Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
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Home Anno 8░ N░ 28
Giugno 1999 Pag. 10░ Agnese Galotti

Agnese Galotti

 METODO 

RECIPROCITA' D'AMORE

Liberare il verbo 'amare' da un soggetto troppo piccolo quale Ŕ l'Io
permette di cogliere meglio la natura dell'amore, che Ŕ pura reciprocitÓ.

L'amore, se è tale, non può che darsi nell'intersoggettività.
E' un circuito energetico potentissimo, generato dalla tensione vitale stessa che, se vissuto in presenza, si trasforma in esperienza di amore e conoscenza insieme.
Al solito non ci è dato controllare più di tanto né porre noi le condizioni, o guidare volitivamente alcunchè; si può intenzionare l'Io oppure il Sé quale soggetto in noi dell'esperienza, questo sì, ma nient'altro.
Eppure in questa piccola variabile, si giocano le sorti dell'esperienza tutta.
La reciprocità di cui parlo non è infatti da intendere sul piano dell'ego, dove si confonderebbe con l'aspettativa nei confronti dell'altro, dove prevale il desiderio che crea attaccamento, dove si rafforza l'identificazione con l'io che si relaziona ad un tu ancora totalmente altro.
Intesa su questo piano la reciprocità si confonderebbe con un delirio di onnipotenza dell'Io che, inflazionandosi, crede di poter ottenere dall'altro ciò che vuole (su questo piano troviamo i riti magici volti ad ottenere l'amore dell'altro).
E' da intendere invece sul piano del Sé, là dove sfuma la distinzione tra l'io ed il tu, pur permanendo la realtà di due distinti soggetti in relazione d'amore, e ci si sente coinvolti a partecipare di qualcosa che trascende la pura individualità, il livello in cui siamo soliti porre la nostra identità.
Ma qual è concretamente la differenza?
Quando l'esperienza d'amore si fa mediatrice di contatto col Sé e quando invece ci scaraventa nel sordo dolore dell'ego?
Come mai è così spesso proprio la mancanza di reciprocità, il non sentirci corrisposti nell'amore che proviamo, a farci tanto soffrire?
Quando la percezione dell'amore si dà in noi sul piano del Sé io credo sia inevitabile la reciprocità: a noi cogliere la forma in cui si dà.
Quand'anche ciò comporti dolore, non è più dolore sterile bensì occasione di ulteriore smantellamento dell'ego, quindi dolore alleato, che lavora per noi.
Io penso che troppo spesso prevalga in noi la pigrizia, la distrazione, la superficialità che ci fa analizzare la realtà in termini troppo ovvi ed immediati; per esempio l'altro non corrisponde alle nostre aspettative: allora decidiamo che non c'è reciprocità e ce ne stiamo della bruciante mancanza che ci fa sentire totalmente impotenti.
Affinando invece la nostra capacità percettiva, aprendoci ad accogliere ciò che è, nel suo affermativo, possiamo prendere atto di come l'amare, se sta manifestandosi sul piano del Sé, non sia mai a vuoto, non resti nella chiusura personalistica, ma tocchi necessariamente il Sé dell'altro e crei vibrazione.
Cogliere questo è già uscire dal chiuso del nostro Io, è sfondare l'isolamento autistico che crea dolore straziante.
Può darsi che tale vibrazione non assuma nell'altro la forma che sul piano personale ci accade di desiderare, può darsi che l'altro in questione non manifesti la medesima apertura e disponibilità che si sta dando in noi: nella dimensione del divenire la discordanza di tempi è frequente, e fa sì che la sincronicità, quando si dà, sia davvero evento prezioso!
Tuttavia questo non significa che non ci sia reciprocità, nè che noi si debba restare nel terribile isolamento del non amore.
Troppe volte si soffre per presunta mancanza di reciprocità nell'amore:
io credo sia tempo di sfatare il possibile equivoco e di verificare con chiarezza su quale piano stiamo amando.
Se in noi prevale ormai la buona abitudine di intenzionare il Sé, se è già chiara in noi l'unica irrinunciabile priorità, allora anche quando l'altro si sottrae, noi non restiamo più veramente soli.
Possiamo provare dolore, anche molto intenso, ma non può più trattarsi di disperazione, di sterile sofferenza.
L'eclissarsi dell'altro ci riporta al Sé, alla verifica della natura dell'amore che stiamo sperimentando.
Non restiamo mai veramente soli, finchè restiamo nel Sé.
