Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
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Giugno 1999 Pag. 3 Laura Ottonello

Laura Ottonello

 RICERCHE 

LA VIOLENZA DEL SACRO

Le efferatezze compiute dall'uomo sono solo violente e folli se non possono essere raccolte nel loro significato profondo e collettivo.

Ci sono momenti particolarmente forti che attraversano le nostre esistenze in cui i problemi e le sofferenze ci travolgono; confusi e doloranti ci ritroviamo quasi immediatamente in cause esterne che ci hanno procurato quello stato penoso.
Separazioni, morti, delusioni sentimentali o fallimenti vari che ci mettono letteralmente "in croce". Annaspando, qualche volta affrontiamo quel malessere cercando di "chiarificare": si cercano le ragioni proprie e, nell'ipotesi più positiva, anche quelle dell'altro. Ma non sempre è sufficiente a calmare l'ansia e lo stravolgimento nel quale ci troviamo. Talvolta la violenza che avvertiamo è tanto forte da procurarci un dolore e uno sbigottimento che sembra spetti solo a noi. E' vissuto solo come personale, lacerante e indicibile, unico e, almeno mentre lo stiamo vivendo, sembra impossibile da condividere con altri, che non capirebbero!
Eppure la violenza fa parte di noi; ad ognuno, prima o poi, tocca la sua parte, nel ruolo di vittima o carnefice. Muoversi in questa sfera dell'esperienza umana è impresa assai complessa e polivalente quanto a simbologia. C'è una violenza che appartiene alla natura animale più profonda dell'uomo: è una pulsione innata che si manifesta spesso nell'immediatezza, cieca e assolutamente insensata.
Violenza negli stadi, nei posti di lavoro, consumata dietro le "tranquille" mura domestiche o nelle strade: una follia assurda che mostra il lato più atavico dell'uomo, tanto più incomprensibile quanto più è rimosso nei singoli individui, camuffati spesso dietro una maschera di assoluta, inspiegabile "normalità".
La guerra che si sta consumando alle porte dell'Italia è un esempio lampante di violenza perpetuata in nome della giustizia, ma se guardiamo a ciò che porta realizziamo la grande follia collettiva.
Spesso anche le nostre "piccole" guerre personali, all'insegna di un'arrogante pretenziosità che vuole far valere le proprie ragioni, si colorano di un'insensatezza che non ci porta da nessuna parte. Quando l'uomo, anche in virtù di un principio che ritiene giusto, impone con la forza le proprie idee calpestando gli altri, l'esperienza non porta frutto a nessuna delle due parti. Tutto ciò che genera violenza, almeno in una certa logica individualista, è sempre legato al potere egoico, alle nostre piccole, insignificanti ragioni private.
Ci sono poi altre questioni che ci portano ad agire con altrettanta forza: il pathos si impone come una necessità vitale, in risposta ad un interlocutore sordo, assente, forse altrettanto violento. E' una sorta di "sacra" rabbia che direziona l'uomo nelle sue vicende più intime e importanti, più forte di tutte le razionali ragioni esteriori.
La passione che spinge l'uomo ad "osare" in modo anche violento oltre le barriere delle convenzioni è una forza interiore che ci attraversa ma non ci appartiene.
Nel mondo della natura la vita manifesta questo suo lato distruttore attraverso le catastrofi che da sempre, nonostante le tecnologie aiutino ad arginare, incutono un timore riverenziale e inducono, purtroppo solo nella contingenza, un ridimensionamento del delirio di onnipotenza.
I simboli "naturali", reperibili nelle più antiche testimonianze, sono variazioni sulle immagini archetipiche fondamentali e come i simboli "culturali", possiedono una forza numinosa che non è possibile accantonare razionalmente.
L'energia psichica rimossa porta infatti a resuscitare e intensificare le tendenze dell'inconscio che non hanno avuto possibilità di esprimersi e formano un'ombra sempre presente e distruttiva. Sappiamo bene cosa accade quando vengono dischiuse le porte del mondo sotterraneo!
La violenza del sacro, espressa nei miti, nelle religioni, nelle leggende e nella vita stessa, è l'altra faccia di Dio: è il ritorno al caos, il non-Io contrapposto all'Io, la perdita di ogni riferimento spazio-temporale, il luogo dove tutte le possibilità si affastellano confusamente fagocitando anche il senso dell'identità personale.
