Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione GEA
Direttore : Dott. Ada Cortese
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| Home | Anno 9° | N° 33 |
| Settembre 2000 | Pag. 3° | Ada Cortese |

TEORIA GEA: LABORATORIO ALCHEMICO
Sperimentazione e Questioni epistemologiche
Il "manifesto di GEA"
L'ipotesi della nostra ricerca coincide con il manifesto di GEA.
Il Manifesto iniziale e ancora attuale dei gruppi GEA contempla due fondamentali aspetti dell'esperienza umana: la relazione umana e il modo di amare. Si ipotizza che gruppo coscientemente orientato all'evoluzione della consapevolezza universale secondo il modo analitico, insieme all'esperienza dell'analisi individuale, permettano la produzione, la sperimentazione (per il resto del mondo) e il superamento (per chi ne fa costante pratica) del Sacro.
Andiamo incontro a molti sacrifici iniziatici (violenti) perché costantemente produciamo sacro, alchemicamente trasformiamo la materia vile in oro, religiosamente trasformiamo la percezione animale della nostra esperienza in percezione spirituale. Per giungere a tale trasformazione compiamo il lavoro pluriennale e costante di attraversamento delle stratificazioni psicologiche del nostro essere: coscienza semplice, autocoscienza, soggetto riflessivo individuale, soggetto superriflessivo, e su piani sempre crescenti, la ripetizione della stessa serie, ancora e ancora, idealmente fino a comprendere tutta la coscienza sparsa per l'universo.Funzionalità delle due opposte epistemologie.
Devono essere funzionali alla lettura della realtà:
a) il punto di vista della logica formale che persiste a distinguere spirito da materia, simbolo da realtà, sacro da umano - e che sia funzionale lo dimostra la realtà che ancora lo contempla; b) il punto di vista della psicoanalisi dialettica evolutiva che vede nella edificazione del sacro totale, nella unione di opposti, il suo obiettivo ed il suo stesso autosuperamento. Che esso sia funzionale lo dimostra la realtà che, salvando noi e la nostra attività di ricerca, comincia a contemplarla sul piano anche pratico e vivente.
Il punto di vista della logica formale vede nel lavoro di chi introduce categorie universali ed evolutive in psicoanalisi e nell'umanesimo in genere (lettere e arti), una produzione tradizionale di sacro, che vale solo in quanto tale, perché esso contribuisce in qualche modo a costruire cultura, umanità e, per differenza, a preservare il mondo, la realtà, la quale continua ad essere kantianamente indefinibile, inconoscibile.
Va da sé che per tale punto di vista la conoscenza e la sperimentazione umanistica non può dire nulla né dell'uomo, né del mondo.
Il Soggetto è una categoria illusoria e tutto ciò che lo riguarda vale fino a che accetta di starsene fuori dal mondo. Noi dunque, nel manifesto e nell'esperienza, produciamo sacro e osiamo pensare di negarlo nel produrlo sapendo di costituire per la logica formale un microuniverso di pensiero "femminile", "regressivo" ed "inconsistente". Nel migliore dei casi esso viene detto "poesia". Va da sé che la definizione sia spregiativa.
Questa logica, detta impropriamente "femminile" - stante il suo essere completamente e totalmente altro - rispetto al pensiero "maschile" o "direzionato" (Jung) della logica formale, è accolta anche dai suoi critici e avversari, solo e se si limita alla produzione di sacro secondo tradizione, se accetta di non occuparsi di faccende "maschili", se non esercita potere sul mondo reale fuori. Insomma questa logica "femminile e sovrarazionale" vale per la "logica formale del padre" fino a che non si arroghi il diritto di dire qualcosa di questo mondo, si presenti come un gioco, un rito, un sacro luogo sospeso, perché se si prendesse sul serio, sua sarebbe la responsabilità di alimentare deliri e psicosi, non del mondo frantumato del padre.Oltre le rappresentazioni.
