Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
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Giugno 2000 Pag. 9° Agnese Galotti

Agnese Galotti

 RICERCHE 

SFUMATURE

Le sfumature stonate ancora presenti nei nostri rapporti possono indurci ad amplificare quel sano distacco dal contingente e riportarci a ciò che è essenziale, ad allearci in un lavoro davvero liberatorio che, incidendo nella struttura profonda del nostro essere, non avrà mai fine.

Non si tratta di perfezionismo, bensì di consapevolizzarci di come tutto quanto noi viviamo dipenda non tanto dal 'che cosa' quanto dal 'come'.
È opinione condivisa il fatto che ci siano eventi 'positivi' ed eventi 'negativi', situazioni augurabili e situazioni deplorevoli, quindi destini felici e destini irrimediabilmente infelici. In linea di massima sembra talmente ovvio da risultare incontestabilmente vero.
Eppure esistono testimonianze eclatanti che smentiscono tanta evidenza:
sappiamo di persone - che tendiamo immediatamente ad etichettare come 'eccezionali' al fine di rassicurarci circa la nostra presunta normalità - che hanno benedetto la vita in momenti drammatici, con una lucidità disarmante.
Etty Hillesum è un esempio per tutti.
Per contro, molto più frequenti e sotto gli occhi di tutti sono piuttosto realtà di persone che si trovano in situazioni particolarmente favorevoli, che 'hanno tutto' - come si dice - eppure non riescono a godersi la bellezza della vita.
In qualche modo noi tutti rientriamo in questa categoria, nelle nostre scontentezze ed insoddisfazioni, se solo allarghiamo il cono di visione e ci raffrontiamo a realtà umane, a noi contemporanee, viventi in altre zone del pianeta.
È chiaro che l'ago della bilancia è in noi e non all'esterno, ma spesso è difficile recuperare questa consapevolezza, farsene qualcosa sul piano pratico, nella quotidianità delle nostre esistenze.
Per questo è estremamente importante imparare a concentrarci sul modo in cui viviamo ciò che di volta in volta ci troviamo a vivere, non importa che cosa nello specifico, consapevolizzare l'atteggiamento di fondo con cui ci relazioniamo alla vita nella quotidianità.
Cogliere per esempio quanto oscilli la nostra visione del mondo e della vita tra i momenti favorevoli e quelli più difficili è fortemente indicativo di quanto siamo dipendenti dagli eventi.
È un tipo di riflessione che può dirci molto di noi, del nostro modo di essere, più di qualsiasi fatto di cronaca relativo alla nostra storia personale.
Indagare l'atteggiamento che si nasconde dietro determinate parole, gesti o comportamenti è molto più interessante che restare fermi a constatazioni troppo ovvie, spesso legate a giudizi o pregiudizi su ciò che appare.
Cogliere la sfumatura del come, rispetto al mantenere prioritario il che cosa è ciò che ci consente di recuperarci come soggetti, testimoni attivi della nostra stessa vita, liberi di disporci in atteggiamento accogliente o rifiutante, affermativo piuttosto che negante.
Questa riflessione è direttamente associata ad un'altra che riguarda invece il rapporto interpersonale. Il mondo relazionale nel quale ci troviamo calati, noi che ci riteniamo fortunati per la massiccia dose di consapevolezza che oggi ci accompagna - almeno così amiamo pensare! - non ci protegge tuttavia da piccole incomprensioni, disattenzioni, mancanze, spesso generatrici di brucianti dolori.
Ancora una volta l'invito non è tanto ad indagare circa presunte colpe od ombre reciproche: quello che salta agli occhi immediatamente è piuttosto come, là dove non si può parlare di cattiva volontà, di contrapposizioni sostanziali, di credibili conflitti di interesse, restino comunque piccole sfumature capaci di creare dissonanze o stonature, che risultano ancora più stridenti visto il contesto `evoluto' in cui si danno.
