Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
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Giugno 2001 Pag. 11 Laura Ottonello


Laura Ottonello

 METODO 

SPIETATEZZA

Il bravo chirurgo, se vuole guarire, non può permettersi di essere pietoso.

Trattare le dinamiche umane significa trattare "anche" lo psichico nell'uomo. Questo, per l'analista, oltre a costituire una necessità reale e simbolica, è impresa non facile in determinati momenti, è molto faticosa, ardua e piena di incognite.
L'analista, nel dialogo con l'analizzando, può trovarsi a dover inaugurare, attraverso un suo gesto consapevole, un percorso nuovo per entrambi che richiede un'incisività e una durezza che spesso fanno male. E' l'inaspettato che irrompe, il perturbante, il caos.
E il tutto si dà come "necessario" poiché il passaggio all'intersoggettività non può mai essere emotivamente neutro nè può darsi nella pacatezza di un colloquio su un piano semplicemente razionale.
I salti coscienziali avvengono nel tumulto di una forte tensione e si rivelano, nel tempo, il frutto, lento a maturare, dell'insight.
Sono cadute nel vuoto connotate da un potente e immediato sentire che lascia senza fiato e solo gradualmente maturano in forme più evolute di consapevolezza e comprensione.
Il pensiero che ne scaturisce è come il sereno che torna dopo una tempesta:
è una nuova forma d'ordine partorita e maturata dallo stato precedente di caos.
Ciò che prepara tali "salti" coscienziali sono fasi particolarmente delicate in cui il percorso tutto rischia di essere messo in discussione; per questo è importante poter reggere, sospendendo il giudizio. Si tratta di momenti acutissimi, forti, che possono essere raffigurati come un flash improvviso che provoca stordimento, confusione ed un momentaneo accecamento.
La luce che abbaglia è la fonte della rivelazione. Nel linguaggio della mistica è la lampada dei misteri, che illumina il cammino dello spirito ma produce anche un tenebroso orrore perché è simbolo della giustizia rigorosa.
Momenti così forti sono scossoni che non passano inosservati alla coscienza e richiedono spesso tempo e pazienza per essere, almeno in parte, elaborati.
Su un piano di realtà si tratta, talvolta, di accadimenti specifici e scelte ben precise che coincidono con configurazioni simboliche archetipiche; si accompagnano a gesti, parole atteggiamenti e vissuti espressi direttamente dall'analista ed è come se una folgorazione irrompesse nell'esistenza.
In questi casi, essere da una parte o dall'altra non fa differenza. Ma, parlando di rapporto analitico, è l'analista che marchia a fuoco l'altro, non può essere altrimenti. Il suo maggior livello di coscienza lo legittima infatti ad usare un potere che talvolta si esprime in un gesto violento quanto, spesso, inaspettato ed impietoso.
E così accade che, proprio per amore dell'altro nonché per la propria stessa sopravvivenza quale soggetto, l'analista si veda costretto, non senza fatica, a spezzare, vigorosamente e senza incertezze, quel cordone ombelicale che confonde il confine tra fantasmi e realtà, mondo infantile e genitalità, tra simbiosi e individuazione. Tagliare quel filo simbolico significa aiutare l'altro a sancire definitivamente l'inizio di un nuovo ciclo esistenziale.
Dietro quel gesto simbolico si cela un fare invisibile, altrettanto valido, reale e determinato di un generico "fare" in senso fattuale.
Come, se si vuole aiutare qualcuno concretamente non basta sostenerlo moralmente ma occorre agire, così, nel rapporto analitico, il compimento dell'opera può prevedere il momento "critico" della frattura e della solitudine.
Rigore, disciplina e determinazione per un gesto che spesso, nell'immediato, sembra portare solo confusione, dolore e disperazione.
