Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione GEA
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Dicembre 1999 Pag. 5 Agnese Galotti

Agnese Galotti

 METODO 

LA SCOMMESSA GEA

La grande scommessa dei gruppi Gea è proprio connessa al raggiungimento della coscienza di sé da parte di quell'unico soggetto corale che è il gruppo.

E dove potrà mai essere percepita tale coscienza se non nel corpo dei singoli individui che lo compongono? Ma questo richiede che essi arrivino, per così dire, a superare il limite della propria individualità, pur realizzandola appieno.
E' una sorta di intuizione che viene esplicitata fin da subito ai partecipanti, e ripresa più e più volte durante il lavoro, attraverso l'invito a cogliere gli eventi ed i vissuti non più personalisticamente ma come esperienze che il gruppo stesso vive.
Non c'è nulla di scontato in tale atteggiamento, né è qualcosa di cui ci si occupi normalmente nel sociale in cui siamo calati, eppure pare ci sia l'intuizione di ciò in ognuno, tanto che, pur non `capendo', ciascuno accoglie.
In realtà ci vuole tempo prima che a questa intuizione si accompagni una qualche percezione concreta, la percezione di sé come gruppo.
Accadono prima, di solito, sintonie tra individui: l'uno comincia ad accogliere l'altro, le altrui vicende facendole proprie; si manifestano somiglianze e corrispondenze che vanno al di là di differenze fin lì assolutamente date per scontate; si va sviluppando gradualmente un'empatia che favorisce l'avvicinamento ed il rispecchiamento reciproco, il che aiuta a lasciar cadere pregiudizi e schematismi sociali.
Questo è già un grande passo, soprattutto quando si smantellano strutture egoiche piuttosto rigide e si sgretolano convinzioni ataviche quanto infantili sulla propria `unicità' vissuta in termini prevalentemente egocentrici. Accade che tutta una serie di luoghi comuni, di categorizzazioni sociali, economiche, culturali mostrino la loro debolezza avanti all'emergere dell'essenza di ciascun soggetto che, scoprendosi, mostra di essere tanto più in comunicazione profonda con gli altri quanto più si intensifica il lavoro di essenzializzare la relazione, lasciando cadere tutta una serie di sovrastrutture assolutamente inutili.
Il rispecchiamento si dà sia negli aspetti evolutivi, nelle risorse, che negli aspetti ombrosi e sgradevoli, nelle resistenze che l'ego oppone alla percezione della dimensione universale: e allora aspetti entusiasmanti si accompagnano a consapevolizzazioni più ostiche e dolorose.
Nonostante questa fase sia spesso sperimentata con una sensazione di sollievo, legata all'uscire da un sordo isolamento, tuttavia il gruppo, il soggetto gruppo, resta ancora in ombra.
Lo si nomina, lo si chiama in causa nella lettura dei sogni che vengono portati dai singoli partecipanti, ma non è detto che a ciò si accompagni la precisa percezione di un soggetto con proprie dinamiche e visioni del mondo.
La percezione di sé e dell'altro in termini di gruppo si manifesta ad un certo punto, apparentemente senza preavviso: è una sorta di insight.
E' come se improvvisamente gli elementi che erano da tempo sotto gli occhi, si componessero in una nuova visione, si facessero percepibili in un'immagine concreta tanto evidente da farci chiedere come abbiamo potuto non vederla prima.
Una sensazione simile a quando, dopo tanto sforzo, si riesce a vedere l'immagine tridimensionale confusa, fino ad un attimo prima, in una specie di sfondo informe e privo di qualsiasi significato.
Accade che si capovolga lo schema mentale per cui: se tutto prima era automaticamente finalizzato al singolo, perché ciascuno poneva là il centro, in una visione ancora individualistica e parcellizzata, ora tutto trova senso se riportato al gruppo, come singolo cui ciascuno può far riferimento, all'interno di sé.
La metafora orientale dell'apertura del terzo occhio rende bene l'idea.
All'inizio, ripeto, è una specie di numinosa epifania, che può gradualmente trasformarsi, grazie all'allenamento reiterato, in un nuovo automatismo, che impone, accanto alla sempre presente percezione di sé come individui, la percezione di sé come universale.
Accade allora che, chi prima e chi dopo, chi più e chi meno, si arrivi alla situazione particolare in cui ciascuno pone il proprio centro, privilegia la propria percezione di sé in quello stesso punto virtuale in cui gli altri individui lo stanno contemporaneamente cogliendo: è allora che il gruppo, come soggetto fin lì inconscio, si risveglia e comincia a farsi consapevole del proprio esserci, a conoscersi, attraverso la percezione di ciascun individuo, e ad attrarre su di sé una potente energia.