Da sempre lavoriamo a consapevolizzare qual è il nostro modo di amare, da sempre sappiamo che la vera trasformazione, la vera crescita evolutiva è a quel livello che si manifesta e si fa tangibile.
Sappiamo che l'amore, per essere tale, si dà nell'intersoggettività, prevede che ciascuno si riconosca soggetto e oggetto contemporaneamente, quindi già sappia, profondamente, di portare in sé i due del dialogo d'amore che si sanno uno in lui.
Ma questo è precisamente ciò che chiamiamo la percezione in noi della 'presenza', quale percezione tangibile di un dialogo d'amore che in noi si dà, tra tutti gli elementi opposti: particolare ed universale, io e sé, l'uno e l'altro, coscienza ed inconscio, ...
L'incontro tangibile con la presenza passa attraverso il manifestarsi di una particolare percezione che solo gradualmente si fa consapevole: percezione di un intimissimo rapporto d'amore tra due che sono contemporaneamente uno in noi.
Sicuramente è facilitata dall'intuizione, che ci porta a concentrare l'attenzione su determinati aspetti della vita, dall'amplificazione corale di determinate riflessioni, che si fanno pensiero,...
tuttavia l'esperienza in sé è assolutamente percettiva.
Confesso che è assai difficile descriverla, suona stridente dire qualsiasi cosa su questa esperienza, che peraltro sarà immediatamente compresa solo da chi l'ha a sua volta sperimentata.
La caratteristica più potente di quella esperienza d'amore è l'assoluta reciprocità che l'accompagna: amare e sentirsi amati sono una unica immediata realtà: "Io sono Te e Tu sei Me".
Nella percezione della presenza cade la scissione tra soggetto ed oggetto, cade la distinzione che separa l'uno e l'altro del rapporto, si sfonda nell'universo del Sé dove l'amore si manifesta per quello che è.
Ora, fare questo tipo di esperienza tra sé e sé, scoprire questo dialogo intimissimo nelle profondità della propria anima è condizione necessaria ed irrinunciabile, in mancanza della quale il nostro modo di amare l'altro porterà sempre uno strascico di bisognosità primaria, di tendenza alla dipendenza che ci toglie libertà e ci priva della consapevolezza della nostra vera identità di soggetti.
Ma questo incontro con la presenza non può restare a lungo scisso dalla concretezza del rapporto interpersonale e chiede, in virtù della nostra natura stessa, che è relazionale, di essere verificato nel rapporto con l'altro empirico.
Il nostro relazionarci all'altro è tutt'uno col nostro relazionarci a noi stessi: quanto più si dà sul piano del Sé tanto più vi sarà vera reciprocità.
Se in me prevale il contatto con la presenza, il piano del Sé, ciò prevarrà anche nel rapporto con l'altro.
Fidarsi, sperimentare ed arrivare a conoscere l'esistenza ed il potere di questa reciprocità è forse il segreto per invertire la rotta delle dinamiche egoiche che ancora trapassano e lacerano l'anima del mondo.
C'è da imparare a riconoscerla, là dove si dà e ad accoglierla così come si dà, senza forzature egoiche, senza intenzioni miopi, senza indulgere in vittimistica quanto insensata impotenza.
Intenzionare il Sé, dunque, ed imparare a riconoscere la reciprocità che l'amore che ci attraversa porta in sé: questo ci aiuta ad alleggerire dal peso dell'ego i nostri rapporti d'amore, nonché a restituire alla tensione che ci spinge alla relazione con l'altro, tutto il potere benefico del riconoscerci uno.
Allora "il tuo amarmi fa sì che io ti ami" e, viceversa, "il mio amarti fa sì che tu mi ami" - che nel mondo dell'ego, nella coscienza più primitiva, fondava l'interdipendenza - sul nuovo piano di consapevolezza di sé diventa lo spontaneo riconoscersi, nell'uno come nell'altro, di una naturale, immediata, assoluta reciprocità, che è insita nella natura dell'amore.
L'amore, nel Sé, non ha soggetto distinto dall'oggetto, ma porta in sé entrambi nella loro naturale consustanzialità.
E proprio questa natura contagiosa dell'amore, vissuta nella consapevolezza, è ciò che ci fa strumento di un enorme potere: è l'unica vera forza di cui l'essere da sempre dispone per amarsi e ri-conoscersi attraverso di noi.

Agnese Galotti


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