Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione GEA
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Marzo 2000 Pag. 10 Agnese Galotti

Agnese Galotti

 RICERCHE 

L'INGENUITA' DELL'ALTRUISMO

"Ama il prossimo tuo come te stesso", dice il messaggio evangelico, non "invece di te stesso": l'uno non solo non nega l'altro, ma non può esistere senza l'altro.

Salta agli occhi in maniera sempre più evidente l'ingenuità del concetto di altruismo che, apparentemente supportato da una serie di principi morali, capaci di regolare il vivere sociale, risulta invece, se analizzato un poco più attentamente, assolutamente discutibile.
L'equivoco si mostra soprattutto nelle situazioni eclatanti, quelle cioè in cui il presunto amore per l'altro comporterebbe una qualche forma di rinuncia all'amore per sé, con conseguente abbrutimento del soggetto altruista. L'idea infatti che il bene di qualcuno richieda il male di qualcun altro, ovvero che l'affermazione dell'uno implichi la negazione dell'altro, l'idea stessa di rinuncia necessaria si basa su una visione individualistica, in cui ciascuno è colto solo nel suo particolare, mentre manca del tutto o non è presa affatto in considerazione la dimensione universale.
E' un atteggiamento che reitera la legge della giungla basata sul mors tua vita mea, semplicemente capovolgendone i termini.
Altruismo infatti, ed il suo complementare egoismo si rafforzano a vicenda, in quanto entrambi rimandano ad un concetto di alterità, di contrapposizione insuperabile; rimarcano quindi quella differenza e quella separatezza che, almeno nelle intenzioni, l'altruismo vorrebbe superare.
L'intuizione di poter andare oltre la visione dicotomica che sancisce la separazione ed impone la legge dell' "o… o…" ("o l'Uno o l'Altro"), per accedere ad una visione complementare, capace di comprendere la legge dell' "e… e…" ("e l'Uno e l'Altro") che supera la scissione ed afferma la possibile unione ovvero l'amore, è qualcosa che tutti conosciamo in quanto fonda la nostra attitudine relazionale che, per quanto immatura sia, non può esulare dalla necessità che i due del rapporto siano entrambi presenti e coinvolti affinché relazione ci sia.
In effetti nell'amore agire nell'interesse dell'altro è già agire anche nel proprio interesse: per amare infatti ho bisogno che l'altro sia presente, possibilmente in armonia con sé, quindi il fare qualcosa che faciliti l'esserci dell'altro è soddisfare contemporaneamente il proprio nonché l'altrui bisogno profondo.
Allora dove sta l'altruismo?
Altruismo fa pensare ad una rinuncia a sé in favore dell'altro, del tutto equivoca, in quanto afferma una contrapposizione che, se si tratta di relazione, ovvero di amore, non può che essere solo apparente.
Se io vado a fondo di me, di ciò che amo e desidero, trovo già l'altro, come elemento assolutamente essenziale.
Dove c'è reciprocità non può esserci conflitto di interessi, perché non c'è più calcolo basato sui singoli ego.
Ma come spiegare ciò?
L'ipotesi è che ogni organismo vivente, dotato di coscienza, si trovi necessariamente a rendere conto della consapevolezza del proprio essere come essere relazionale: dunque ciascun soggetto non può prescindere dalla consapevolezza di sé e dell'altro da sé (là dove per altro si intende di volta in volta l'interlocutore, interno od esterno che sia, fondante la relazione) quali elementi reciprocamente necessari al suo stesso esistere.
Allora nessun senso della vita, nessun eros, nessuna motivazione sufficiente allo stesso esistere può essere trovata al di fuori di tale consapevolezza. Non ci è dato vivere senza relazione e dunque non c'è vita in mancanza dell'Uno o dell'Altro del rapporto.
L'idea che l'altro possa legittimamente chiederci di rinunciare alla nostra soggettività, ovvero di alienare in lui il senso della nostra esistenza, è abbastanza improbabile, se non altro perché fa sorgere il dubbio che proprio quell'idea possa invece costituire uno strumento di fuga da una coscienza (la nostra!) angustiata per la mancanza di senso.
Allora il presunto altruismo mostra il suo lato strumentale: ovvero il suo essere copertura di un vampirismo, di un uso dell'altro per celare una mancanza insanabile che continua a bruciare in noi.
Cercare immediatamente nell'altro ciò che non troviamo in noi è un escamotage abbastanza frequente, ma questo non significa che sia la via più fruttuosa.
L'atteggiamento di altruismo segnala invece un problema essenziale: non si è trovato abbastanza in sé da motivare il vivere stesso, così si ripone questo presunto valore nell'altro, lasciando però inalterata una inspiegabile scissione profonda tra sé e l'altro: perché mai se è privo di senso l'uno dovrebbe essere invece dotato di senso l'altro?
Questo riporre nell'altro tutto ciò che in noi non troviamo, sanando troppo velocemente una mancanza, è un atto di immediatezza, una scorciatoia che non dà spazio al vero.
In realtà il fatto che ciascuno non trovi in sé, come individuo particolare, ipoteticamente preso a sé, avulso dal contesto sociale e relazionale in cui è calato, un senso sufficiente a motivarne la stessa vita, è un fatto di estrema importanza, degno di riflessione e non può essere liquidato velocemente.
Noi siamo degli esseri relazionali ed il nostro esistere non solo non trova senso ma neppure esistenza al di fuori della relazione. Come pretendere allora di trovare qualcosa al di fuori di essa?
Ma la relazione è composta dall'uno e dall'altro presi insieme e dal reciproco interconnettersi a vari livelli, ed il senso di ciascuna vita non può che trovarsi nella relazione stessa, ovvero nella presenza di entrambi i soggetti e non può lasciarne fuori alcuno.
Allora ciascuno che voglia trovare il senso di sé, il valore stesso del proprio esistere non può che cercarlo nella relazione, là dove si allenta la scissione tra l'uno e l'altro e si apre la com-unione.
Altruismo ed egoismo sono modalità relazionali in cui la soggettività dell'uno e dell'altro restano inconsce, in cui cioè è rimossa la necessità che ciascuno ha dell'esistenza propria ed altrui, il che mantiene l'equivoco del necessario sacrificio di uno dei due poli della relazione per salvare l'altro.
L'unico sacrificio necessario, a questo punto, è quello della visione particolare, che mantiene la separazione tra i due come insanabile ed ostruisce la visione universale; sacrificio allora nel senso etimologico di rendere sacro, il che avviene solo laddove ciascun particolare è trasceso e colto nell'universale cui appartiene.
Se conflitto si dà, nei frangenti della vita, non è necessariamente un conflitto tra un soggetto e l'altro, come una lettura troppo ingenua tende a vedere. Molto spesso il conflitto che ci traversa e che impregna le nostre relazioni si dà tra forze e tendenze di portata universale: vita e morte, coscienza e non coscienza, unione e frantumazione,… conflitti che possono essere affrontati solo ponendosi oltre la visione particolaristica cui l'altruismo ancora rimanda.

Agnese Galotti


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