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Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
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Dicembre 2000 Pag. 10 Antoine Fratini


Antoine Fratini

 RICERCHE 

LA PSICOANALISI OGGI: SCIENZA O PSICOTERAPIA?

di Antoine Fratini (*)

Quanto andrò a sviluppare di seguito è il mio personale punto di vista su che cosa è la psicoanalisi. Il dibattito circa la natura, lo statuto e gli scopi della psicoanalisi, nata come talking cure e trasformatasi progressivamente in qualcosa che supera di gran lunga i confini della terapia, è sempre stato sin dall'origine del movimento analitico molto aperto e tuttora non può ritenersi concluso. Esistono in effetti delle correnti di pensiero piuttosto contrastanti al riguardo.
Qualcuno può certamente sostenere che la psicoanalisi è un tipo particolare di psicoterapia, ma non dovrebbe pretendere di imporre questo suo parere a tutta una classe di studiosi che, a cominciare da Freud, hanno sempre voluto mantenere lo statuto scientifico della loro disciplina. La democrazia culturale impone giustamente il rispetto di tutti gli indirizzi.
Questo è ancora più vero nel caso della psicoanalisi che è diventata già da tempo un vero e proprio approccio alla conoscenza umana.
La psicoanalisi ha contribuito addirittura ad aprire quesiti nuovi e particolarmente sottili, come quello sullo statuto di oggettività delle scienze, occasione di numerosi dibattiti interdisciplinari:
l'inconscio riguarda la scienza perché riguarda gli scienziati e il loro linguaggio, soprattutto quando questi si trovano a speculare su inferenze come per esempio il big bang, i neutrini o i gravitoni.
L'epistemologia scientifica è indissolubilmente legata all'assioma aristotelico che vede nell'universale il campo esclusivo della scienza.
In ambito psicoanalitico Freud pose nell'Edipo ciò che vi è di più universale nell'uomo e Jung fu il primo a ricercare le costanti archetipiche della fantasia. Pur rappresentando ipotesi di lavoro di indubbio valore euristico, sia l'Edipo che gli archetipi rimangono comunque dei modelli o delle interpretazioni che in quanto tali non possono ritenersi esenti da soggettività. Considerando però l'evoluzione del concetto di scienza nella modernità, il fatto di utilizzare costruzioni come l'Edipo e gli archetipi nell'indagine sulla conoscenza umana può essere ritenuto un procedimento scientificamente valido. Questo perché, data la natura particolare degli oggetti di studio (i quanti per la fisica e l'inconscio con i suoi complessi per la psicoanalisi) tali costruzioni vengono ad assumere il valore di strumenti necessari anziché di fattori contaminanti.
La psicoanalisi non si cura della patologia né della normalità, non etichetta le persone e non ricerca nuove sostanze, ma si occupa dell'intesa delle verità enunciate dal soggetto. "Analizzare" è mettere a disposizione della persona uno spazio privilegiato di parola tale da renderla ascoltabile nella sua verità.
Attraverso un percorso disseminato, come sappiamo, da resistenze interiori più o meno difficili da sormontare, l'analizzando può tentare di recuperare se stesso. Questo perché, sentendosi ascoltati e accettati per quello che si è, si giunge col tempo all'ascoltarsi e all'accettarsi.
Freud insistette molto, nei suoi scritti e nelle sue lezioni, sulla questione delle resistenze implicite in un tale lavoro.
Esistono molte cose che non si vogliono accettare ed esiste anche la paura di vedere sgretolarsi quei significati illusori ai quali tanto ci si affeziona e ci si appoggia nella vita, anche a costo di alienazioni e nevrosi. L'uomo non finisce mai di raccontarsi delle storie su se stesso, fino a mettersi in situazioni di difficoltà e di disagio rispetto alla propria realtà.