Certo tutto questo può spingerci a prestare maggiore attenzione all'aspetto più sottile del nostro muoverci nelle relazioni quotidiane, ma non credo si troverà mai una soluzione definitiva all'imprevisto dei nostri reciproci incontri, viste le molteplici espressioni della nostra esistenza.
Un margine di dissonanza credo sia da mettere sempre in bilancio. Il problema è come utilizzarlo.
O lo 'copriamo' in un tentativo di 'salvare' l'altro e noi stessi dalla consapevolezza della attuale fatica del vivere, oppure - e non credo ci restino molte alternative - ci facciamo attenti ad utilizzare anche quel dolore come carburante per la possibile trasformazione.
Sono proprio queste sfumature, soprattutto quando ci colpiscono in maniera diretta, quando il vissuto è ancora una volta che l'altro ci abbia ferito, a segnalarci una necessità/possibilità di ulteriore distacco; non si tratta di un distacco di tipo difensivo ("mi puoi ferire quindi resto a distanza da te") bensì di un'ulteriore possibilità di liberarsi dall'attaccamento a persone, situazioni, abitudini, pensieri specifici, per tornare a farsi vuoti di contenuti e ritrovarsi a quel fatidico come che ci rimanda all'essenziale: al nostro atteggiamento profondo verso la vita nelle sue infinite forme.
Ciò non toglie che ci possano stare anche sani momenti di sfogo in cui, bando alle sfumature, lasciamo uscire tutto il dolore così come lo sentiamo; ci sta anche il momento in cui ci liberiamo (almeno mentalmente!) di tutto e di tutti, ma non possiamo certo fermarci là. Una volta placata la tempesta (e talvolta può passare anche molto tempo) ci si ritrova a fare i conti con se stessi, a domandarsi il senso profondo di ciò che si sta vivendo ovvero la natura del proprio relazionarsi a sé, agli altri, alla vita.
E qui la radicalità di un certo atteggiamento non manca di manifestarsi: se si esce dalla proiezione, dalla legge delle aspettative, se si è fuori dalla dipendenza e dalle leggi giustificative dell'Edipo, allora l'altro in quanto 'altro' non c'entra nulla: non può esserci alcun alibi né alcuna giustificazione.
Allora torna ad imporsi la radicalità dell'atteggiamento affermativo.
A volte è quasi più pesante sapere perfettamente di non avere alcun diritto di lamentarsi che reggere il dolore stesso, che è sempre momentaneo e contingente. Non potersi aggrappare ad alcuna legge, ad alcuna lettura che ci spieghi il dolore in termini di torti o ragioni, di colpe o meriti in certi momenti è davvero dura.
La caduta di ogni alibi, di ogni giustificazione è però ciò che apre davvero alla possibilità di un atteggiamento realmente distaccato e quindi più capiente, più capace di accogliere ciò che è. Quante volte ci troviamo con la mente ingombra da pensieri fissi, discorsi che vorremmo fare, accuse o discolpe che ci ripromettiamo di esprimere... quando già sappiamo che non è lì l'essenziale, che sono solo sfumature che ci darebbero forse la soddisfazione di un momento, la piccola gratificazione di un riconoscimento, ma non incidono su ciò che sappiamo essere essenziale.
La libertà da qualsiasi contenuto, soprattutto in quei momenti, è di grande ristoro, è qualcosa che sanifica ben più di qualsiasi parola o consolazione immediata.
Quindi, sapere che le sfumature stonate ancora presenti nei nostri rapporti, anziché gettare il seme del dubbio sulla possibilità di amarci da soggetto a soggetto, possono indurci ad amplificare quel sano distacco dal contingente e riportarci con energia a ciò che è essenziale, può restituirci vicendevolmente alleati in un lavoro davvero liberatorio che, incidendo nella struttura profonda del nostro essere, non avrà mai fine.

Agnese Galotti


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