Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
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Marzo 2001 Pag. 3 Agnese Galotti

Agnese Galotti

 SCHEDE 

IL DANARO: LO SCAMBIATORE UNIVERSALE

E' senza forma e, come l'acqua, segue tutte le sinuosità del vaso che lo contiene.

Il denaro assume, nella vita di ciascuno, un valore simbolico estremamente importante in quanto esplicita manifestazione del fatto che ciascuno partecipa inevitabilmente di una circolazione energetica universale, di cui il denaro stesso è simbolo.
Riflettere sul posto che il denaro occupa nella vita di un soggetto umano, sul piano più evidente dei comportamenti esteriori (posizione sociale, professionale, ecc..) e su quello meno evidente dei "vissuti", significa porre attenzione ad aspetti profondi del suo carattere, nonché al suo modo di relazionarsi al sociale e quindi al suo specifico modo di coniugare esigenze private ed esigenze sociali.
Il rapporto con il denaro mette in ballo valori quali libertà ed affermazione della propria creatività, da un lato e disponibilità alla cooperazione ed alla solidarietà, dall'altro.
Evidentemente non è vissuto da tutti nella medesima maniera e spesso, proprio il modo quotidiano con cui ci relazioniamo a questo "scambiatore universale", evidenzia aspetti particolari del rapporto intimo che ciascuno ha con la vita stessa.
C'è chi si sente costantemente "a credito", vittima di una sorta di errore originario nella spartizione delle risorse, cui cerca di porre rimedio "arraffando" come può, talvolta fino ai limiti della legalità, più spesso, in forma più subdola, ricercando ad ogni costo un guadagno personale immediato, pena il "sentirsi fregati".
C'è, per contro, chi si sente "in colpa" per le mancanze altrui e per i dolori del mondo e quindi costantemente in "debito" verso qualcuno, in una sorta di impotenza costante ed insanabile; spesso questo atteggiamento, apparentemente altruista, nasconde una più profonda paura di osare, di investire a pieno i propri talenti, indulgendo in un "trattenere" vile che spaccia codardia per virtù.
C'è poi chi condensa attorno al rapporto col danaro i propri vissuti di inadeguatezza e di inferiorità, dando vita a veri e propri fantasmi persecutori, fino al punto di vivere sempre come si trovasse in una precarietà ansiogena, quasi sempre sproporzionata rispetto alla realtà dei fatti, in un timore costante di "non farcela", che rivela il giudizio opprimente di un Super-Io infantile.
C'è chi si rapporta al denaro in un atteggiamento costante di "sfida", costringendosi ad investire sempre un po' di più di quanto ha a disposizione, quasi a dimostrazione (infantile e concretistica) del proprio potere, nella famosa tendenza a "fare il passo più lungo della gamba", il che, se entro certi limiti può essere un sano stimolo ad "osare", può trasformarsi, oltre una certa soglia, in una sorta di condanna costante e autopunitiva che costringe sempre in situazioni contingenti "ai limiti della sopravvivenza", il che può coinvolgere ingiustamente, figli e congiunti che avrebbero decisamente preferito obiettivi più pacati e più concreti.
Da altri ancora una "sfida" analoga è vissuta sul versante opposto, quello del "trattenere", (la personalità sadico-anale di cui parla Freud), in una tendenza al risparmio ad oltranza, quasi che il tenersi qualcosa in tasca, il non giocarsi mai fino in fondo, il "non rischiare" veramente, fosse l'unico modo per ottenere qualcosa di buono per sé dalla vita, proprio mentre, paradossalmente, per opera di tanto esagerata parsimonia, ci si sta privando di quanto potrebbe essere invece salutarmente godibile.
Ciascuno di noi oscilla, forse, tra queste ed altre modalità, in maniera più o meno inconscia e più o meno evidente, barcamenandosi come può nei vari e differenti momenti della vita, in una ciclicità che spesso sfugge al nostro controllo.
Il denaro è comunque qualcosa con cui tutti dobbiamo imparare a "fare i conti".
Spesso dimentichiamo, tra l'altro, accecati dai nostri stessi vissuti egoici, di far parte della minoranza ricca degli abitanti di questo pianeta, in quella sbilanciata distribuzione delle risorse che, più che uno sterile senso di colpa, dovrebbe poterci richiamare ad un sano e doveroso senso di responsabilità. Che cosa ne facciamo di quella fetta - proporzionalmente comunque ingente - di energia economica che la vita ci mette a disposizione? Quali criteri lasciamo che regolino la gestione che ci compete?
