Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
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Marzo 2001 Pag. 4 Tullio Tommasi

Tullio Tommasi

 PROFILI 

ALEJANDRO JODOROWSKY

La vita tra Atto poetico, Psicomagia e Panico.

Jodorowsky è sempre stato un poliedrico che, nel corso della sua vita, ha sperimentato un po' di tutto. Nato in Cile nel 1930, figlio di immigrati ucraini ebrei, parte nel 1953 alla volta di Parigi, città dove risiede tuttora. Già queste poche note biografiche indicano che la storia dell'autore è storia di un errare tra vari aspetti della vita, senza mai fossilizzarsi in un'unica attività o personaggio.
La sua carriera artistica ha toccato vari campi: mimo, attore, regista cinematografico (El Topo (1971) e La Montagna Sacra (1973) sono i suoi capolavori), autore di teatro, poeta, romanziere e sceneggiatore di fumetti. In tutti i suoi lavori l'aspetto visionario ha sempre prevalso, sottolineando così la necessità di rompere le strade note e prosaiche.
Uno degli aspetti più affascinanti di Jodorowsky riguarda la sua figura di psicoanalista sui generis. E difficile posizionarlo rispetto a una scuola o a una corrente di pensiero, e non a caso si definisce psicomago. In realtà egli ha elaborato un modo nuovo di entrare in contatto con l'inconscio.
Il libro Psicomagia (Feltrinelli), permette di avvicinare l'idea di Jodorowsky riguardo al mondo della psicoterapia. Sotto forma di intervista, il libro ripercorre le tappe principali della vita dell'autore, sottolineando le esperienze, anche difficilmente credibili, che Jodorowsky ha vissuto, fino ad arrivare alla descrizione della sua terapia, definita panica.
L'appellativo Panico è sempre stato presente nei suoi lavori: con Arrabal e Topor ha fondato il movimento Panico nel teatro. Panico per dire che l'ordine del nostro universo, in apparenza così prevedibile, può venire sgretolato. E Jodorowsky, con la sua vita e le sue opere, ha sempre ricercato l'atto che destrutturi lo stato delle cose scontate.
L'abitudine, rassicurante condizione che ci permette di nascondere l'ineluttabile divenire del mondo, allora rimane spiazzata e intravediamo altre possibilità di esistenza. La grande scommessa riguarda il cambiamento: Jodorowsky scrive: la gente desidera smettere di soffrire, ma non è disposta a pagarne il prezzo, a cambiare, a cessare di definirsi in funzione delle sua adorate sofferenze. La terapia panica vuole essere un modo, dirompente, per azzerare l'abitudine e aprire nuove porte verso una comprensione diversa dell'esistere. Perché essa funzioni, occorre crederci, e questo dogma è vero per ogni tipo di azione nel mondo.
Da anni tiene a Parigi il Cabaret Mystique, uno spettacolo a metà tra il teatrale e la terapia di gruppo, uno show di terapie lampo in una sala in cui l'energia crea situazioni rare di phatos. Chi assiste ai suoi spettacoli può oscillare tra l'ammirazione e il dubbio, lo stupore e lo scetticismo, lo si può chiamare un ciarlatano trascendentale, comunque Jodorowsky è una di quelle persone che hanno la capacità, forse una dote naturale, di scavalcare direttamente tutto ciò che è scontato per arrivare dritti al cuore. Dolce, umile e gentile in privato, Jodorowsky quando sale sul palcoscenico può trasformarsi in un'opera barocca, profonda, eccessiva, sacra, sicuramente non banale.
Già leggere il suo libro intervista psicomagia può dare un'idea di cosa vuol dire entrare in questo mondo. Accade, o perlomeno, mi è accaduto di provare le sensazioni che danno alcuni grandi libri: quando un romanzo ti prende e diventi tu stesso un personaggio che dialoga con gli altri personaggi del libro, o quando un libro ti mostra un'idea, magari semplice, ma per te nuova e ti sembra di aver trovato una chiave preziosa per aprire porte dimenticate. I grandi libri lasciano poi una scia che si prolunga anche quando la lettura è finita e, più o meno inconsciamente, porta delle piccole modifiche permanenti nella mente del lettore.
Tra le varie situazioni del libro, due in particolare mi sono rimaste impresse e possono essere significative sia per sottolineare il modo di Jodorowsky di vedere la vita sia per dare un esempio di atto psicomagico.
La prima riguarda un episodio di Jodorowsky da giovane quando, con un amico, decise che quel giorno avrebbe camminato in linea retta, senza mai deviare:
"Se durante una passeggiata ci imbattevamo in un albero, invece di giragli intorno ci arrampicavamo in cima. O ancora: se il cammino veniva ostruito da una macchina posteggiata, ci salivamo sopra e camminavamo sul tetto..." Al di là del contenuto, divertente e magari anche un po' adolescenziale, il significato rimane impresso: la vita è un atto poetico. Poesia che si contrappone all'aspetto prosaico per svelare tutto ciò che l'abitudine ricopre. Dunque l'importante è mettere tra parentesi ogni aspetto della vita che noi diamo per consolidato e rimanere recettivi alla meraviglia, che comunque si manifesta nel momento stesso in cui ci sentiamo vivi.
Inoltre è importante anche l'atto: ovvero un'azione concreta, che influisca sulla realtà, per non rimanere ancorati soltanto al pensiero astratto. Il vero intellettuale è dunque colui che mette in atto i pensieri.
Jodorowsky mette però in guardia dalle facilonerie: l'atto poetico non è una semplice trasgressione magari narcisistica. E sempre un qualcosa che va preso con la massima serietà perché potrebbe diventare pericoloso, in quanto accarezza regioni nascoste di ciascuno di noi. L'atto poetico permette di manifestare energie normalmente represse o latenti in noi. L'atto non cosciente conduce al vandalismo, alla violenza. Per Jodorowsky l'atto poetico deve essere positivo, deve cercare sempre la costruzione in modo che possa espandersi la gioia di vivere.
La seconda immagine che mi è rimasta impressa leggendo il libro riguarda un cosiddetto atto psicomagico.
L'atto riguarda una donna che ha perso ogni voglia di vivere e che talvolta pensa al suicidio. La donna ha un chiaro ricordo del pessimo rapporto col padre, suicidatosi quando lei aveva dodici anni. L'atto prescritto da Jodorowsky può essere così riassunto: andare in una residenza per anziani, comprare una dozzina di belle arance, regalarle a dodici persone e parlare con ciascuna di esse per esattamente dodici minuti. La donna ha cercato di dare qualche interpretazione a priori dell'atto:
dodici è il simbolo dell'impiccato nei tarocchi, le arance sono simbolo di fecondità, ma più dei simboli sottintesi, importante era l'atto in sè, da eseguire con la massima profondità.
Il racconto è molto toccante: si sottolinea l'importanza di quei dodici minuti nelle singole conversazioni, quel tempo breve in cui tutto succede e ogni parola della conversazione diventa essenza.
"...sentivo intorno a noi la forza di quell'amore che avvolge tutti gli esseri umani..." Eseguito questo atto, la prescrizione proseguiva come segue: siedi ai piedi del portale di una chiesa e mangia un'arancia lentamente, per dodici minuti.
Tra i commenti della donna a conclusione dell'atto, mi sembra sufficiente ricordarne uno: mi stavo autorizzando a vivere.

Tullio Tommasi


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