Siamo d'accordo sul valore dialettico e processuale della psicoanalisi evolutiva. Non siamo ingenui e sappiamo che nostro compito non può essere quello di costituirci come ultima religione. Ma non possiamo accettare, per necessità intrinseca ai fondamenti che accogliamo, una realtà scissa da noi, secondo pensiero cartesiano. Accogliamo la visione della logica formale, ossia del "maschile" e del "padre" quanto a necessità di non infantilizzare la coscienza con metodi di pensiero regressivo, acquietante. Non possiamo in alcun modo accogliere l'idea che la coscienza con le sue esigenze di maggiore consapevolezza sia un "sovrappiù" rispetto ad una realtà che, per questo punto di vista, è e sempre sarà un noumeno indefinibile e che ha il grossissimo limite, ormai inaccettabile, di non trovare una collocazione per il soggetto umano nel mondo che sia un'alternativa alla metafora religiosa la quale, perlomeno, ha risposto ad un bisogno psicologico profondo degli uomini. Ciò che troviamo scandaloso è che tale logica invita a diffidare del pensiero umanistico per timore che esso infarcisca ed intossichi la coscienza umana di favole e di pensiero primitivo.
L'analisi dialettica e il gruppo GEA, entrambi di matrice junghiana, seguono un metodo che tende al disvelamento di questi bisogni, quali veri bisogni dell'essere umano oggi, e non tende ad offrire inesistenti risposte valide per tutti; va da sé la sua impossibilità a soffermarsi personalisticamente su atteggiamenti regressivi e freudiani.
La realtà, anche quella sensibile, è presente ed accade che il potere trasformativo del soggetto venga misurato sulla base della capacità di incidere sulla realtà stessa. Solo quando questo avviene si può dire, come già insegnava Jung, che il processo individuativo si sia davvero sufficientemente svolto.La contraddizione della logica formale avanti alle scienze umanistiche (o del "sacro").
Non ci costa nulla accogliere il punto di vista di chi fa della ricerca nell'ambito umanistico (psicoanalitico-filosofico-artistico, ecc.) una "pura illusione e un'attività infantile" perché in ogni caso la percezione che esso ne ha come necessaria attività produttrice di sacro, dunque il riconoscimento del valore del sacro come origine di ogni umanità, è già parte integrante, e un fondamento della ricerca stessa.
Quanto all'accusa che esso, viceversa, volge a tale ricerca, e cioè di voler affermare la verità delle cose, bè, l'epistemologia della scienza moderna ha ormai raggiunto tutti coloro che, in qualsiasi ricerca, umanistica o scientifica, siano impegnati. Nessuno, a meno di raccontarsela ricostituendo l'idolo e il pensiero fideistico oscurantista, può affermare di conoscere la scatola nera del mondo.
Eppure, nonostante ciò, siamo davvero convinti che circoli già una sufficiente conoscenza e messe d'informazioni per farci concludere qualcosa di tipo realmente sintetico e veramente scientifico, più di quanto questo benedetto punto di vista - della logica formale, s'intende - voglia tentare.Scienza e Falsificabilità.
Va da sé che non si adotta qui il termine scienza nella visione classica ancora superstite seppure assai limitata. Noi la consideriamo quale conoscenza che osserva se stessa e rinnova se stessa in virtù del sacrosanto principio della falsificabilità con cui si accompagna perennemente.
Per l'esattezza è proprio l'accoglienza di tale principio che permette l'esistenza di concetti quali fantasia, caos, inconscio, pluralità di logiche ovvero pluralità di linguaggi, di filosofie, di mondi!
Sì, perché la falsificabilità nasce dalla fantasia, dal caos, e dalla continuità del divenire (dalla collaborazione inconscio-conscio).
E' essa stessa a dimostrare veridicità e provvisorietà del sapere umano.
Questo principio epistemologico impedisce ogni forma dogmatica e preserva anche dal totale relativismo, ovvero si autopreserva dalla propria potenziale inutilità.
Ada Cortese
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