Il primo a patire la spietatezza di quel gesto che provoca consapevolmente dolore è l'analista, archetipo del guaritore ferito. L'ingrato compito che lo aspetta è infatti grande e grave: prima di saper infliggere un dolore all'altro, compagno del rapporto d'amore, deve imparare a reggere "la colpa" di un gesto che, nel far male, fa bene.
E' un momento estremamente drammatico che richiede grande responsabilità e contempla già il potenziale trasformativo nell'ambito del rapporto stesso.
Come avviene davanti allo specchio che riflette l'immagine di una sola persona, ciò che è dell'uno è già, immediatamente, anche per l'altro, come ben intuisce l'inconscio del protagonista di questo commovente messaggio onirico:
Il suo analista piange. Soffre per il dolore che gli ha procurato. Quadro vivente che, nella sua nuda autenticità, esaurisce in se stesso, senza troppe, inutili, parole, il senso della vicenda umana nell'apparente contraddittorietà di un suo particolare momento esistenziale.
Nel rapporto analitico, simbolo ed espressione della vita stessa, possono darsi irruenti, violenti ed inevitabili momenti di crisi: bombe energetiche che irrompono nella cornice di un senso nascosto ancora da svelare.
Nell'originale greco il termine "critico" deriva da "giudice": è la voce del giudizio, ontologicamente presente nell'uomo. La crisi costringe i soggetti del rapporto ad interrogarsi e a ri-vedersi e, in quanto tale, è un processo creativo poiché la voce del critico, come scrive J. Hillman, "elimina il già creato, il già accettato, l'evidente". Per questo, senza troppo concedersi ai tentennamenti "deve aprire dei buchi, deve distruggere". Percorrendo necessariamente la via negativa "ci ricorda le realtà invisibili." E, in ultima analisi, scrive ancora Hillman sempre a proposito del suo aspetto connesso alla creatività "la voce critica è archetipicamente necessaria al fare di qualunque tipo (…), rende possibile il fare arte." Spietatezza è agire senza provare pietà per l'altro: se in un'ottica sentimentale la connotiamo negativamente, come potremmo fare nell'immediatezza del giudizio, si rimuove una fondamentale verità: il bravo chirurgo, se vuole guarire, non può permettersi di essere pietoso.
Così l'analista, moderno guaritore dell'anima, se vuole salvare e salvarsi, ha da essere spietato nel suo invisibile operare per non causare l'infezione di una coscienza già fin troppo satura di materia, frammentazione e follia.
La via interiore del processo analitico è una via iniziatica e, come tale, procede attraverso rituali e prove talvolta molto dure da affrontare. E così può accadere di andare all'inferno per poi dover di nuovo risalire verso la luce: sono eventi importanti per la coscienza, pregni di una forte tensione. Siamo noi, poi, nel nostro piccolo ego, a giudicare cosa è buono e cosa non lo è.
In realtà, se guardiamo alla vita come ad un divenire cosciente della vita stessa in noi, realizziamo la fugacità e l'insensatezza del nostro controllo.
Certo, non è facile né sentiamo "naturale" accogliere il male, il dolore, la frustrazione che, in ultima analisi, ci rimandano a quel limite col quale ognuno, come uomo, ha da fare i conti.
La spietatezza è un'esigenza vitale e si dà attraverso un dolore che, da uno sfondo caotico e apparentemente insensato, via via acquisisce corpo, forma e significato rispetto ad un ottuso dolore nevrotico che, nella sua rassicurante verità, inchioda sterilmente ad una mortifera staticità.
La "prova", allora, diventa per entrambi l'ennesima occasione di morte che si patisce sulla propria pelle ogni volta che un filo si spezza e una nuova configurazione relazionale-affettiva si fa strada.
E così, come dopo la crisi segue la lisi che è lo scioglimento dello stato acuto, dopo il buio e la paura appare la luce e dal caos si prepara, si ricerca e, infine, si fa strada, un nuovo ordine simbolico che ci aiuta a farci sempre più interi.


Laura Ottonello


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