Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
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Giugno 2001 Pag. 12 Cecilia Manfredi


Cecilia Manfredi

 MITI E LEGGENDE 

IL CAVALLO

La simbologia mitologica

La simbologia mitologica che avvolge e permea la storia del cavallo presenta un'ambivalenza di fondo che lo vede da un lato come un essere nobile ed intelligente, affascinante e carico di sensualità, dall'altro come un concentrato di forza istintuale, capace di incutere angoscia e turbamenti.
Ad esso è dedicata la maggior parte dei miti e dei simboli propri della zoologia passionale: insieme al toro ed al serpente, è l'animale principe dei Bestiari, propri dell'arte scultorea e figurativa.
Qui il ruolo ambivalente del cavallo è ulteriormente rafforzato: puro e impuro, solare e funerario, uranico (nella mitologia classica appellativo delle divinità celesti) e ctonio (detto delle divinità della mitologia greca che abitavano gli inferi).
Sorge dalle tenebre come cavallo-serpente (il cavallo porta con sé la morte nelle leggende celtiche, irlandesi e germaniche) e termina la sua corsa come cavallo alato (associato al vento).
Nell'immaginario collettivo è simbolo di libertà senza confini e senza limiti: la sua corsa affascina per la sua misteriosa alchimia di armonia e di forza che induce nel cavaliere l'esperienza di sentirsi tutt'uno col magnifico animale.
Pare che la passione per il cavallo, da parte di bambini anche piuttosto piccoli, sia qualcosa che tende a manifestarsi con una perentorietà che ha dell'inspiegabile, apparentemente immotivata o quanto meno non riconducibile a particolari abitudini al contatto con l'animale.
Sembra un amore "innato" che spinge a trovare il modo di avvicinare l'animale e prendere contatto con lui.
La bellezza del cavallo, oltre all'aspetto estetico, è dovuta al suo essere un mite, animale di branco; solo per paura può reagire con gesti convulsi che possono apparire aggressivi: in realtà è un animale che non attacca ma, nel caso, si difende, cerca il contatto ed entra volentieri in comunicazione con chi sappia farsi con lui disponibile a cercare un linguaggio comune.
Il suo aspetto imponente contribuisce all'effetto terrifico che, come in certi eventi naturali, si affianca al fascino.
Il cavallo è anche annunciatore di disgrazia, come nell'Apocalisse, in cui il cavallo bianco sta ad indicare il nemico venuto da fuori, il cavallo fulvo la guerra, il cavallo nero la carestia ed il cavallo verde la peste.
Incarna l'anima del giustiziere e del conquistatore, rappresenta l'invasore straniero che soggiogherà la popolazione indigena.
Il cavallo fu ritenuto essere sacro, venerabile e temibile, da tutte le religioni antiche; gli dei Greci come Poseidone, Demetra, Artemide, erano detti hippios, cavallini, ed il nome di altre divinità era preceduto dal prefisso Ippo.
Sempre in ambito leggendario, la principale qualità del cavallo è quella di prevedere il futuro; conoscitore delle cose dell'altro mondo, vede ciò che l'uomo non vede, conduce il carro del sole nella sua corsa notturna e, così come Ermes e Caronte, funge da psicopompo nell'atto di accompagnare le anime dei defunti nell'oltretomba.
Ragionando in termini simbolici, ed attenendoci al campo della mitologia e della raffigurazione artistica, possiamo affermare che l'uomo ha proiettato sulla figura del cavallo la propria natura ambigua e contraddittoria, divina e demoniaca.
Il simbolismo psicologico identifica nel cavallo e nel cavaliere il rapporto esistente tra l'Es, l'energia libidica che permea il mondo intero, e l'Io.
L'irruenza di tale energia pulsionale propone all'individuo la difficile e necessaria sintesi in sè di natura e cultura, di istinto e coscienza.
> La sognatrice sta in piedi, accanto ad un maestoso cavallo ed ha tra le mani le briglie. Ad un tratto vede l'animale lanciarsi in una corsa sfrenata e teme di poterne essere trascinata con conseguenze rovinose, finché si accorge che le lunghe briglie permettono invece all'animale di galoppare per tornare, in un secondo tempo, accanto a lei.< Come nella realtà anche nei sogni è spesso segnalata, per contro, la pericolosità di una immediata e troppo facile confidenza con l'animale da parte del cavaliere, che inaspettatamente rischia sempre di essere disarcionato.
C'è molto da imparare per stare a cavallo, fino ad acquisire quella corretta postura che consente di diventare con lui un corpo unico e di affidarsi al suo movimento mantenendone la guida: nè rilassamento molle è consentito, nè rigido dominio, quindi, ma un delicato equilibrio in costante movimento.
Nella mitologia troviamo anche la figura dei Centauri, favolosi mostri, uomini dalla testa all'ombelico e cavalli nel resto del corpo, che tuttavia, più che incarnare l'equilibrio tra Io ed Es, sembrano piuttosto condensare le ombre di entrambi, in una sorta di confusiva indifferenziazione.
Omero ed Esiodo ne parlano come di barbari abitatori dei monti, attaccabrighe, sensuali fino al midollo, senza freni nel godimento di donne e vino.
Sulla loro nascita si raccontava la seguente leggenda. Issione, il primo assassino, ottenne, dopo lungo tempo, il perdono di Giove per il suo crimine, e in più Giove lo invitò alla mensa degli dei. Ma Issione, confondendo evidentemente la magnanimità di Giove con una manifestazione di dabbenaggine, approfittò dell'occasione per fare proposte oscene a Giunone.
Allora Giove, per metterlo alla prova, fece nascere una nuvola con le sembianze di Giunone. Issione sfogò le sue brame su quella nuvola che partorì il Centauro primigenio (ancora di figura umana per intero), che a sua volta si accoppiò con le puledre del monte Pelio, e da qui nacquero gli Ippocentauri.
Abbandonando la mitologia classica e addentrandoci nelle credenze proprie dello sciamanesimo, scopriamo che gli sciamani venivano raffigurati con occhi di cavallo e che il loro viaggio iniziatico consisteva in una cavalcata.
Ed ancora, nell'antica Cina gli iniziati venivano chiamati "mercanti di cavalli", e nelle società segrete cinesi i neofiti erano "i giovani cavalli".
In seguito, gli occultisti, in occidente, insistettero sulla relazione fonetica fra la parola cavallo (cavalla) e Cabbala e così il cavallo divenne nei loro trattati l'animale cabalistico per eccellenza, veicolo della conoscenza e dell'ispirazione poetica.
Quando non nasce dalla profondità della terra, il cavallo nasce dalle acque madri dell'oceano ed assume il suo ruolo celeste, uranico.
Nelle mitologie indiane è spesso Figlio dell'Acqua. Il suo galoppo è associato alla corsa delle onde e lo si ritrova anche accanto a Venere, come simbolo dell'impetuosità del desiderio.
In seguito, la figura del cavallo si è andata via via adattando alle esigenze proprie dell'umano abbandonando le vesti di mitologica divinità.
Si fa docile alle esigenze dell'uomo che, in cambio, gli procura sostentamento e cure; diventa fidato amico dell'uomo e suo indispensabile compagno: conduce il cavaliere, prevede le insidie, si ferma davanti all'ostacolo invisibile all'occhio umano, pare così obbedire docilmente alla volontà del "padrone", sopportando il morso con fierezza in un sorprendente esempio di intimità tra l'uomo e l'animale, tra il cavaliere e la sua cavalcatura.


Cecilia Manfredi


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