Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione GEA
Direttore : Dott. Ada Cortese
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Marzo 1999 Pag. 9 Laura Ottonello

Laura Ottonello

 RICERCHE 

PAURA

"L'inquietudine è anch'essa necessaria per indurci a cercare."

La paura, nelle sue molteplici sfumature e tonalità affettive, è un sentimento che almeno una volta ognuno di noi ha vissuto.
Accanto alle forme più comuni: paura dell'ascensore, del buio, del vuoto, di cadere ecc., che spesso l'individuo riesce in qualche modo a contenere, ve ne sono altre meno tangibili, più vaghe e apparentemente irrelate dagli eventi e dalle cose.
E' un vissuto che nella sua forma più estrema diventa angoscia, e trae le sue radici da qualcosa di profondo che nasce da dentro.
Spesso, perlappunto, non ha un nome specifico, e questo la rende ancora più spaventosa. Eppure, anche se può sembrare paradossale e anti-evolutivo, in determinati momenti della nostra esistenza, quella stessa paura che sembra annientarci può essere qualcosa di buono e vivificante perchè è trasformativa.
Se non prevale "la politica dello struzzo" l'individuo può imparare ad elaborare le paure che incontra durante la vita, può sperimentarle senza esserne schiacciato e nominarle, poichè solo chiamando le cose con il loro nome i fantasmi svaniscono e riusciamo a cogliere il significato che si cela dietro quell'oscuro vissuto. Come accade ad un sognatore che, in questa fase del suo cammino, si trova a dover fare i conti con mostri del passato che tornano, ogni volta, camuffati dietro gli eventi e le relazioni che vive nel quotidiano.
Così si esprime l'inconscio alleato: > Il sognatore si rende conto che più impreca rabbiosamente contro i suoi stessi vissuti di paura più il suo disagio si accentua. Per esorcizzarlo non deve fare altro che nominare la paura che prova, questo gli permette di vederla e sentirla fino in fondo e già così facendo l'ostacolo è superato.< Un esempio comune riguarda le paure infantili che permettono al bambino reazioni salutari.
Un po' come accade nel corpo secondo i principi della omeopatia che cura propinando all'organismo, a piccolissime dosi, proprio quel farmaco che genera la malattia.
E allora, per il bambino (ma spesso anche per l'adulto è così) incontrare un ostacolo che incute timore perchè non è provvisto, nell'immediato, di risposte efficaci, costituisce uno stimolo importante per la sua sopravvivenza poichè lo porta a sviluppare strategie e rimedi per affrontare la nuova evenienza.
E' esperienza frequente riscontrare come, nei bambini, una favola talvolta paurosa venga richiesta più e più volte, come se, attraverso quella ripetizione, il bambino potesse, tra le altre funzioni che la fiaba svolge, ripercorrere i luoghi della paura e superarla. C'è un vero e proprio piacere in gioco, che a noi adulti talvolta sfugge e sembra addirittura inconcepibile.
Eppure è per lui esperienza importante, per questo ha bisogno di ripeterla e fissarla.
Talvolta il sentimento della paura è molto grande e potente, è incombente e spaventoso perchè senza causa apparente e senza nome: è il vissuto di angoscia che paralizza.
Dietro la morsa di tale vissuto estremo c'è l'imprevisto, l'innominato, il vuoto, il nulla...
Io credo che una delle fonti di angoscia del nostro tempo nasca da quel concetto psicologico che Durkheim già nell'800, aveva identificato nell'"anomia" come l'assenza di una consolidata identità sociale.
Oggi possiamo definire la cosa con termini diversi, ciò che, a mio avviso, resta invariata, è la sostanza: siamo inesorabilmente soli con gli altri e non siamo più capaci di riconoscerci nel consorzio umano, nell'Uno che tutti ci comprende.
La cultura prevalente, che rincorre beni materiali, nel desiderio, tra le altre cose, di colmare un vuoto esistenziale profondo, ci porta a questa sorta di crisi d'identità.
Nei tempi antichi imperava la paura di Dio, retaggio di quell'immagine oscura di Yahwéh, dio dell'Antico Testamento, onnipotente crudele e capriccioso.
Era il timor di Dio che salvaguardava l'uomo, nell'infanzia della sua giovane coscienza, dai rischi di un crollo.
Le paure più ataviche dell'uomo coincidono con la perdita dell'identità.
Leggendo un vecchio articolo di Freud: "Il perturbante", sono rimasta colpita da un episodio riportato dall'autore, da lui vissuto in prima persona. Ciò che ne emergeva, e che a mio avviso è vivo tutt'oggi, era il rischio, sfiorato, di sperimentare l'angoscia di tre specifiche condizioni inerenti l'Io. Una è costituita dal pericolo che l'Io perda se stesso (non riconoscendosi nello specchio), l'altra è che l'Io sia totalmente identificato con un altro, ed infine che l'Io si divida: è la frantumazione dell'esplosione psicotica.
Nella nostra attuale società, che cambia in modo vertiginoso, i ruoli vengono meno. Non è più troppo facile identificarsi nel lavoro, nel genere sessuale, nei rapporti generazionali, nella famiglia.
La conseguenza è, perlappunto, una diffusa perdita d'identità che, se da un lato segnala un fatto nuovo e trasformativo, dall'altra, proprio perchè si incide nelle nostre strutture più radicali, suscita un disorientamento che spaventa e così, se su un piano individuale abbiamo risposte così frequenti ed eclatanti di panico, su un piano collettivo assistiamo ad una psicotizzazione costante della società.