Se quel che conta in analisi sono le verità soggettive, allora i paradigmi, le teorie e la scuola di appartenenza dell'analista rischiano di diventare fuorvianti e problematici. L'analizzando paga l'onorario dell'analista per conoscere le proprie verità, poco importa se queste rientrano o meno in un sistema.
E qui devo dire che leggendo Freud a volte si ha l'impressione che per lui "approfondire" significhi arrivare necessariamente alla teoria sessuale. Ma nonostante le varie scuole la psicoanalisi, in quanto approccio alla realtà della persona, a mio modo di vedere rimane sempre una: è quell'esperienza singolare grazie alla quale ci si riappropria del senso delle proprie parole e ci si orienta verso se stessi.
Se l'intervento in analisi consistesse nel fornire consigli su come comportarsi o soluzioni pronte all'uso, allora sarebbe psicoterapeutico. Ma l'analista sa che così facendo si rischia di cadere nella trappola tesa dalle resistenze e di vendere ai clienti-analizzandi un'altra merce rispetto a quella per cui pagano, trasformandoli nella stessa occasione in pazienti.
Un altro preliminare d'importanza fondamentale in analisi concerne la libera condizione intellettuale dell'analista. Se egli vuole insegnare l'autonomia e la libertà ai suoi analizzandi, non può che essere libero e autonomo egli stesso.
Pertanto, anche se aderisce ad una scuola di pensiero o ad una istituzione analitica, non deve avere conti da rendere se non a se stesso; così come non può coerentemente avvalersi di nessuna altra legittimazione di quella che gli proviene da una sua conquista interiore.
Torniamo ora alla questione dell'ascolto. Se l'ascolto è così difficile da trovare, allora in che cosa consiste? E che cosa significa ascoltarsi? Ascoltare qualcuno significa avvicinarsi alle vere motivazioni dei suoi discorsi, quelle che si celano ad esempio dietro a un lapsus o a un sogno; vuol dire riportare l'interlocutore alla propria realtà. Sotto questo profilo esiste una certa analogia tra la psicoanalisi e il taoismo zen i cui koan producono frequenti rivelazioni circa la realtà più intima dell'adepto.
Vi sono essenzialmente tre tipi di risposte verbali possibili.
Posso rispondere rimanendo sullo stesso piano del discorso apparente del mio interlocutore, e in quel caso non posso che trovarmi in accordo o in disaccordo con lui, ma le sue vere motivazioni non verranno contemplate nell'intervento.
Se tento di uscire dal piano apparente del suo discorso seguendo una mia intuizione e buttandogliela in faccia rischio o di essere troppo diretto, o semplicemente di sbagliare.
La terza possibilità è quella più propriamente "analitica" e consiste nel fare riflettere su punti poco chiari, su dimenticanze, su contraddizioni, su manifestazioni rapportabili a resistenze.
Allora l'analizzando capisce che l'analisi gli permette di ascoltarsi, cosa ch'egli aveva magari sempre cercato, ma che non era mai riuscito a trovare né nei libri, né dall'amico, né dalla fidanzata, né dallo psichiatra, né dal terapeuta.
La psicoanalisi trova dunque nell'ascolto quell'elemento che più la caratterizza. Ascoltare è l'unica cosa che l'analista deve assolutamente sapere fare, l'unica prestazione che egli ha veramente il dovere di offrire a chi si rivolge a lui. Credo che la psicoanalisi non miri direttamente né alla cura del sintomo, né alla risoluzione di particolari problemi, ma al raggiungimento di una chiarezza sufficiente riguardo alle proprie questioni. Il bisogno di parlare con qualcuno che sa ascoltare è probabilmente antico quanto l'uomo e forma una dinamica che si ritrova in tutti i tipi di rapporti interpersonali. In effetti il transfert dovrebbe a mio parere essere visto, più che come una ricerca inconscia di certe figure importanti del passato personale, come una ricerca mai riuscita in passato: quella di un interlocutore capace di ascoltare.

(*) Psicoanalista, membro dell'Accademia delle Scienze di Parigi, autore di: "Parola e Psiche", ed. Armando 1999.

Antoine Fratini


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