Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione GEA
Direttore : Dott. Ada Cortese
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| Settembre 1999 | Pag. 5° | Ada Cortese |

ATTUALITA' LA MORTE NEGATA
Andarsene dal mondo non merita lo stesso rispetto che cercare di restarci conservando la vita?
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Il mio lavoro m'induce questa consapevolezza: l'analista non ha il compito di forzare nulla nella vita dell'analizzando. Suo preciso dovere morale e deontologico è quello di favorire al massimo che l'altro diventi quello che potenzialmente è e che il di lui compito esistenziale, nella misura in cui esso si lascia disvelare, possa essere assolto il meglio possibile.
Spesso nel destino dell'altro, l'analizzando, si affaccia una morte vicina.
Come lavora questa consapevolezza nell'analista?
Con che animo egli può pensare all'analisi in casi del genere?
Vi sono due modi di pensare a tale prospettiva: quello puramente virtuale di una domanda teorica: se mi trovassi in tale situazione come reagirei io analista, ovvero se un essere umano mi si rivolgesse e fosse in tale condizione?
Oppure quello reale: un essere umano si trova in tale situazione. Mi chiede aiuto. Cosa faccio?
Nel primo caso c'è spazio per i dubbi dell'analista, per le sue perplessità, per i suoi timori.
Nel secondo assolutamente no. L'altro ha già deciso per l'analista anche rispetto al senso. Per lui il senso c'è.
E sono molti coloro che, pur malati gravi, chiedono analisi. E' cosa notevolissima che costringe ad allargare la vita in più ampi orizzonti.
Chi chiede aiuto pur sentendo la morte alle porte è qualcuno che vuole morire bene vivendo meglio che può il resto della sua vita. Non sempre si tratta di malattia, a volte si tratta di altro, di tendenze suicide. Temi scottanti che coinvolgono e sconvolgono l'analista.
Poter già solo prendere in considerazione queste situazioni implica e prevede nell'analista una equa distanza tra vita e morte e soprattutto un equo trattamento dei due termini.
Cosa facciamo noi analisti, o noi sciamani, o noi sacerdoti del moderno spirito planetario? Indifferentemente possiamo dire che cerchiamo di favorire la migliore vita o la migliore morte. Imparare a vivere significa prepararsi a morire sempre meglio giorno dopo giorno.
Imparare a morire significa imparare a vivere sempre meglio giorno dopo giorno.
Troppi sogni parlano di vita e di morte in un'unica scena e per un'unica coppia d'amore. Troppe visitazioni di persone amate e trapassate per ridurle alle solite letture stantie solamente simboliche. Troppe intuizioni scientifiche che amoreggiano con le intuizioni religiose della vita ultraterrena.
Ma non mi interessa allontanarmi tanto. Non voglio disquisire più di tanto.
Però una cosa vorrei sostenere con forza, in ciò supportata dall'esperienza del lavoro svolto: vivere bene, ovvero coltivare consapevolezza, aiuta a morire nella presenza, dunque a morire bene.
Il morire non è solo l'andarsene di un soggetto che lascia dietro di sé le spoglie ormai svuotate del suo soffio vitale proprio come vivere non è lo stare in vita di un singolo organismo vivente.
Gli esseri umani hanno sempre manifestato grande rispetto e grande considerazione per la morte dedicandole tempo e cerimoniali rituali. Si considerava la morte proprio allo stesso modo di come si considerava la nascita di una persona.
Oggi nella nostra società questa equità è stata persa. Oggi vale la vita e il far sopravvivere anche a spese della morte.
Alla morte non viene riconosciuta dignità e diritto di tempo. Un morto è solo un corpo i cui organi possono essere utili ad un vivo. Può darsi sia cosa buona, non nego.
Spero di non dovermi mai trovare nella condizione di chi attende un organo per poter vivere.
Ma è talmente cannibalica questa filosofia degli espianti che afferma il diritto del vivo sempre e comunque sull'appena estinto che la prima e più spontanea risposta emotiva in me è l'orrore!
E' di una barbarie infinita la legge secondo cui se non lascio esplicitamente il divieto, per legge, si fa macello dei miei organi.
Nessun rispetto per il defunto, per i suoi cari, nessun tempo per nessuna elaborazione del dolore. Alla morte non è riconosciuta dignità.
Non apparteniamo al mondo orientale, non a quello giapponese, non a quello tibetano, non a quello induista, non a quello degli ex indiani d'America, mondi in cui più del nostro la morte è rispettata.
L'assoluto rispetto del corpo senza vita, ex tempio divino, pregno di un'anima a cui va lasciato il tempo di staccarsi, anima per la quale il corpo non va immediatamente distrutto, non ci appartiene.
Nulla che somigli al libro tibetano dei morti o alle preghiere dell'antico Egitto. Noi siamo i più evoluti!! Noi saremmo i meglio, corredati come siamo della nostra misericordia cristiana così brava a garantire l'immediata separazione dell'anima dal corpo!
Eppure queste credenze e questi lontani rituali mi sono sempre risuonate dentro come qualcosa di assolutamente familiare e normale. Forse risvegliano i riti che anche da noi sopravvissero, nei giorni della veglia funebre, contemplati fino a che la medicina non ci ha estorto il gesto del morire insieme a quello del nascere.
Non voglio polemizzare perché sarebbe assolutamente fuori luogo e fuori intenzione. Ringrazio di vivere in questo nostro tempo tanto più pieno di conoscenze che ci permettono maggiore coscienza.
Ma non sempre, anzi quasi mai, è automatico che le une garantiscano l'altra cosicchè avanti a tanta scienza v'è spesso l'atteggiamento di una tale primitività spirituale che fa tremare i polsi pensando a cosa l'uomo può agire nell'uso arrogante della sua scienza.
Tornando allora alle nostre riflessioni sulla morte negata: non potrebbe avere uguale valore spirituale la dignità del tempo della morte anche se questo tempo toglie ad un altro possibilità di vita? Non potrebbe il divieto dell'uso degli organi umani favorire altro genere di ricerca? Non potrebbe costringere gli umani a ripensare la morte?
Non c'è qualcosa di strano nel praticare l'anestesia al morto per espiantargli gli organi? Si dice che lo si fa per evitare i riflessi post-mortem.
Non tutti i medici però sono d'accordo su tale motivazione. Ve ne può essere un'altra più inquietante.
Ho la netta impressione che questa filosofia allontani sempre più dalla vita degna e giusta e che sempre più ci costringa a morire peggio.
Come sostenevo poc'anzi, vivere bene dà certo la possibilità di morire meglio. Forse è per questo che troppo spesso si muore male: perché si vive peggio e la vita peggiore è quella che non vuole contemplare la morte.Ada Cortese
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