Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
Direttore : Dott. Ada Cortese
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Giugno 2000 Pag. 5° Ada Cortese

Ada Cortese

 SCHEDE 

DIARIOMANIA

L'aspetto terapeutico del compagno immaginario

Tenere un diario svela l'esigenza di espandere le stanze del mondo interiore che non possono ampliarsi senza l'esercizio della riflessione.
Riflessione significa osservare, come in uno specchio, se stessi e, riconoscendo autonomia e diversità all'altro da noi che pure ci sostanzia e che lo specchio rimanda, instaurare con lui (Freud lo chiamava il nostro "Doppio") un dialogo fecondo.
Se nel rapporto reale possiamo fermarci alla contrapposizione, nel dialogo e nel rapporto interiore impariamo a conoscere produttivamente la nostra conflittualità.
Essa è contraddizione trattenuta in noi, che non siamo più presenza estranea ma il terzo incluso, e perciò ne abitiamo entrambi gli opposti ed il loro trascendimento. La capacità di sostenere la contraddizione interiore ci aiuta anche a sostenere le contraddizioni presenti nelle nostre relazioni esteriori: se sappiamo accettare la nostra contraddittorietà va da sé che ciò ci farà accogliere anche la contraddizione dell'altro.
E questa coscienza lavora e favorisce la democrazia interiore ed esteriore, l'accoglienza del diverso, il superamento dell'atteggiamento giuridico: insomma favorisce l'amore tra gli uomini.
Così, anche le relazioni concrete ed esteriori trapassano dalla logica della contrapposizione alla logica della contraddizione ed esse si trasformano da relazioni nevrotiche basate sui ruoli soggetto-oggetto in relazioni intersoggettive.
Se la contrapposizione implica pensiero binario, unilateralità e monolitismo, sicché la ragione starebbe da un lato e il torto dall'altro, la contraddizione implica una logica simbolica del pensiero e del sentimento, ovvero una logica in cui le cose non hanno mai un solo significato.
Posso qui solo dire che chi scrive il diario si allena al pensiero, a costruire mondo invisibile, cerca di familiarizzarsi con i moti contraddittori del suo essere collocandosi su un piano superiore da cui scoprire che la contraddizione non lo spacca più in due, essendo essa totalmente contenuta dal suo essere. Impariamo così che il lato attivo ed il lato passivo, il lato oggettuale e quello soggettuale, il lato bisognoso e quello potente, ecc., ci appartengono.
Io penso che il diario sia davvero stato e sia spesso quell'amico, quel "Tu" interiore che ha salvato tanti bambini dall'autismo e da altre conseguenze nefaste che spesso la sordità degli adulti provoca.
Il diario è il sostituto simbolico di una figura affettiva reale che manca. Esso permette la relazione entro cui solo l'identità umana si afferma, relazione affermativa, capace di accogliermi e confermarmi nel mio esistere.
Scrivere il diario, dunque, spesso permette di salvarsi l'anima e lo spirito per davvero: sia in condizioni di 'ordinaria' brutalità umana (le famiglie che "uccidono") che in condizioni di 'straordinaria' brutalità umana (i campi di concentramento).
Si pensi ad Anna Frank oppure al diario bellissimo di Etty Hillesum. Il diario diventa l'esplicitazione di quel mondo interiore ricchissimo che non sarebbe vero, né esistente se non trovasse un modo di manifestarsi.
Tutto ciò che resta dentro di noi e non ha testimoni reali non ha concreta verità. Solo ciò che vale dentro come fuori, ciò che avendo vita interiore, giunge ad avere vita esteriore, concreta, è vero.
Questo è il grande significato dello scrivere in genere. Dello scrivere un diario in particolare. Ad esso si affidano i pensieri più intimi, le emanazioni della nostra essenza, le riflessioni che nascono quando tutto ciò che è costretto nella necessità del sopravvivere ci lascia in pace. Allora si esprime l'anima che è sempre legata alla percezione della libertà. E ognuno di noi ha bisogno di visitare, sia pure per poco, ma continuativamente, un ambiente di libertà.