Il gruppo allora non è più un luogo specifico, né una condizione particolare, bensì una disposizione mentale che restituisce esistenza concreta all'unico soggetto che ciascuno percepisce come se stesso e al tempo stesso trascendente sé: una sorta di incarnazione dell'universale.
Inizialmente questa percezione nasce e si sviluppa in una sorta di laboratorio a ciò adibito - il gruppo, appunto - che favorisce il processo: le vicende che là si danno e si dicono, grazie all'intenzione di ciascuno, non sono più vissute come personali, di qualcuno in particolare e basta, ma vengono gradualmente sempre più percepite come vicenda che il gruppo vive attraverso il singolo soggetto.
L'energia che questo salto di coscienza muove è davvero potente e benefica, e sarebbe il caso di riflettere meglio sulla sua portata per portare a coscienza e trasformare sempre più in pensiero consapevole quella che in fondo è l'essenza profonda del lavoro che svolgiamo, l'intuizione originaria e la realizzazione ultima di ciò che i gruppi Gea nella loro esistenza incarnano.
Essendo un nuovo atteggiamento mentale, una particolare disposizione a vivificare quotidianamente la percezione in noi dell'universale, è chiaro che si tratta di un processo che non si esaurisce in un unico contesto, ma tende ad espandersi là dove ogni soggetto coinvolto si trova a vivere, nella misura in cui resta sintonizzato con quella potenza trasformativa. Il terzo occhio, una volta aperto, tende a far convergere nella propria visione tutto ciò che il soggetto vive.
Non so quanto ci rendiamo conto davvero della profonda valenza rivoluzionaria di questo nuovo automatismo capace di collettivizzare (sul piano della percezione) l'esperienza stessa di vita che in ciascuno si sta svolgendo, liberandola dello stretto limite individuale.
E' come se a ciascuno fosse concesso così di vivere contemporaneamente numerose vite, di affacciarsi ad una visuale più ampia che comprende, insieme alla sua, la vicenda specifica di ogni altro soggetto interlocutore, nella misura in cui resta attiva una disposizione a vedere col terzo occhio, a percepire l'altro in sé e sé nell'altro, grazie a quel punto virtuale di visione che l'esperienza del gruppo ha vivificato.
Se davvero, come le teorie sulla reincarnazione recitano, a ciascuno spetta sperimentare più volte questa condizione di vita terrena, al fine di maturare, attraverso varie incarnazioni, la consapevolezza dell'universale, fino alla completa illuminazione, allora possiamo ipotizzare che il nostro metodo abbia la specifica funzione di velocizzare tale processo, consentendoci di vivere, in una sola, parecchie vite, sfruttando appieno, nella carne, anche l'esperienza dell'altro, che diviene così sempre meno `altro'.
L'aspetto genuinamente universale di questa nuova percezione può variare a seconda dei momenti e delle oscillazioni del livello di presenza in ciascuno di noi: a volte questo riconoscere la propria vicenda in quella dell'altro sembra darsi in termini più narcisistici, porta con sé piccole stonature o forzature, altre volte si avvicina di più alla vera accoglienza di un nuovo vissuto che proprio il dire dell'altro ci fa esperire, come una precisa vibrazione che si genera in noi. Contemporaneamente si sviluppa la fiducia nella analoga comprensione da parte dell'altro rispetto al nostro dire.
Eppure resta, nonostante tutto, un alone di mistero circa tutto ciò.
La ragione, la logica restano, almeno in parte, interdette: può davvero la vicenda dell'altro diventare in noi l'equivalente di una nuova esperienza? Possiamo davvero conoscere ciò che l'altro sente? Può la disponibilità profonda alla relazione tra soggetti farci superare, a livello percettivo e quindi del sentire, il limite individuale?
Vista l'energia benefica che il gruppo esercita e l'amplificazione della coscienza che ne deriva, verrebbe da dire di sì:
e non si tratta certo di una comprensione empatica troppo immediata!
C'è qualcosa di più, che porta davvero ad una comprensione che sta facendosi consapevolezza, nuova conoscenza, che è immediatamente collettiva. Ma come spiegarlo meglio? Forse con le parole, altamente evocative, di Pierre Teilhard de Chardin: "Ecco la Parola suprema dell'enigma, la parola scintillante incisa sulla mia fronte, la parola che d'ora in poi ti brucerà gli occhi (anche se tu vorrai chiuderli): nulla è prezioso se non ciò che è te stesso negli altri, e gli altri in te. In alto, tutto è uno! In alto, tutto è uno!"

Agnese Galotti


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