capo e continua a provare....cosa? Credo, a procrastinare i tempi. E forse ciò è bene se no, non sarebbe. Si riaggrappa alla vita secondo arcaica psiche ritualistica.

Ci riprova nei rituali ossessivi patologici così come nei nostri piccoli rituali quotidiani. Come se fosse insostenibile il vuoto e la quasi totale gratuità dell'esistenza che si dispiega. Come se fosse un nuovo peccato per una nuova origine, sì, un nuovo peccato originale: stiamo ritrovando la strada per l'Eden epperò non dobbiamo troppo darlo a vedere.

E così ci lamentiamo per cose che poi nemmeno ci interessano tanto, cose di soldi, di case, di oggetti, di pensioni, di salute, bah...

Se non abbiamo troppi problemi ce li inventiamo e continuiamo i riti collettivi di appartenenza.

Battute sarcastiche a parte, io credo che il persistere dei piccoli rituali quotidiani e privati siano nel mio caso il segno di riconoscenza verso il sociale a cui dedico parte del mio tempo e delle mie faccende.

Dedico quel tempo come si dedica un libro, una canzone, una poesia, una preghiera, non mi dedico al sociale, ma dedico il mio tempo interiormente al sociale.

E' fisiologico e reale, dunque razionale: quando tutte le altre schiavitù, antiche e non, sono superate resta un rapporto assolutamente inalienabile, quello del singolo con la collettività.

La cosa più antica ritorna.

Nessuno esiste senza conferma sociale. Non a caso poi ognuno tende a costruire una microsocietà attorno a sè: una famiglia, un partito, un'associazione.

E questo perchè ognuno può e deve dare il suo contributo personale di una proposta sociale.

La mia è GEA: è proposta di vita interiore e sociale ad un tempo. Essa è il lato nuovo del sociale per me, è il mio rapporto libero con la collettività che essa incarna.

Essa pure si nutre di un numero minimale di riti e di rituali: orari rituali, incontri rituali, formazione rituale, ecc. ecc.

Tutto l'arsenale della ritualità antica ed esteriore a GEA è recuperata al servizio dell'interiorità. Eppure si conserva il lato rituale esterno senza il quale non vi sarebbe struttura sociale e intellettiva minimale.

E poi ci sono i rituali volti alla macrosocietà: ad essa non ho dato figli attraverso cui rinnovare la saga dei riti antichi, non ho dato me stessa come fiore all'occhiello.

So però di fare molto per lei facendo molto per me e per GEA. So in un sol colpo che toglie tutti i riti ed i gesti spazio-temporali, so in un modo che toglie tutte le lentezze materiali e mentali.

Il Pensiero va veloce e non regge alcuna rappresentazione di se stesso. Affermativo totale come si è scoperto, come può perdere tempo nelle rappresentazioni?

Quando esso giunge ad essere certo di se stesso oltre ogni insegna e ed investitura sociale, come può offrirsi ancora al rito che, così come include, necessariamente al contempo esclude?

Non più e non tanto di quel che è minimamente necessario per restare tra i propri simili quel tanto che ancora il destino vorrà.

Ma mi piace notare in questo contraddittorio che si fa da sè in me, che nessuna parte vince su nessuna parte: mentre so che il rito è superabile, nello stesso istante lo ritrovo vivo e vegeto nelle zone subliminali e sub-esistenziali, laddove non si può più parlare di sopravvivenza ma nemmeno ancora si può parlare di esistenza.

Sono zone di confine, di ansia, per piccolissime o grandissime cose: ho spento il gas?, ho spento la luce?, i ghirigori sulla mano con il dito dell'altra mentre ascolto il mio analizzando, i percorsi obbligati per giungere ad una certa zona della città, ecc. Oddio, come è povera di riti, di rappresentazioni, dunque di vita? la mia vita!!

Sono piccoli pensieri ossessivi o piccoli rituali quotidiani che, secondo me, denunciano il bisogno..., no!

Denunciano esattamente l'opposto: l'ansia del non bisogno, l'ansia di spazi liberi, voglia di non esistenza, di ritorno all'utero, all'Eden. Voglia di essere abbracciati dal Tutto concreto.

Solitudine ed esorcizzazione della solitudine. Ricerca di zavorre che tengano i nostri piedi a terra. Piccoli pedaggi anche tollerabili perchè e purché non impediscano davvero il volo per il resto delle nostre ore.

L'opposto ai rituali piccoli quotidiani è la capacità di registrare anche i micromomenti spirituali: basta una parola detta o trovata, una telefonata, un pensiero, un sorriso, un sogno di pomeriggio, la chiamata di un amico antico e perso o di un nuovo analizzando, che la giornata "è a posto" nel senso che non v'è da coprirla di niente altro.

Per quel che mi riguarda, lavoro permettendo, potrei anche passarla a dormire o a guardare la tivù o a sistemarmi il giardino, comunque a fare poco molto poco!

E anche in questa zona di luce incredibile, perchè di essa hanno bisogno le nuove intuizioni, i nuovi pensieri, fiorisce invece il senso del peccato!

Il peccato della non efficienza, il peccato del non costruire, del non ab-negarsi, il peccato del "napoletano".

Racconto una barzelletta che il lettore dovrà completare immaginando gli accenti dei due protagonisti, l'uno milanese in vacanza e l'altro napoletano a casa sua sul golfo di Posillipo a godersi l'ultimo sole.

Il milanese, nel suo efficientistico atteggiamento, prova orrore come avanti ad una profanazione per la quieta pigrizia del partenopeo, sicchè da buon settentrionale colonizzatore comincia la paternale:

milanese: v'è vergognati con la gioventù e la salute che mostri perchè non ti dai da fare per migliorare il tuo stato, col mare che c'è potresti darti alla pesca....

napoletano: e poi?...

milanese: potresti prendere un aiuto. Col mare pescoso che avete qui sicuramente una barchetta non ti basterà....

napoletano: e poi?....

milanese: potresti ingrandirti, prendere dei veri pescherecci e così arricchirti...

napoletano (sempre disteso, mani sotto la nuca, occhi chiusi): e poi?....

milanese: ma come e poi? Potresti permetterti altri pescherecci, magari costituisci una grande società...

napoletano: e poi?...

milanese: e potresti anche delegare qualcuno che ti segua i tuoi interessi...

napoletano (stanco dopo tutto il lavoro di presenza in questa faticosa relazione col milanese rompiscatole): e poi?

milanese: ma così potresti infine riposare sempre, prenderti il sole, pensa che bello, non avere pensieri, problemi, essere liberi di sentire la vita e basta!...

napoletano: mbč, e che sto cercando di fare?!

Ada Cortese


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