Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione GEA
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Settembre 1999 Pag. 11° Alberto Toniutti

Alberto Toniutti

 RICERCHE 

LA DIMENSIONE SIMBOLICA

Il dialogo tra il mondo del Sé e quello dell'Io non solo ci costituisce, ma pure ci salva non facendoci morire nel particolare né naufragare in un sogno universale regressivo e definitivo.


Ogni individuo può vivere la vita a vari livelli, secondo diversi gradi di apertura e consapevolezza. Non credo esista in fondo una reale scissione tra il "mondo del Sé" e il "mondo dell'Io", è solo per comodità di spiegazione, di comunicazione e di analisi che ancora siamo costretti a dividere e separare i due piani.
La vita è sempre relazione e quindi dialettica tra due poli; in quanto tale si sostanzia di un continuo dialogo tra due mondi o tra due "modi di essere" che entrambi le appartengono: l'Io ed il Sé, la dimensione cosciente sempre situata in uno spazio e in un tempo precisi e quella totalizzante, esistente oltre il necessario limite della prospettiva cosciente.
Se il Sé allude alla complessità, alle differenze sempre presenti in un tutto e alle infinite possibilità suscettibili di realizzazione, l'Io è la coscienza di sé o di quella parte di sé che si esprime nel mondo partendo sempre da una prospettiva ben delimitata.
Possiamo quindi dire che il Sé è ciò che permette all'Io di non inaridirsi nella sua identità e di non sostare rigidamente nell'ambito di una visione prospettica, relativa ad uno spazio e ad un tempo ben precisi. La consapevolezza del limite tracciato dalla visione cosciente e la rinuncia ad assolutizzare tale prospettiva conducono l'Io ed il Sé verso un dialogo, cosicchè l'Io, espandendosi, muta la sua visione prospettica in visione totale. Tale è la via, la ricerca della strada dell'individuazione. Ma questo è possibile, e Jung è ben chiaro a tale riguardo, solo se i due termini vengono mantenuti in gioco.
Nel caso in cui la visione prospettica dell'Io venga assolutizzata, Jung parla di un'identificazione dell'Io con il Sé; nel caso in cui l'istanza cosciente venga radicalmente destituita, ne consegue l'oscurarsi della coscienza a causa di un'identificazione totale con il Sé.
Dunque due dimensioni dell'esistenza: l'immagine e la parola; la logica definente, che spiegando fissa e stabilisce un significato, e l'anfibolia dell'immagine, che allude, apre ed accoglie in un senso sempre più ampio, che riverbera il suo significato in cerchi concentrici che si allargano tanto più quanto maggiore è la possibilità evocativa.
Si diceva che è possibile separare le due dimensioni solo in base ad una necessità finalizzata alla spiegazione e all'analisi. La vita umana è però un continuo divenire che si fa sempre più sintesi di se stesso ed in quanto tale accoglie necessariamente in sé i due termini del "conflitto", raccontandosi in un'unità che appare sotto le spoglie di infinite diversità.
Gli intoppi e gli sbilanciamenti verso l'uno o l'altro piatto della bilancia creano quei sintomi che di volta in volta si affacciano nell'ambito della nostra vita e che appaiono come necessità di un percorso che, finalizzato alla soggettività e alla presenza, si concede la caduta e la cecità nell'uno o nell'altro vertice, ma questo solo per poter ripartire verso la costruzione dell'altro polo.
Penso alle antinomie che l'uomo ha di volta in volta nominato in diversi modi: universale - particolare; inconscio - coscienza; Sé - Io; Eros - Thanatos; Eros - Logos; emisfero destro - emisfero sinistro; immagine - parola; simbolo - segno; omologazione - differenziazione; materno - paterno; …Tutto questo allude ad un'unica realtà, impensabile in sé senza entrambi i poli.
E' vero che di volta in volta la vita si può dare, o meglio noi la possiamo vedere ed esperire, ora solo nell'uno, ora solo nell'altro modo, ma questo accade e si dà come momento di un unico processo che racconta il dialogo amoroso tra i due:
