Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione GEA
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Dicembre 1999 Pag. 10° Tullio Tommasi

Tullio Tommasi

 RICERCHE 

CAUSALITA' DELLE TRAIETTORIE

"L'unica salvezza per colui che soffre a causa dell'esistenza è quella di non soffrire più per la propria esistenza. Come potrà ottenerlo? Con la rapida morte o con il lungo amore" (F.Nietzsche)

Ormai da tempo nella scienza si è capito che il troppo grande e il troppo piccolo rispetto alle nostre dimensioni quotidiane non possono essere spiegati mediante la fisica classica delle leggi deterministiche basate sul dogma di causa-effetto.
Nel mondo delle particelle i paradossi della meccanica quantistica che vanno contro ogni buon senso, così come la relatività dello spazio e del tempo, sono ormai diventati concetti normali. Nel mondo quotidiano in cui siamo immersi non è però necessario scomodare teorie strane e difficili, in quanto le leggi classiche funzionano benissimo e generano quella sicurezza dettata dal fatto che le cose vanno come l'intuito prevedeva.
Si può dire che le teorie classiche sono invenzioni specifiche per spiegare, sistematizzare, modellare il mondo percepibile con i nostri sensi, mentre esse perdono di significato quando vengono applicate in contesti dove i nostri sensi non arrivano.
Tutto questo è accettato scientificamente e non inquieta più nessuno.
Tutti conviviamo tranquillamente con le stranezze della fisica, ovvero del mondo, come se non ci riguardassero: il troppo piccolo e il troppo grande sono così lontani dalle nostre dimensioni medie.
Il problema è che siamo costituiti da elettroni e che poggiamo i piedi su un pianeta trascurabile in un cosmo in totale movimento. La mente umana non può permettersi di concentrarsi su questo, altrimenti si perderebbe in questioni microscopiche o galattiche, amplificando l'inesprimibile che non permette di affrontare il quotidiano.
In un eccesso di ricerca di sicurezza spesso però cerchiamo di adattare le leggi deterministiche, che spiegano perché una pietra cade o perché sorge il sole, alle nostre singole vite. Vogliamo adattare i concetti di spazio e di tempo all'esistenza, in una ricerca di struttura rassicurante che possa prevedere i percorsi futuri.
Ma ciascuna vita è contraddistinta dalla traiettoria ineluttabile della nascita, dell'esistenza e della morte, ben diversa da un percorso rettilineo.
Quindi, pur essendo costituiti da particelle strane, immersi in un cosmo strano, nati, futuri morituri, provenienti da misteri e diretti chissà dove, vogliamo cocciutamente percorrere la nostra vita come una traiettoria lineare, tracciabile a priori come un susseguirsi determinato di cause ed effetti. Come se l'esistenza fosse un corpo attratto dalla forza gravitazionale o un segnale radio formato da onde elettromagnetiche. Il bisogno di normalità, di certezze, di un Padre rassicurante lavora per costruire mentalmente un equilibrio che non esiste. Il senso della posizione e della sicurezza agiscono per negare la morte.
I riti, grandi o piccoli che siano, e gli stessi eventi naturali, il giorno e la notte, le stagioni, aiutano e facilitano il senso della stabilità.
Nel tentativo di programmare il mio futuro nella tranquillità del non azzardo, divento un eroe inconsapevole che tenta di costruire una vita normale che contrasta il caos. E, nel caso accadesse qualcosa di strano, lo prevengo stipulando un'assicurazione.
Ma la vita è un continuo fuori equilibrio, un accadimento che procede per scrolloni. E gli accidenti arrivano: eventi imprevisti che scombinano le traiettorie mentali con una discontinuità improvvisa, anticipatrice e memore delle discontinuità massime della nascita e della morte.
Malattie, aspettative che crollano, amori che finiscono, dissesti finanziari sono tipici eventi scatenanti. Anche la mancanza totale di accidenti genera una normalità così opaca che conduce presto alla nausea: l'inquietudine, ovvero il fuori equilibrio della vita, vuole sfogarsi, mentre ingabbiati nella nostra normalità ci deprimiamo.
Gli accidenti esterni o le depressioni interne generano un dolore che ci appare insensato. Ecco che allora subito ci affanniamo a trovare un significato a questo dolore per strutturarlo in qualcosa di rassicurante: cerchiamo sempre una causa per dare un senso all'accadimento. Nel fatalismo il disegno di ogni vita è già tutto scritto e quindi l'evento che sconvolge era già previsto. Nel finalismo l'evento è rivolto a un fine ultimo del proprio sviluppo: questo doveva accadere in modo che io cambiassi per arrivare in un certo punto. Se poi vince il pensiero della casualità e dell'insensatezza dell'accadimento, si rafforza l'idea che sia io il generatore delle cause che mi riguardano, che sia io il costruttore delle mie traiettorie, in un'amplificazione smisurata dell'egoriferimento.
Quindi l'accidente e l'accidia svaniscono in un sistema che li ingloba.
La vittima e l'uomo che si è fatto da sé sono due modalità agli antipodi della stessa concezione di una vita basata sulla causa, prodotta da enti superiori o da me.
La ricerca di una causa è rassicurante e nessuno di noi, in fondo, riesce a farne a meno. In certa psicoanalisi succede qualcosa del genere. Le varie teorie, anche in forte contrasto tra loro, si affannano ad affermare il proprio punto di vista, nel tentativo di cercare un Padre che possa spiegare, capire, strutturare. Ci si dimentica che uno dei più importanti Miti su cui si basa l'analisi, il Mito di Edipo, racconta la storia di un figlio che uccide il padre.
La ricerca delle cause rischia di risultare letale in quanto si radica sempre di più la sensazione che ciascuna esistenza sia comunque fissata da un sistema che determina un'immobilità e un'immutabilità, al massimo scalfite da un ego volitivo che vuole affermare se stesso. Dunque, una volta che si è nati, i geni e i genitori determinano inequivocabilmente il nostro futuro senza possibilità di scampo, e ogni volta che incontriamo un nostro limite possiamo appellarci alla nostra natura. Più crediamo immutabile la nostra modalità di vita più rimaniamo immutabili in un appiattimento della vita col modo stesso in cui la concepiamo. Detto in altro modo, le traiettorie possono essere cambiate, e comunque esse cambiano indipendentemente da noi.
L'ombra di tale atteggiamento rivolto al cambiamento può essere una sindrome da onnipotenza che fa credere alla possibilità di avere completamente l'esistenza nelle proprie mani, in una specie di egoriferimento secondario, dove nulla è impossibile. Ma è la vita stessa che pone in evidenza il limite; il tragico è sempre parte fondante di ogni esistenza e i fulmini talvolta arrivano, casualmente o causalmente: sono essi stessi parte della vita.
Una volta che l'esperienza diretta fa sentire la tragicità della vita possiamo solo imparare a immergerci in questo flusso continuo, sfruttando correnti propizie e godendo delle onde. Solo sentendo il senso tragico possiamo apprezzare la gioia del vivere. Le sponde a cui approderemo sono sempre ignote e questo può generare paura o curiosità.
Senza più Padri né cause rassicuranti non possiamo fare altro che abbandonarci all'angoscia o all'amore del vivere.

Tullio Tommasi


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