Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
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Giugno 2000 Pag. 16° Ada Cortese

Ada Cortese

 STREAM OF CONSCIOUSNESS 

IL LIFTING CHE UCCIDE

di Ada Cortese

Non sto pensando alla chirurgia ricostruttiva post-operatoria, nemmeno ad alcuni interventi che hanno l'obiettivo di aiutare le persone a stare meglio con se stesse semplicemente migliorando il loro aspetto fisico.
Non riconosco mio l'atteggiamento moralistico nè mi appartiene certo psicologismo unilaterale: entrambi vorrebbero inchiodare le persone a come madre natura le ha fatte. In realtà spesso essa non fa un gran bel lavoro e dunque tutta la mia comprensione per chi cerca, con l'intelligenza sua e della scienza, di sopperire a tali defaillances.
Mi sgorga però una sorta di grido allo scandalo quando mi capita di vedere il viso di persone (in genere accade ad artisti e gente dello spettacolo che si vedono al cinema o alla tivù) memorizzate con le loro classiche espressioni, mostrarsi, e senza preavviso, con la faccia di gomma nuova.
Rientrano in tale classifica tutti quei volti che, grazie al lifting, hanno perso il loro sguardo, i loro occhi.
Non ho nulla da ridire sul lifting, su reiterati interventi estetici, se una persona ha l'hobby di combattere il tempo (è solo perché in ogni caso è perdente per definizione che, al massimo, arriverei a suggerirle di rivolgersi a qualche strizzacervelli!).
Non ho nessuna obiezione da muovere tranne quando, per la smania di stare al passo con la bellezza canonica che è archetipicamente giovane e pretende pelle liscia e vellutata, si profana l'espressione attraverso cui la nostra anima guarda il mondo e dal mondo si lascia guardare.
I nostri occhi sono tutt'uno con la nostra espressione.
Il nostro sguardo però non è determinato solo dagli occhi ma dalla forma generale dei lineamenti che li circondano.
Ed essi sono tutt'uno con la forma delle nostre palpebre, con le rughette che con l'età crescono ai loro lati esterni, con la forma base delle nostre sopracciglia ecc.
Non so entrare nei particolari morfologici e tecnici ma quello che voglio dire è che trovo ripugnante rendersi complici di un assassinio: l'uccisione del corpo dell'anima.
Se l'anima ha una sede attraverso cui si manifesta immediatamente, questa è il nostro sguardo.
Gli sguardi modificati in genere sono sguardi anonimi, tirati, tutti uguali, inespressivi, finti, insomma di gomma!
Avverto una reazione forte e violenta che comprendo solo pensandomi come la testimone di un terribile sacrilegio:
è come se l'uomo, insieme allo sguardo che lo ha sempre caratterizzato, uccidesse davvero molto della sua vita, la sembianza, il corpo e con essi la propria storia E' come uccidere anche il dio che ha abitato quel corpo e che aveva quegli occhi.
Può darsi che vi sia dell'esagerazione ma il sentimento che provo non è esagerato. Non conta neppure che siano persone lontane da me e dalla mia vita concreta.
Come esseri umani appartengono allo stesso Corpo Unico a cui anch'io appartengo, a cui tutti apparteniamo. E' la corda della consustanzialità che mi muove a turbamento.
Né trovo che vi sia iperconsiderazione della propria specificità.
E' solo lo sguardo che sento non dovrebbe essere ucciso.
Il nostro preciso modo di guardare il mondo.
I nostri occhi, il nostro sguardo parlano anche di ciò che il mondo ha visto di sé attraverso di noi.
A GEA spesso ci permettiamo di rilassare lo spirito e il cuore con il cosiddetto "esercizio della Presenza" attraverso l'incontro degli sguardi.
Ci si guarda negli occhi senza preoccuparsi di mettere a fuoco i reciproci visi. Nessuno cessa però di essere se stesso. Mi chiedo cosa proverei avanti allo sguardo deturpato di una persona che ha perso l'unico canale di vera e immediata trasparenza.
C'è più solitudine. Mi fanno pena quegli occhi "in serie" perché vedono, preservano il loro presenzialismo, ma paradossalmente non sono più spiritualmente visibili.
Provo un vero dolore per quelle identità rinnegate.
Né più né meno: il dolore di una morte.

Ada Cortese


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