E' il lato ombroso del divino, importante e vero quanto la sublimità dell'amore universale che insieme costituiscono la totalità. Ma muoversi "al centro" significa anche poter fare i conti con il lato oscuro del divino poichè il Sè, quale archetipo della coniunctio oppositorum, comprende tutte le coppie di opposti: il bene il male, la luce e il buio, il tutto e il nulla.
La soggettività non può essere vera se manca il confronto con quest'altro aspetto, pauroso quanto sacro. Perchè il Sè, quale motore di ogni manifestazione vitale, è anche violento, e non fa troppi complimenti: si impone all'umanità in tutta la sua potenza. Il lato negativo del Sè può avere carattere malvagio poichè è il depositario del più rilevante potere psichico.
E' l'altra faccia dell'archetipo: pura istintualità che, come "polivalente germinativo" porta in sè le due possibilità, una cieca ripetitività, nel mondo dell'obbligatorietà istintuale, o il gesto trasformativo e consapevole che vivifica, nel mondo della creatività.
Quando la tendenza istintiva non è evolutiva, gli uomini si "costruiscono" fantasie megalomani e illusorie che li avvincono e li "posseggono". E' l'aspetto demoniaco del Sè, personificato già nell'antichità in una molteplicità di simboli. Gli alchimisti vedevano in Mercurius duplex questo spirito. Nel linguaggio del Cristianesimo è il diavolo che, nel suo aspetto positivo si manifesta come Lucifero, letteralmente il portatore di luce.
Le efferatezze compiute dall'uomo sono solo violente e folli se non possono essere raccolte nel loro significato profondo e collettivo.
Non a tutti è data la possibilità di stare al centro e reggere il peso della soggettività. Molti di quelli che, per destino, si sono ritrovati, soli e forse troppo precocemente, in una via tanto difficile, ne sono usciti spesso malconci, vilipesi o derisi. Come gli alchimisti, misteriosi sperimentatori di una pratica a cavallo tra la filosofia, la scienza e la religione, consumata all'ombra di un sociale incapace di afferrare il senso di una ricerca incomprensibile, forse eretica e pericolosa. I tempi non erano maturi nonostante la grande passione muovesse tanti spiriti in ricerca.
Per questo al tempo della Scolastica il simbolo della totalità si identificava ancora univocamente nella Sacra Trinità, escludendo il Serpente del Male, la Carne, cioè l'Ombra: la psicologia medioevale non poteva ancora reggere il peso di una maggior consapevolezza.
I tempi sono più maturi per raccogliere l'eredità di chi ci ha preceduto; oggi sappiamo che solo stando insieme possiamo stare al centro per "vedere" e sostenere, nel corpo di un soggetto unico, la potenza numinosa dell'archetipo.
Oggi, per ciò che nei gruppi viviamo, sembra sia possibile confrontarsi con l'aspetto mortifero dell'archetipo senza soccombere poichè, sacrificato l'ego nei suoi singoli individui, lo sperimentiamo senza venirne sopraffatti. La verifica di questo incontro spaventoso è una Soggettività sufficientemente consolidata che permette di assistere a tutte le manifestazioni del sacro, e mentre sperimentiamo, attraverso le specifiche vicende di qualche compagno, scopriamo quel lato violento che a tutti appartiene e tutti attraversa.
E così, tornando a vicende personali del passato che con gli occhi di allora tendevo a squalificare come folli e insensate, tutto mi viene restituito: scopro che non c'è più nulla da preservare, nè mai c'è stato. L'ho scoperto, però, solo dopo averlo inconsapevolmente sperimentato sulla mia pelle. La "prova" è stata superata ed io non ho avuto alcun merito personale se non quello di reggere il non-senso e la violenza che ho vissuto, sospendendo ogni giudizio.
Ognuno di noi vive questioni più grandi di lui senza saperlo: questo è il senso di tanta inquietudine in faccende che, viste da fuori, sembrano facilmente risolvibili, che si tratti di storie d'amore, la via più usuale in cui si manifesta il Sè, o altre storie "comuni".
Per questo, talvolta, è così importante, ed evidentemente necessario, "perdere la propria vita" per poterla ritrovare davvero in tutta la sua pienezza e totalità.

Laura Ottonello


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