Caduti i simboli di un'entità trascendentale, vuoi che fosse Dio e la Chiesa, o lo Stato nelle figure del Re o dell'Imperatore, nell'evo moderno l'uomo non si concede più al timor panico quando contravviene alle leggi divine o umane, ma la paura resta e così, paradossalmente, la libertà massima coincide con il massimo della paura in un binomio apparentemente contraddittorio.
Come Prometeo, rubando il fuoco agli Dei per donarlo agli uomini, non appartiene più nè al consorzio umano nè può più stare accanto agli dei, così l'uomo moderno deve affrontare le sue paure per riconoscere la sua vera identità, umana e divina al tempo stesso.
Oggi, dietro le nostre paure più antiche vorremmo trovare rifugio in un Dio, (che nel linguaggio psicoanalitico possiamo definire il Padre, il Pensiero, la Coscienza) che ci protegga e ci manlevi dal peso della responsabilità di una coscienza ormai adulta perchè intera.
Se in passato, dunque, la paura portava l'uomo a liberarsi dal potere di Dio, oggi, al contrario, dietro quel vissuto antico quanto l'uomo stesso, c'è il nostalgico desiderio di cercare rifugio in un dio qualsiasi che prolunghi una condizione anacronistica d'infanzia psicologica.
Sembra paradossale ma proprio adesso che l'umanità è potenzialmente in grado di "godersela", e mi riferisco alla cultura occidentale perchè in questa io vivo, con gli agi, il benessere e le conquiste della scienza, esplodono sempre più numerose le crisi di panico, perlopiù, spesso, immotivate.
Ma come accade nel cucciolo dell'uomo che ripercorre individualmente tutte le tappe del percorso filogenetico ed ontogenetico per differenziarsi dall'inconscio e nascere alla coscienza, così per l'uomo moderno diventa indispensabile circoscrivere e nominare le proprie paure, non certo per dominare tutto ma per avvicinarsi al senso possibile dell'angoscia che lo attraversa.
Dobbiamo arrenderci all'idea che non possiamo controllare tutto: vi sono momenti nella vita in cui diventa necessario sacrificare l'Io per lasciar spazio alla nuova conoscenza che erompe dall'inconscio.
Se questo non accade, il risultato è sotto gli occhi di tutti: le paure irrazionali dell'uomo moderno alimentano nuove paure da una parte (chi "spaventa") e dall'altra ("lo spaventato") in una reazione a catena senza fine.
Penso ad esempio alla nuova criminalità, in un territorio umano i cui confini, anche simbolici oltre che reali, sono sempre più sbiaditi.
Guardando certe immagini di cronaca, mi viene da chiedermi se è più spaventato l'extracomunitario che è stato catturato dalle forze dell'ordine, oppure la gente del quartiere che inveisce contro di lui.
E così la paura di ognuno, facendo leva sull'atavica "paura del diverso", si condensa in una paura collettiva che catalizza tutti i fantasmi personali.
Questa, in fondo, è la dinamica della paranoia e dell'atteggiamento difensivo che motivano la guerra e l'impiego di energie per la costruzione di armi sempre più sofisticate.
Occorre sacrificare un poco la fiducia cieca che si ripone nella scienza e nella tecnologia, ovvero l'avallo totalizzante dell'uomo in tutte le sue opere, poichè la nostra vita non si basa esclusivamente sul controllo razionale dell'Io.
La fede nell'uomo si è sostituita alla più antica fede in Dio.
E se pure dobbiamo prendere atto dei progressi che la meravigliosa intelligenza umana ha saputo compiere trasformando la natura in cultura, pure dobbiamo fare attenzione alle aberrazioni di quella stessa coscienza.
Esistono ancora le catastrofi naturali e le tempeste indominabili nelle vite dei singoli uomini.
Anche se il mitico ciclo dell'eroe solitario che porta il tesoro all'umanità si è concluso, ci dobbiamo salvaguardare dall'utopia di una possibile e definitiva rassicurazione generalizzata.
L'eccesso di rassicurazione non ci infonde più sicurezza, il cui bisogno, pure, è legittimo ma, come scrive S. Agostino e con lui molti altri "...l'inquietudine è anch'essa necessaria per indurci a cercare...".
Se nella storia cristiana è prevalsa la paura legata al peccato e al castigo, oggi questo sentimento che continuiamo a vivere senza mai poterlo esorcizzare una volta per tutte, corrisponde alla ricerca interiore di qualcosa d'altro che ci trascende.
Una dimensione che Jung ha chiamato Sè, quel versante spirituale interiore che sostituisce la vecchia immagine del "dio sul trono con la barba", un'istanza positiva poichè spodesta l'ego e lo smantella.
Dove c'è la paura non può esserci fede nell'amore poichè affidamento e amore vanno a braccetto.
Oggi che l'uomo ha perso i suoi riferimenti interiori per puntare tutto sul potere dell'ego, soffre molto quando questo mostra segni di cedimento, è grande il dolore e lo smarrimento.
Ma come ci dicono anche i sogni, fedeli testimoni di un processo che si dà anche senza il nostro consenso, oggi è tempo di vendemmia e non ha più senso restare ancorati a vecchie paure che, di fatto, non più si danno (se non nella paura di avere ancora paura). Questo il messaggio onirico di speranza:
La sognatrice è sotto il pergolato di una vigna.
Le travi superiori sono fittamente popolate da pipistrelli che anzichè essere scuri sono di un colore verde smeraldo.
Vorrebbe raccogliere l'uva, e sta bene in quel luogo, ma teme per i pipistrelli, animali che le hanno sempre suscitato paura.
Ciò che sperimenta nel sogno è il ricordo della paura più che la paura stessa.
Per questo, più che indugiare, sorride al pensiero antico che ha avuto.

Laura Ottonello


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