Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
Direttore : Dott. Ada Cortese
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| Home | Anno 8° | N° 28 |
| Giugno 1999 | Pag. 8° | Dario Caggìa |
TEORIA DEL TESSITORE E DELLA TELA
Aspetti mitici del gruppo d'incontro
di Dario Caggìa.Omaggio ad un grande collega nell'anniversario della sua scomparsa. Ricordiamo Caggìa, studioso semplice e alla mano come tutte
le persone grandi, pubblicando un suo lavoro di così preziosa
attualità e aiuto per tutti noi che del lavoro in gruppo facciamo
la nostra ragione e la nostra proposta psicosociale.
Avevamo buoni rapporti di studio e di amicizia con Caggìa,
egli, come gli altri colleghi, era piuttosto scettico nei confronti della
nostra ricerca del gruppo come soggetto superriflessivo
ma non ci ha mai sottratto la sua grande stima, considerazione,
il suo rispetto e la sua attenzione.
Stavamo per avviare una ricerca sugli stati ipnoidi, così presenti
e pressanti nelle dinamiche di gruppo, quando finì la sua avventura.
Caggìa fu il direttore responsabile di una rivista trimestrale
di respiro internazionale e sulla quale ebbi l'onore di veder pubblicati
alcuni miei lavori: "L'Immaginale".
Ci piace ricordarlo con tanto affetto e simpatia.(*)
Gruppo d'incontro è la riunione di un piccolo gruppo di persone - da sette a quindici - che hanno come obiettivo comune, durante le ore che vivranno insieme, di giungere nel gruppo e col gruppo a una migliore comprensione di se stessi, di ciò che sono per il gruppo, di ciò che il gruppo è per loro, e che, infine, sono disposti, in funzione di questa accresciuta presa di coscienza, a cambiare nel loro essere.
Caratteristica essenziale del gruppo è il rappresentare un momento di distacco dall'universo quotidiano, che consentirà la messa in discussione di se stessi e del gruppo preso nella sua totalità.
Al di là dei vari tipi e tecniche di gruppo, la cui analisi non rientra nella nostra indagine, in generale, si presuppone la presenza di un agevolatore tecnico, che ha come scopo di aiutare il gruppo a raggiungere i suoi obiettivi di presa di coscienza ed eventualmente di cambiamento, senza imporre il rispetto di un determinato procedimento, né proporre dei valori etici da perdere o da acquisire.
Agevolatore, animatore, leader, monitore, psicodrammatista, poco importa il suo nome; per pura comodità, chiameremo questo tecnico: "l'analista".
Il nostro intento è ricercare alcune strutture mitiche profonde, che si delineano e si formano nel gruppo, condizionando e orientando il comportamento dei membri per tutta la durata dei loro incontri.
Un sentimento che si vive nella maggior parte dei gruppi d'incontro è l'avvertire, in alcuni momenti, l'analista come magico-manipolatore.
Consideriamo il contesto del gruppo.
L'analista _ come abbiamo detto _ non dà ordini al gruppo, non impone né propone dei procedimenti da seguire, non formula mai giudizi di valore ("è bene o è male"), non definisce la legittimità delle attitudini e dei comportamenti.
Il suo atteggiamento viene indicato come "non-direttivo".
Pertanto, malgrado l'analista sia sentito come un'autorità nel gruppo _ ed è così abitualmente perché, in mezzo all'incertezza e all'inquietudine generale, si suppone che egli "sappia" _ non è un'autorità che impone una legge, anzi è tutto il contrario.
Se ci riferiamo alla funzione di sovranità nelle mitologie indoeuropee, l'analista non è un sovrano-giurista _ come per esempio Mitra _ ma un'autorità la cui fonte è completamente diversa.
In secondo luogo, il gruppo avverte che l'analista, se è attaccato, - e in generale, prima o poi lo sarà talvolta con violenza _ reagisce in un modo abbastanza sconcertante.