solo questo continuo fluire è vita.
Tempo fa riflettevo sulla possibilità di infrangere la barra divisoria tra particolare ed universale: la chiave di volta - che in un certo senso infrange sì tale barra, ma come tendenza a, come prospettiva di, come tensione verso - diviene allora la dialettica che scaturisce tra i due poli ed è questa la soggettività universale che sempre nasce ed origina dal dialogo tra i due.
Quindi la consapevolezza che in me si dà della soggettività esistente in forza dei due mondi (le antinomie sopra dette) che in me coesistono, è la chiave di volta che consente l'apertura oltre la barra divisoria, barra che esiste e prende forma solo in forza di un occhio analitico che fotografa la realtà in un momento dato.
Processo questo necessario ma non esaustivo della realtà.
Ci si chiede se non c'è il rischio di "indulgere" nell'aspetto che è stato sopra definito come universale/inconscio/Sé/eros/simbolo/materno e se questo non potesse dar luogo ad una fuga, ad una sorta di regressione nel ventre materno, ad una condivisione regressivo-difensiva di un senso che non parla più della vita ma narra solo un lato dell'esistenza, accecandosi in essa nell'illusione della totalità.
Ma è pur vero che io esisto, che la vita in me si fa presente nel pensiero che in me dice qualcosa che in quel momento è anche frammento particolare. E prima ancora la vita in me si dice con il suo richiamo violento e perentorio nell'azione che il mio corpo compie e che, anche attraverso l'effetto che l'azione ha sul mio corpo, mi richiama, intenzionandomi, ad una dimensione dell'esistenza che in quel momento è anche finita, particolare, frammento, limite, segno, logos, regola e differenziazione.
Il richiamo all'Uno, all'Universale che dice in sé il finito e l'infinito, l'Io ed il Sé, assume le sembianze dell'azione e poi del pensiero che in me si dice. Ed è anche in virtù di una finitezza e di un pensiero egoriferito - che necessariamente mi costituisce - che io non posso morire in una falsa condivisione regressivo-difensiva che conduce ad una illusione della totalità, la quale è fuga e non progresso, inflazione e non individuazione.
L'azione che a me attiene, così pure la fisicità del mio essere ed il mondo che mi circonda con il richiamo necessario della materia tutta, con i suoi limiti e le sue finitudini, anche l'azione dicevo, intesa come il più semplice fondamento dell'essere, tutto questo mi richiama al dialogo e all'apertura al diverso, allo stimolo sempre nuovo e mutevole che invita in me la vita e l'essere tutto a portare a compimento il dialogo tra l'una e l'altra dimensione.
Non potrebbe essere altrimenti, non potrei non essere costituito da particolare ed universale, da conscio ed inconscio.
Agendo nel mondo ho necessariamente un ritorno (feedback) sia in base all'azione che da me parte, sia in base al mondo in cui ho agito. In tal modo l'informazione mi costituisce e crea un sapere che dà luogo in me all'intelligenza e alla cultura. Allo stesso modo agisco nel mondo con il pensiero e ne ho, necessariamente, un'informazione di ritorno.
Quanto più esercito prima l'azione e successivamente (lì dove il termine successivamente è da intendersi sia in termini ontogenetici sia filogenetici: si pensi infatti alle fasi di sviluppo nel bambino o all'evoluzione dell'uomo) il pensiero, tanto più esprimo quel "particolare" che in me si dà e che può chiamarmi fuori da quell' "universale" che in quel momento mi trovo a vivere.
E' dunque il dialogo tra l'uno e l'altro che mi costituisce e al tempo stesso mi salva non facendomi morire nel particolare né naufragare in un sogno universale regressivo e difensivo.
Sento che la vita mi chiama a questo dialogo e per questo so che la vita, nella soggettività universale che anche attraverso me si dice, è universale e particolare al tempo stesso.

Alberto Toniutti


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