Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione GEA
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Settembre 2000 Pag. 10 Agnese Galotti

Agnese Galotti

 METODO 

PENSIERO E PRESENZA

Nel 'ci' dell'Esser-ci viene in luce quel senso per cui l'uomo è il luogo in cui c'è la manifestazione dell'Essere, in cui si esprime quell'originario rapportarsi dell'essere all'uomo in cui l'essere si fa presente e l'uomo vi si rivolge.(*)

L'essenza ultima della riflessione analitica che qui a GEA svolgiamo insieme consiste nell'amplificare la percezione della Presenza.
Tutto il nostro lavoro, quindi, ruota attorno a questo concetto, che sta ad indicare una `precisa esperienza' che, in quanto tale, è ben difficile da descrivere o definire: si tratta comunque di un momento nodale ed importantissimo del processo di conoscenza, relativo quindi al pensiero, ed al suo progressivo svolgersi in noi.
Il termine Presenza viene dal latino `Praesentia', sostantivo di prae-esse che significa "essere innanzi"; quindi rimanda ad un rapporto tra due entità che si trovano l'una avanti all'altra, che si fronteggiano.
Presenza ha per contrario assenza che, in termini percettivi, può meglio essere concepita come `mancanza'.
Chi sta svolgendo un lavoro analitico sa perfettamente quanto sia importante imparare a riconoscere e ad accogliere la mancanza, anziché demonizzarla, in quanto, ad un occhio attento, essa si rivela quale motore principale del percorso individuativo stesso: sentire la mancanza induce a cercare la presenza.
L'esperienza della mancanza, dunque, è già l'altra faccia della presenza, in quanto genera l'idea di ciò di cui si percepisce la mancanza, ciò che è assente.
Evidenziamo ora due aspetti particolari del concetto di presenza che ne focalizzano l'attinenza profonda con il lavoro analitico, in quanto hanno a che fare con la conoscenza e con la relazione:
- il suo lato `esperienziale' (relativo quindi al dato sensibile dell'atto conoscitivo) che fa riferimento ad un preciso atteggiamento o disposizione interiore a `sentire' nel `qui ed ora'; - il contesto in cui si pone (e ci pone) tale concetto, che è quello della relazione tra particolare ed universale, relazione intersoggettiva in cui il soggetto che percepisce (l'individuo) realizza di essere tutt'uno con il soggetto che è percepito: l'essere tutto, l'uno, la realtà ultima, ciò che è.
Ciò costringe contemporaneamente ad un'osservazione estremamente concreta e pragmatica - legata al sentire, alla percezione nel qui ed ora - senza però perdere di vista il contesto in cui l'osservazione stessa ci pone, il `manifestarsi dell'essere nell'uomo', che è quanto di più vasto ed onnicomprensivo noi si riesca a concepire.
Presenza inoltre rimanda ad una dimensione temporale che riguarda il qui ed ora, il momento presente: la concentrazione nel qui ed ora quale unica realtà veramente esistente, permette di sprofondare nel non tempo, nell'eternità, in quello che Eckhart chiama `momento presente assoluto'.
Presenza, quindi, come ponte, elemento di unione ovvero come `soglia' tra il tempo presente, l'attimo fuggente, ed il tempo infinito, ovvero il non-tempo.
Esistono vari livelli di presenza attraverso cui il soggetto, prendendo distanza da sé, arriva a `vedersi', ovvero a farsi presente a se stesso. Si tratta di un progressivo distacco da sé, da ciò che di sé si conosce o si crede di conoscere, da ciò con cui si tende ad identificare se stessi, per compiere un salto riflessivo attraverso cui arrivare di volta in volta a vedere se stessi in una sempre crescente interezza.
- Il livello primitivo è quello in cui non c'è coscienza di sé e quindi manca totalmente il concetto di `essere presenti a se stessi'; ciò corrisponde alle situazioni - fortemente patologiche - in cui siamo totalmente aderenti alle sensazioni e ai sentimenti, al punto che, quando ne usciamo, non siamo neppure in grado di ricordare: si tratta di un livello di incoscienza totale.
