Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione GEA
Direttore : Dott. Ada Cortese
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Marzo 2000 Pag. 8 Ada Cortese

Ada Cortese

 TEORIA 

ASPETTI DELLA STRUTTURA PSICHICA SECONDO C. G. JUNG

Ben lungi dal vedere nell'inconscio solo processi psicoidi e l'inconscio stesso come "luogo" o "cosa", Jung lo vede come Pensante per il semplice fatto che, dice, se c'è processo sensato c'è chi decide; dunque l'inconscio è soggetto e, proprio in virtù di ciò, la nostra visione del mondo non può essere che provvisoria e deformata perché, egli sostiene, se tutto l'inconscio si facesse conscio necessariamente noi percepiremmo un ben altro mondo!

Molteplicità degli elementi psichici primari.
Jung immagina tre momenti fondamentali, tre stati psichici progressivi.
Il primo momento sarebbe segnato da una molteplicità di elementi psichici primari: toni affettivi e loro valutazione emergente in sentimenti ed intuizioni a cui possono dar luogo; percezione dei sensi; appercezione ovvero il riconoscimento "sensato" della percezione; ecc...
L'esperienza psichiatrica viene citata da Jung come il luogo in cui si mostra la fragilità della psiche e la sua facilità a frantumarsi tornando a questo stato primario e perdendo così in un sol colpo tutto quanto l'evoluzione ha faticosamente raggiunto nell'arco di millenni:
stiamo parlando della psicosi.
Essa può emergere quando un archetipo si attiva.

Coscienza primaria
Trova l'Io come fulcro portante della coscienza, a cui può presenziare una "coscienza secondaria" disconosciuta dalla primaria per incapacità dell'io a comprenderne i contenuti (percezioni registrate ma non digerite cognitivamente:
allora parlano i simboli).
La coscienza secondaria resta fissata allo stato subliminale e non per rimozione. Essa può comunque agire sulla primaria direttamente in virtù di una certa disponibilità d'energia, come già accennato, attraverso i simboli.
Jung sostiene vi possa essere analogia, a tal proposito, tra coscienza e funzioni sensoriali. Dalla fisiologia delle funzioni sensoriali proviene tra l'altro il concetto di soglia. Proprio a questo punto possiamo introdurre il modello che Jung mutua da Pierre Janet sulla duplice espressione di ogni funzione psichica in "superiore" e "inferiore".
Nella sfera psichica la funzione può essere deviata grazie alla volontà consapevole che coincide con la somma di libido resa disponibile dall'attività del sistema totale inteso da Jung come costante generatore e trasformatore d'energia, essendo esso un sistema aperto. La volontà non ha potere nè sugli istinti nè sullo spirito (che si distingue dall'intelletto) i quali sono autonomi.
Concetto speculare alla volontà consapevole è per Jung il processo psicoide: egli mutua questo termine, che usa solo come aggettivo, da Driesch nel quale "Psychoid", la Psicoide, è sostantivo che designa una sorta di "guida alla reazione", "una potenza in prospettiva", "l'entelechia dell'azione", "l'agente elementare dell'azione".
E come aggettivo Jung, rifacendosi all'utilizzazione di Bleuler (per cui "psychoid" assume significato fisiologico nell'elaborato processo dell'organismo vivente di adattamento all'ambiente)
lo adotta per indicare un processo che non è nè cosciente nè propriamente "psichico", un processo che non è nè semplicemente vitale nè tipicamente psichico.
Confina con la fisiologia e nasce nella sfera istintuale. Egli riporta come esempio di un funzionamento psicoide l'attività del simpatico e del parasimpatico (automatismo).
Ma, poiché per Jung l'inconscio non è solo inconscio pulsionale e istintuale, accade che esso non presenti solo l'aspetto dell'obbligatorietà e dunque non sia costituito solo da processi psicoidi. In esso Jung trova rappresentazioni e atti volontari.
Accade allora qualcosa che ricorda il concetto di campo transmarginale (da W. James): il processo psicoide (automatismo) è presente nella coscienza così come la soggettività volontaria è presente nell'inconscio.
Il mondo dell'obbligatorietà, il sistema cioè degli istinti, non è un insieme armonico. Un istinto può collidere con un altro; l'istinto sessuale può trovarsi in contrasto, per esempio, date certe condizioni, con l'istinto a simbolizzare.
La differenziazione della funzione dalla obbligatorietà alla volontarietà è fondamentale per la specie umana ma aumenta anche i dissidi interni e così, oltre una certa soglia di tollerabilità, è facile che si ripristini la patologica, oggi, e primitiva condizione della dissociabilità.
Proprio trattando di istinto e volontà nella sua opera La dinamica dell'inconscio, Jung ha modo di criticare il concetto freudiano di inconscio come pura rimozione personalistica di contenuti comunque pulsionali. Concetto a cui Freud si tenne fermo anche in seguito, quando ammise l'esistenza di residui arcaici nell'inconscio. Jung legge invece il sogno, prodotto dell'inconscio privilegiato dalla psicoanalisi, come evento emergente da un patrimonio collettivo. In tal modo egli apre la strada al superamento della dicotomia freudiana individuo/società, pulsionalità/cultura, ecc.
Ben lungi dal vedere nell'inconscio solo processi psicoidi e l'inconscio stesso come "luogo", "cosa", "contenitore", Jung lo vede come Pensante per il semplice fatto che, dice, se c'è processo sensato c'è chi decide; dunque l'inconscio è soggetto e, proprio in virtù di ciò, la nostra visione del mondo non può essere che provvisoria e deformata perché, egli sostiene, se tutto l'inconscio si facesse conscio necessariamente noi percepiremmo un ben altro mondo!
Riprendiamo la progressione degli stati psichici e notiamo che, parallelamente allo svolgimento del suo pensiero, Jung propone, come ultimo e più evoluto stato psichico, il seguente.