Insultato, accusato di parlare o di tacere, di non rivelare al gruppo smarrito i segreti che gli consentono di sfuggire all'ansia, minacciato in mille modi, l'analista non risponde sul piano su cui il gruppo lancia i suoi attacchi.
Egli non insulta, non minaccia, non condanna; in una parola: non combatte.
E tuttavia, il gruppo sente confusamente che resta un'autorità; il prestigio dell'analista, quindi non tende a diminui-re a causa degli attacchi a cui non risponde.
E quando interpreta, in maniera neutra, ciò che accade, senza giudicare, ma tentando di comprendere e di spiegare obiettivamente il comportamento del gruppo in funzione della situazione emotiva in cui si trova, diventa chiaro per tutti che non è un'autorità di tipo militare.
L'enigma, rappresentato dall'analista, diventa ancora più oscuro e più irritante per il gruppo, quando quest'ultimo si accorge che, di fatto gli interventi neutri dell'analista trasformano il comportamento del gruppo e i sentimenti di ciascuno.
Esponendo semplicemente il dinamismo della situazione, l'analista ha radicalmente mutato la tempesta che esplodeva contro di lui.
Sembrerebbe opera di magìa!
Ma il gruppo si sente allora inquieto, perché se l'analista è un mago, è caduto nelle mani di uno stregone, senza difesa, in preda a forze per essenza incomprensibili, "teleguidato" da un sovrano manipolatore.
Dunque, né sovrano-giurista, né sovrano-combattente, né le tavole della Legge, né il fulmine guerriero di Marte, ma la magìa come fondamento della sovranità.
Si può riconoscere il sovrano terribile delle mitologie indoeuropee, il cui nome vedico è Varouna.
In uno dei suoi saggi (Images et Symboles, Paris, 1952) Mircea Eliade ha studiato il simbolismo di Varouna: colui che ha il potere magico di legare "a distanza" cioè magicamente gli uomini e di slegarli.
E' il Maestro dei legami, venerato come il potente e sublime maestro del cielo.
E' un dio sovrano che "agisce senza agire", che opera direttamente con la potenza dello spirito.
E si riconosce in questa azione senza azione uno dei motivi della perplessità del gruppo riguardo all'analista.
Loro dio, Varouna, si serve _ contrariamente a un dio guerriero come Indra _ del legame magico dei suoi nemici, assolutamente senza combattere.
Il motivo del legame è quello dell'impotenza e della paralisi.
Si sa che il gruppo attraversa delle fasi in cui si sente preda di tali sentimenti:
non sa più che fare, non sa neanche che cosa è venuto a fare in quella stanza, ma non sa d'altra parte cosa farebbe altrove.
E soprattutto attribuisce la responsabilità della propria impotenza all'analista, sia positivamente (ci ha messo in una situazione in cui non siamo che delle cavie)
sia negativamente (rifiuta di aiutarci a uscir fuori da questa situazione dolorosa ed impossibile).
E più il gruppo si sente impotente, più il loro dio, l'analista, diventa onnipotente.
Infine il gruppo tace in un silenzio cupo e disperato: le lingue sono legate!
Inoltre, questo motivo del legame ci sembra andare più lontano di quanto non sembri a prima vista, se si pensa che il legame è anche la relazione, e che "il mio legame con l'altro" e "la mia relazione con l'altro" sono due espressioni con lo stesso significato.
Inversamente, le resistenze psicologiche dei partecipanti a questo genere di analisi si manifestano essenzialmente focalizzando, in modo esclusivo, uno dei poli di questa relazione.
Ci sono quelli che eliminano il gruppo e la situazione attuale, volgendosi su se stessi, in silenzio o ad alta voce, in una prospettiva esibizionistica, ci sono quelli che eliminano ugualmente il gruppo e la situazione analizzando gli altri come oggetti posti di fronte a loro, o per curiosità intellettuale o per simpatia più o meno condiscendente.
In ogni modo, queste due attitudini hanno in comune che recidono il legame con gli altri al livello delle prese di coscienza analitiche: l'esistenza del legame è implicitamente negata.
