Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione GEA
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Settembre 1999 Pag. 14 Paolo Cogorno

Paolo Cogorno

 STREAM OF CONSCIOUSNESS 

C' FARE E FARE

Riflessioni sul Mandala


Qualche giorno fa sono andata a Palazzo Ducale a vedere i monaci tibetani disegnare i Mandala.
Non lo avevo mai visto fare e pensavo di restare una mezz'oretta, giusto per togliermi la curiosità. Invece sono rimasta là tre ore.
Già il fatto di entrare dentro al salone del Maggior Consiglio praticamente vuoto, con pochissime persone e un'atmosfera di chiesa, mi ha colpito.
Poi, togliersi le scarpe e sedersi accanto ai monaci, intorno al mandala, e guardare.
Al di là dell'abilità tecnica nel tirare linee senza sbavature e nel disegnare decorazioni minuscole con la sabbia, ho trovato bellissimo vedere come queste persone fossero dentro un lavoro assorbente, impegnativo, di concentrazione ma contemporaneamente fossero staccate da quello stesso lavoro, pronte a sorridere, a spiegare simboli, a porsi degli interrogativi davanti a tutti noi sul come andare avanti e, a volte, sbagliare, cancellare e rifare.
C'era un che di naturale e di leggero in loro e tutto intorno a loro che non sminuiva affatto quanto stavano facendo.
Era come essere in uno spazio senza tempo, da dove si poteva partire per poi ritornare, uno spazio dove noi spettatori venivamo in qualche modo permeati da un'energia palpabile e dove arrivava in modo molto chiaro la dimensione sacra di quegli atti.
Ognuno di quei monaci continuava ad essere una persona che stava facendo una cosa, che aveva senso non solo per lui ma per tutti.
Ecco, forse è questo quello che percepivo e che mi faceva collocare il loro fare su un altro piano.
In un momento in cui sto vedendo quanto fuggo ancora nel "fare", questo incontro mi ha fatto vedere e sentire la grandezza che c'è in un altro tipo di "fare", un "fare" che forse abbraccia tutto, che non prende significato per i suoi risultati, che si sgancia dalla logica del dare-avere, dei conti, delle aspettative.
Un fare umile fatto di paure, di dubbi, di mani tremanti, di sudore, ma anche di risate e soprattutto pronto a ricominciare ogni volta daccapo, ma con dentro tutta la saggezza, l'esperienza, i turbamenti, il buono ed il cattivo di tutte le volte precedenti.
Mi sono sempre detta che nella vita avrei voluto costruire qualcosa.
Per molto tempo questo qualcosa è stato un insieme di "risultati", di obiettivi raggiunti, dove mi sono identificata con quello che facevo io e, spesso, con quello che faceva il compagno del momento.
Vedere questa modalità, sentire di avere un senso anche senza fare niente, sentire un urlo dentro quando mi accorgo di ri-scivolare nell'identificazione del "fai dunque sei", è qualcosa con cui mi relaziono quotidianamente.
Osservando i monaci e l'attenzione con cui procedevano nel loro disegnare, la cura che avevano per gli strumenti, lo sforzo fisico di stare accovacciati per ore, mi sono chiesta che cosa li spingesse a dare così tanto per realizzare un'opera che da lì a qualche giorno sarebbe stata dissolta, spazzata via. Ma questa domanda perdeva senso intuendo che forse è proprio in quel dare il massimo per qualcosa che non si può fissare o appartenerci che sta la risposta. In un fare senza alcun risultato "concreto".
In un'opera il cui senso sembra stare pi nel percorso che nella meta.

Paolo Cogorno


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