- Il primo livello in cui si può parlare di presenza lo possiamo individuare nel passaggio dalla tendenza a coincidere con il nostro sentire, con il nostro patire nonché ad identificarci con sentimenti ed emozioni, al momento in cui ne ricuperiamo coscienza e memoria, in cui inizia la riflessione su quanto vissuto.
Da qui si impara gradualmente a distinguersi dalla vicenda, a ricondurre a sé gli eventi, a cogliersi come soggetto.
Questo è il primo livello di presenza a se stessi, che può essere raggiunto a partire dal farsi consapevoli della propria esistenza fisica, attraverso la registrazione e quindi la consapevolizzazione progressiva di sensazioni, percezioni, emozioni, sentimenti e pensieri.
- Possiamo individuare un secondo livello di presenza a sé stessi quando, nel tentativo di svuotare la mente, si arriva a cogliere il proprio esserci al di là di ogni evento particolare, al di là della propria stessa storia personale, fino a sentire di `esserci' come pura presenza. Inizialmente ciò può accadere grazie ad un particolare raccoglimento meditativo, in cui ci si libera da qualsiasi contenuto specifico; tuttavia, e questo è ancora più affascinante, è un tipo di percezione che può manifestarsi senza preparazione né preavviso e può dilagare sempre più nella quotidianità.
E' la sperimentazione di una disidentificazione progressiva da qualsiasi immagine di sé, da qualsiasi contenuto specifico, una libertà associata al `distacco' da tutto ciò che è determinato, primo tra tutti l'Io psicologico.
E' il momento di estremo sollievo in cui `ci liberiamo di noi stessi'.
Sono talvolta solo attimi, in cui una gioia profonda ci assale inaspettatamente, senza un perché, in cui ci è restituita la sensazione di pienezza che non ha nulla a che fare con alcun fatto contingente, con alcuna realizzazione personale.
Infatti, se da un lato è fondamentale il lavoro di consapevolezza che ci dispone alla percezione della presenza, tale esperienza resta caratterizzata da un'autonomia e gratuità che non permette alcun controllo né alcuna appropriazione da parte dell'Io.
Questa gioia associata alla presenza spesso si manifesta attraverso la percezione di "Qualcuno in noi", amante/amato, da cui ci sentiamo accompagnati in ogni momento, grazie a cui cade il concetto stesso di solitudine, accada quel che accada.
In questo dialogo interiore tuttavia possiamo individuare una sfumatura `personalistica' laddove quel `Tu' interiore rimanda ancora ad un `Io' che ne fa esperienza.
Questo è il limite dell'esperienza personale: il fatto che quanto realizzato da ciascuno rischia di restare nel chiuso di quel soggetto particolare che ne fa esperienza, se non si apre la possibilità non solo di condivisione ma addirittura di co-sperimentazione.
- Si può allora accennare ad un ulteriore livello di presenza, di natura sovra-personale, in cui si verifica il superamento di ogni riferimento a sé come dato personale: una sorta di spersonalizzazione, tanto elevata quanto inquietante, che permette di cogliere la pura presenzialità sgombra da ogni determinazione.
E qui si apre l'enorme capitolo circa la direzione verso cui è orientata l'esperienza del gruppo GEA.
In gruppo noi ci apriamo alla possibilità non solo di condividere ma di sperimentare insieme, contemporaneamente, quella percezione di presenza, in cui ciascuno si percepisce nel sé e si rivolge all'altro come al suo stesso sé.
In questo modo è privilegiata la percezione della presenza corale che l'energia del gruppo stesso, quale nuovo soggetto, sviluppa, segnando il passaggio da un riferimento a sé come individuo a sé come gruppo, quale nuovo soggetto che va facendosi presente a se stesso.
Si tratta di un'intuizione che si concretizza, di tanto in tanto in gruppo, quando si fa percepibile un unico discorso attraverso le varie voci, un unico sentire attraverso i vari corpi, in cui sfuma la percezione individuale in favore di quella sovraindividuale.
In quei rarissimi momenti in cui questo evento ci raggiunge, non siamo più noi a farne l'esperienza, ma è la presenza che si fa presente in noi.

(*) Da: Enciclopedia di Psicologia Garzanti, a cura di U. Galimberti

Agnese Galotti


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