E l'analista, con le sue interpretazioni destinate a facilitare la liquidazione di questi tipi di resistenza, appare come un maestro di quei fili, che costituiscono la tessitura gruppale e che collegano gli individui.
Vedremo oltre come il gruppo finisce per rappresentare per i suoi membri un cosmo, messo tra parentesi in rapporto all'esistenza quotidiana.
Per ora accettiamo questa ipotesi e applichiamo a questo cosmo psico-sociale ciò che Eliade dice sempre a proposito del loro dio:
"Il Cosmo stesso è concepito come un tessuto, come un'enorme rete. Nella filosofia indiana, per esempio, l'aria (vayu)
ha tessuto l'universo collegando come con un filo, questo mondo e l'altro mondo e tutti gli esseri insieme, così come il soffio (prana) ha tessuto la vita umana. Da qui risulta che un simbolismo abbastanza profondo esprime due cose essenziali: da una parte che nel cosmo così come nella vita umana, tutto è legato a tutto da una tessitura invisibile, dall'altra che alcune divinità coordinano questi fili che, in ultima istanza, costituiscono un vasto legame cosmico".
E ancora:
"La parola babilonese markasu', legame, designa nella mitologia il principio cosmico che unisce tutte le cose e anche il supporto, la potenza e la legge divina che tengono insieme l'universo".
Queste note del mitologo ci sembrano meritevoli di attenzione.
Il concetto di legame universale si oppone a un atomismo estremo, in un certo modo come la focalizzazione sulla relazione con gli altri e sui processi del gruppo si oppone a una prospettiva individualizzante di rifiuto dell'analisi del legame con gli altri.
In altri termini, è nella natura della dinamica dei gruppi, intesa in senso ampio, di sensibilizzare i membri del gruppo, al mito del legame cosmico.
Il problema è allora sapere quali divinità sono le coordinatrici di quei legami (che uniscono qui i partecipanti gli uni con gli altri).
Eliade scrive che si tratta spesso di divinità lunari, talvolta, ctonico-lunari, cioè emergenti dalla terra, dagli inferi, dalle acque. Varouna, per esempio, non è solamente un dio celeste, ma anche lunare e acquatico.
Varouna è notturno nel senso in cui la notte simbolizza le acque trattenute: virtualità, germe, non-manifestazione (ritroviamo qui il non agire).
In Mesopotamia, Ea, dio delle acque e della saggezza, non lotta eroicamente con i mostri, ma li lega con incantesimi magici.
Ricordiamo inoltre dei temi poetici e drammatici sul rapporto tra il legame magico e l'acqua come "l'acqua che attira con dei legami invisibili colui che vi si specchia" o "il nuotatore ghermito dalle lunghe erbe del fondo".
Il legame magico è dunque il prodotto dell'indeterminato, del non-manifesto, del matriarcale. Questo nuovo tema ci riporta al gruppo.
Si sa quanto il rifiuto dell'analista di esercitare la sovranità giuridica _ di essere, se vogliamo, Mitra _ privando il gruppo di tutto un sistema di strutturazione, quello delle regole e delle convenzioni, finisce per caratterizzare l'atmosfera d'informale, di ambiguo, di non nato.
Abbiamo visto come, ad un certo punto emerge nel gruppo il sentimento di essere manipolato da forze oscure e terribili, di essere legato dall'analista.
Ma è un tema d'ambivalenza mitica che "ciò che è fatto può essere disfatto", che colui che lega può anche slegare.
Vediamo cosa implica questo per la dinamica del gruppo.
La situazione del gruppo in rapporto all'analista è qui piena di contraddizioni. Loro dio, è vissuto, in questo caso, come fonte di paralisi magica dei membri del gruppo.
Ma questa stessa qualità va di pari passo con il fatto che egli orienta i membri del gruppo verso la presa di coscienza delle loro reciproche relazioni e, dunque, che aiuta oggettivamente il gruppo a liberarsi della sua paralisi.
Il legare e lo slegare s'implicano così reciprocamente.