Coscienza approssimativa o coscienza arcipelago
Si tratterebbe di una coscienza dell'Io caratterizzata da un io protagonista più tante "luminosità", a cui fa da contrappunto e, per il principio dell'unione degli opposti, l'inconscio inteso come coscienza multipla, come Sè, come totalità che porterebbe ogni forma e nessuna. In esso vi sono contenuti paracoscienti (contenuti facilmente accessibili alla coscienza, o della stessa "sostanza" coscienziale e comunque tenuti "a fianco" della coscienza principale anziché da essa integrati).
"Anche a livello più alto, e al livello massimo, la coscienza - scrive Jung - non è ancora una totalità completamente integrata, ma piuttosto un qualcosa capace di ampliamento indefinito".

I simboli del Sé e le immagini di Dio
Per una psiche giunta, grazie al lavoro interiore, ad un superiore stato di elaborazione, l'inconscio può offrire simboli particolari: i simboli del Sè; dall'alchimia con i vari momenti dell'opus fino al raggiungimento della sostanza arcana, alle immagini di semi di luce della Qabbala, ecc...
Tutti questi simboli sono dotati di luminosità e numinosità quando riempiono di sè l'esperienza del soggetto vuoi in sogno, in visioni o altro.

Numinosità
Per numinoso Jung intende "una qualità di un oggetto visibile o l'influsso di una presenza invisibile che causa un particolare cambiamento della coscienza". Egli ritiene indispensabile all'esperienza del numinoso una predisposizione a credere in una potenza trascendente. Numinosa è quindi l'esperienza d'incontro col sacro nascosto, col senso non ancora svelato. Da numinosità sono accompagnate le esperienze a sfondo archetipico.