Scrivere un diario, più che parlare all'amico, costringe all'ordine della riflessione. La parola scritta resta. E' come un figlio che sia stato ormai liberato dal cordone ombelicale. Essa ha vita autonoma. E questo costringe alla responsabilità del pensare bene, chiaro.
Ognuno di noi incide. Se penso e non esprimo, anche così incido perché il mio pensiero è comunque in questo mondo e, seppur invisibile, incide. Ma ancor più ed in modo evolutivo, ossia a favore dell'arricchimento coscienziale e della consapevolezza, il mio pensiero incide se lo esprimo, se gli dò corpo (l'unione di corpo fisico e spirito è la miscela più energetica e trasformativa delle varie forme di esistenza nel nostro universo).
Certo c'è anche altro modo di scrivere diario, o forse modi patologici che interferiscono con questo obiettivo principale: mi riferisco ai lati ossessivi che possono spingere il soggetto ad insistere, pur contro la sua volontà, su particolari irrilevanti, sulla descrizione particolareggiata delle scene, degli eventi esteriori, sulla datazione e sulla segnalazione ossessiva dell'ora, del luogo, degli abiti, ecc.
Ripeto, ciò può accadere contro la volontà dello scrivente: si tratta di aspetti ossessivi che mirano al controllo, alla fissazione; spesso tali aspetti raggiungono un'intensità tale da impedire al soggetto di esprimere e di soffermarsi sull'essenziale. Egli è sempre alle soglie di ciò ma s'impiglia sempre in qualche altro particolare che non si può tacere e così, di particolare in particolare, resta preda del concretismo quando suo desiderio, conflittuato ovviamente, sarebbe quello di esprimere l'essenza spirituale della cosa, i suoi vissuti, un pensiero conciso, ecc.
Qual'è quel tipo di personalità che va soggetto a questa fastidiosissima interferenza che in definitiva lo zittisce rispetto all'essenziale?
Colui che avvertendosi inconsciamente preda di un pensiero rigido e dogmatico, tende a procrastinare l'affermazione del suo pensiero introducendo una sorta di simbolico antidoto attraverso la produzione di un'innumerevole quantità di particolari assolutamente ininfluenti.
Sarebbe errore tragico suggerire a personalità siffatte il compito di scrivere un diario per una qualche consegna di tipo terapeutico.
Tale consegna sarebbe invece buona cosa per chi tende a disperdersi dietro ai vissuti, dietro all'immediato sentire ed eleva ad immediata verità del suo mondo il suo immediato sentimento. Non è affatto detto che chi ha facilità di commuoversi sia per questo più vicino al cuore delle cose di chi non mostra i propri sentimenti.
Occorre ricordare alle persone che sensibilità non significa emotività e che l'emotività deve trapassare in altro. Scrivere aiuta a maturare e a trasformare i propri sentimenti in quello che già da sempre sono: pensieri inconsci.
Ordinare, per iscritto, i propri sentimenti e le proprie vicende, diventa davvero esercitazione al gusto di pensare cosciente e al giusto pensiero.
C'è un tempo per scrivere ed uno per non scrivere più. Quando viene scoperto il vero tesoro che l'esercizio dello scrivere ci dona allora non c'è più motivo di scrivere. Se giungo a comprendere che tutte le vicende e la mia vita mirano a farmi prendere una qualche forma di fondamentale consapevolezza, tutto ciò che prima era espediente a ciò, camuffato da grande valore personale, perde il motivo della sua sopravvivenza.
Dopo il tempo dell'aggiungere viene il tempo del togliere e del liberarci dagli orpelli ma questo è un altro capitolo che potremo, se vorrete, aprire un'altra volta.

Ada Cortese


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