D'altra parte, l'indeterminato, il non manifesto simbolizzano la morte (abbiamo visto prima la sua natura infernale) e nello stesso tempo le potenzialità vitali, la messa in questione delle vecchie forme per farne nascere delle nuove, la liberazione.
E', in un certo modo, il "locus nascendi", caro a Moreno, tenendo conto, comunque, che il significato mitico del "locus nascendi" resta da precisare e noi lo faremo oltre.
La morte del gruppo che precede la rinascita del gruppo è l'ultimo avvenimento ctonico-lunare della sua evoluzione. Accade spesso che in una specie di paralisi e di intorpidimento il gruppo cominci a parlare di morte e effettivamente muore simbolicamente.
Si sente il gruppo spegnersi poco a poco, le parole diventano sempre più rare e più cupe. Talvolta un piccolo sussulto aggressivo struttura l'analista come traghettatore di morti.
Si tratta infatti di una vera discesa agli inferi.
A questo punto ritroviamo subito la relazione con il tema del legame ricordando le Parche, divinità degli inferi, che filano la tela della vita degli uomini: la prima, Cloto, presiede alla nascita, mentre l'ultima, Atropo, taglia il filo della vita.
Notiamo l'ambivalenza multipla di questo tema del legame, che esprime insieme ciò che imprigiona e ciò che unisce (e permette quindi di comunicare) e la cui rottura indica nello stesso tempo la morte e la nascita (cordone ombelicale).
Troviamo qui l'immagine dell'analista come ostetrico del gruppo, anche questo in relazione con i temi infernali.
Jung ricorda che Ecate, dea degli inferi, è anche dea del matrimonio e del parto ed è in relazione con i temi lunari.
E' molto vicina a Cerbero, guardiano degli inferi, e, nello stesso tempo ricorda Ilithuia, la saggia donna che taglia il cordone ombelicale.
Eliade descrive l'usanza di difendersi dalle malattie e dai demoni con l'aiuto di nodi, di fili e di corde, specialmente durante il periodo del parto.
Una spiegazione delle regressioni profonde che possono prodursi nei membri del gruppo e che talvolta giungono _ per esempio nello psicodramma _ fino al trauma della nascita e, in certi casi, all'imprigionamento nel cordone ombelicale, può risiedere nell'importanza fondamentale del tema del legame.
E' anche probabile che l'evocazione di questo tema sia facilitata dalla presenza di un'analista donna, che può essere investita dai partecipanti dell'immagine inconscia di Ecate, dea degli inferi e del parto.
Notiamo infine, il carattere iniziatico (cioè di riconversione delle attitudini dell'individuo) del soggiorno agli inferi, seguito dalla seconda nascita, per cui si dà un significato alle trasformazioni psicologiche, che si producono nel gruppo.
Per ritornare ancora una volta al tema del legame, rileviamo, con Eliade, che sotto la forma del labirinto, il tema del nodo da sciogliere si colloca in un insieme metafisico-rituale, che contiene delle idee di difficoltà, di pericolo, di morte, d'iniziazione.
Riassumendo quanto abbiamo detto finora: dio o dea ctonico-lunare, al livello del vissuto fenomenologico del gruppo, Varouna o Ecate, l'analista porta il gruppo all'iniziazione, che rappresenta la ristrutturazione profonda delle attitudini dei suoi membri. Per poter cogliere il dinamismo di questa riconversione del gruppo, bisogna entrare in un secondo tema mitologico fondamentale: quello del tempo e dello spazio del gruppo.
"Le società arcaiche _ scrive Eliade _ concepiscono il mondo circostante come un microcosmo. Ai confini di questo mondo chiuso comincia il dominio dello sconosciuto, del non formato. Da una parte c'è lo spazio cosmico, abitato e organizzato, dall'altra, all'esterno di questo spazio famigliare, c'è la regione sconosciuta e temibile dei demoni, delle larve, dei morti, degli stranieri, in una parola, il caos, la morte, la notte".