Un cattivo atteggiamento nell'affrontare questo genere di interrogativi crea spesso scissioni e malsane fughe o negazioni.
Un errore frequente è quello di cadere in una specie di purismo (ipocrita)
che torna a scindere spirito e materia, per cui il denaro diviene quell'elemento vile che può soltanto inquinare le cose dello spirito, in relazione con le quali "non dovrebbe" invece entrare, in una sorta di negazione del principio di realtà.
Si dimentica così che ci può essere molto più attaccamento al denaro (come al sesso o ad ogni altra cosa che tenda a "possederci") in chi "deve" astenersi da un contatto visibile e concreto, per paura di un contagio malefico, rispetto a chi accetta di relazionarcisi impegnandosi a sviluppare un sano distacco.
Il purismo ingenuo di cui sopra compare spesso in pregiudizi circa la psicoanalisi e circa l'equivoco che, in quanto realtà spirituale "non dovrebbe essere pagata".
Il denaro è allora erroneamente considerato qualcosa "di troppo", una specie di "impiccio" o di sgradevole inconveniente o addirittura elemento "impuro", "scabroso" e quindi svilente la natura del rapporto stesso.
Questo comporta delle situazioni di impasse che, se non viste ed elaborate in un costante lavoro di crescita nella consapevolezza di sé e della propria modalità relazionale, sia per l'analista che per l'analizzando, mina alla radice la possibilità stessa di un rapporto fruttuoso per entrambi.
Quello economico infatti è un elemento di estrema importanza in cui si gioca la chiarezza di un accordo che prevede la collaborazione tra due parti, nel riconoscimento del loro reciproco darsi all'interno di una realtà sociale più ampia.
In analisi il denaro entra in forma di "onorario", termine che, a differenza di stipendio o salario, rimanda al riconoscimento di un "onore" cui si rende merito, il che rende giustizia alla valenza simbolica dell'operazione e costringe ad uscire dal concretismo della compravendita di un "prodotto" oggettivabile e monetizzabile.
E' inoltre la prova tangibile di una reciprocità sempre esistente, seppure talvolta meno evidente, nelle relazioni; è prova di un potenziale energetico, di un potere messo a disposizione della relazione, che sancisce la scelta, la volontà da parte di chi, almeno inizialmente, ha meno potere, di partecipare e di investire in ciò che sta accadendo: il riconoscimento del valore di quello scambio.
Nel rapporto tra analista ed analizzando l'accordo circa il pagamento è la prova concreta immediata di qualcosa che sarà compreso sul piano simbolico solo più tardi: ovvero che la dipendenza, finché c'è, è reciproca e come tale può generare vissuti differenti a seconda che venga subita (come scacco dell'ego), oppure riconosciuta ed accolta su un piano universale, e trasformata in aumento di consapevolezza e quindi di benessere per tutti coloro che ne sono coinvolti.
E' chiaro che l'esserci dell'analista "dipende" dall'esistenza di analizzandi che gli corrispondono un onorario, e a questo punto è chiaro che anch'egli può vivere in maniere differenti tale dipendenza: più è personalisticamente intesa e più risulterà soffocante, ansiogena e generatrice di aggressività e di ulteriore dipendenza; più è accolta e vissuta all'interno di quella circolazione più ampia riguardante l'universo tutto, di cui lo specifico analizzando al momento è rappresentante significativo, e più serenamente sarà elaborata all'interno del rapporto stesso.
L'analista ha in questo grande responsabilità, in quanto testimonia all'interlocutore il modo in cui egli stesso vive ed accoglie la propria inevitabile dipendenza, il modo in cui essa è creativamente coniugata alla sacrosanta spinta alla libertà e soggettività di entrambi, che caratterizza la natura stessa della relazione analista - analizzando.
Questo soltanto potrà portare, a suo tempo, a quella salutare soluzione del rapporto analitico cui il lavoro stesso mira.

Agnese Galotti


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