Luminosità e paracoscienza archetipica
Per luminosità Jung intende il carattere paracosciente dei simboli a contenuto numinoso (cioè degli archetipi).
Poiché la coscienza è da sempre associata alla luce, Jung ipotizza che se l'inconscio visualizza luminosità multiple si ha a che fare con piccoli fenomeni della coscienza, mentre se la luce è monadica: singola stella o sole o occhio, essa simboleggia il Sè e ha valore rassicurante in quanto unifica ciò che la coscienza vive come frantumato o disordinato.
Il terzo stato della struttura psichica è, nel modello junghiano suddetto, il più evoluto essendo quello in cui il soggetto dispone di una paracoscienza archetipica.
Ciò significa che il soggetto può accedere alle immagini di Dio dentro di sè nella consapevolezza della sua differenza e della sua identità da e con ciò che l'immagine simbolizza.
E' qui che la coscienza può assistere alla coniunctio oppositorum: i simboli esterni totalizzanti muoiono, il Dio esterno muore. E' questa una vicenda che sottopone alla più dura prova l'Io del soggetto: l'incontro con Dio, col numinoso può essere esperienza risanatrice o esperienza distruttrice. V'è un senso certamente anche nella distruttività dell'archetipo; essa va a ridimensionare, tramite esperienza estremamente frustrante e dolorosa, un malsano atteggiamento coscienziale (l'unilateralità nevrotica).
Ma conoscere il rischio significa poter fare qualcosa per evitarlo, e fare significa qui imparare a conoscere sempre meglio la struttura e la dinamica della psiche, conoscere i suoi strati più profondi per non doverli subire nella totale inconsapevolezza.
Sappiamo che l'archetipo soggioga completamente l'individuo al di là di ogni sua volontà ma ciò non impedisce al soggetto di poter essere testimone consapevole nell'evento archetipico in cui è pure coinvolto senza molto poterne dire.
Anche perché quanto più inconsapevole il soggetto resta della dinamica archetipica, tanto più essa assumerà basso contenuto spirituale esprimendosi nel soggetto, inconscio del suo procedere unilaterale (quindi ingiusto, reo della perdita dell'equa distanza tra gli opposti), in modalità istintuali (obbligatorietà dell'istinto senza conoscenza spirituale) che mantengono il soggetto in una coazione a ripetere perché nessuno dei sensi velati nell'archetipo, nemmeno uno, è stato raccolto dalla coscienza.
E' come dire che l'archetipo, pur essendo una rappresentazione spirituale dell'istinto, che così tende a superar se stesso, resta impotente nonostante le immagini e l'evento numinoso perché tutta l'energia eccezionale messa in circolo non sa che ritornare, in assenza di lavoro coscienziale, là donde viene, là dove non ha immagini nè spirito: il "cieco" istinto.
V'è affinità dunque, lo approfondiremo meglio in un prossimo articolo, tra archetipo e istinto: l'archetipo può rappresentarsi come spiritus erector (diverso e superiore all'intelletto) o come non spirito (modalità di comportamento immediata e istintuale).
L'istinto, dice Jung, attua sempre un "quadro" che possiede caratteristiche ben definite: "L'istinto della formica tagliafoglie si attua nel quadro della formica, dell'albero, della foglia, del tagliare, del trasporto e della fungaia. Se manca una di queste condizioni l'istinto non funziona, perché non può esistere senza la sua forma totale. (....)
Questo schema è valido per tutti gli istinti ed è presente in forma identica in tutti gli individui appartenenti ad una stessa specie. Lo stesso vale per l'uomo:
egli ha in sè tipi istintuali a priori che sono motivo e modello delle sue attività, nella misura in cui egli funziona istintivamente (...) il quadro rappresenta il senso dell'istinto".
E' difficile nell'uomo individuare per tipi gli istinti così come è difficile individuare gli archetipi. E ciò perché l'organo che dovrebbe farlo, la coscienza, è di per sè non solo una trasformazione, ma anche un trasformatore del quadro istintuale originario che, forse, è più visibile negli animali.
Jung ha comunque trovato un metodo per risalire sia pur indirettamente agli istinti: nel ricorso ai disegni, alla dialettica, alla danza, alla musica, all'immaginazione attiva, ai sogni ecc. in cui egli rintraccia le basi comuni di tutta l'umanità: gli archetipi.

Pensiero e Coscienza
"Non una sola - dice Jung - delle idee o concezioni essenziali è priva di antecedenti storici.... Esse sono tutte fondate su forme archetipiche primigenie, la cui evidenza risale ad un'epoca in cui la coscienza ancora non pensava, ma percepiva.
Il pensiero era oggetto di percezione interna, non era pensato, ma sentito, per così dire, veduto od udito come fenomeno esterno.
Il pensiero era essenzialmente rivelazione; non era inventato, ma imposto, o convincente per la sua diretta realtà.
Il pensare precede la primitiva coscienza dell'io, che ne è piuttosto l'oggetto che il soggetto.
Nemmeno noi abbiamo ancora raggiunto la più alta vetta della coscienza; abbiamo anche noi un pensare preesistente, di cui non ci rendiamo conto finché ci sostengono i simboli tradizionali, o, per esprimerci col linguaggio dei sogni, finché il padre o il re non sia morto .
E' evidente, nel pensiero junghiano testé citato, la concordanza con l'ipotesi di Julian Jaynes di una originaria "mente bicamerale" non ancora del tutto crollata proprio perché ancora troppo poco l'uomo si rende conto dell'avvenuta morte del Padre o del re (l'esaurimento dei simboli esteriorizzati).
E finché ciò non avviene è allora il Padre o Re Originario (l'inconscio) che pensa per noi e che ha le informazioni millenarie per ordinare in un senso l'avvicendarsi delle nostre esperienze.
Nella vita, sostiene Jung, vi sono tanti archetipi quante situazioni tipiche.
"La continua ripetizione, ha impresso queste esperienze nella nostra costituzione psichica, non nella forma d'immagini dotate di contenuto, ma in principio solo come forme senza contenuto, atte a rappresentare solo la possibilità d'un certo tipo di percezione e azione.
Quando si presenta una situazione che corrisponde a un dato archetipo, allora l'archetipo viene attivato, e si sviluppa una coattività che, come forza istintiva, si fa strada contro ogni ragione e volontà oppure produce un conflitto di dimensioni patologiche, cioè una nevrosi."

Ada Cortese


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