Ci sembra che ciò descriva abbastanza bene il microcosmo che è il gruppo, dal momento in cui i suoi membri superano certe resistenze e giungono allo stadio del coinvolgimento affettivo nel gruppo stesso.
Per usare un linguaggio descrittivo energetico hanno ritirato la loro libido dal mondo esterno per investirla quasi esclusivamente nel microcosmo gruppale, in una specie d'introversione centrata sul gruppo.
Di conseguenza, il mondo esterno al gruppo acquista il significato pericoloso del caos, dell'abisso inquietante ed amorfo.
Questo si osserva in particolari comportamenti dei membri al di fuori del gruppo, ma diventa particolarmente evidente alla fine del gruppo.
A questo punto si scatena un'ansia del ritorno alla vita "normale", di ritrovare le persone famigliari e le occupazioni abituali, per cui si cerca di calmare l'ansia con un processo di negazione e di compensazione della fine.
Ci si propone, per esempio, di rivedersi, di rifare il gruppo, di non perdere i contatti etc.
C'è una paura di affrontare un universo al quale ci si sente momentaneamente disadattati, un universo caotico.
Ritorniamo al microcosmo gruppale.
Se ci sono delle frontiere minacciate dai demoni e dalla morte, c'è anche un centro.
Come dice Eliade: "ogni microcosmo, ogni regione abitata ha ciò che si potrebbe chiamare un centro'; cioè, un luogo sacro per eccellenza.
E' là, in questo centro, che il sacro si manifesta in una maniera totale.
Meglio ancora: letteralmente "centro del mondo".
Il "centro del mondo" che ci viene qui descritto non è un luogo statico, bensì un luogo di passaggio e di creazione.
Difatti, nota ancora Eliade: "nelle culture che conoscono la concezione delle tre regioni cosmiche: Cielo, Terra, Inferi, il centro costituisce il punto d'intersezione di quelle regioni. E' qui che è possibile una rottura di livello e, nello stesso tempo, una comunicazione tra queste regioni".
Se ritorniamo al nostro microcosmo gruppale, possiamo intendere che cosa viene vissuto come "centro del mondo", permettendo una "rottura di livello" e, quindi, una ristrutturazione su un altro piano delle relazioni tra i membri.
Il "centro del mondo" è il centro del gruppo, cioè, in senso dinamico, l'attività comune del gruppo nel momento in cui funziona come un tutto e più specificamente, in un gruppo di psicodramma, il "locus nascendi" il "luogo in cui qualcosa sta per nascere" e cioè la scena stessa su cui lo psicodramma si sviluppa.
Quello che è fondamentale è che questo luogo sia, in funzione della tradizione mitica, luogo sacro, dove tutto ciò che accade può prendere una dimensione essenziale, comune a tutto il gruppo, che trascende le tematiche di ciascun partecipante ed ha risonanza universale.
Il "centro del mondo" spiega contemporaneamente che il gruppo si sente e si comporta come una totalità e che si opera nel gruppo una trasmissione di sentimenti, percezioni e comportamenti dei suoi membri, che danno adito a nuovi piani di esistenza.
La discesa agli inferi è possibile perché si è al centro del mondo e così la nuova nascita che Eliade indica come "il cammino verso la realtà assoluta".
"Abolizione della condizione umana profana, cioè una rottura del livello ontologico: attraverso l'amore, la santità, la conoscenza metafisica, l'uomo passa, come dice la Brihadàranyaka Upanishad, dall'irreale alla realtà".
Il centro del mondo è, quindi, non solamente luogo di comunicazione tra livelli diversi di realtà, ma anche luogo di creazione.
Ed è anche luogo dove il tempo profano scompare per cedere il posto al tempo mitico o sacro.
E' il tempo delle origini, della durata continua e irreversibile, in cui s'inserisce la nostra esistenza, quotidiana, squallida e dissacrata.
Il gruppo può attingere a questo tempo, riattualizzando il mito e infrangere le illusioni della vita profana, in una prospettiva di giustificazione e di significato."
Dario Caggia (*) a cura di A.C.
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